MA I GIORNALONI ITALIANI SI SONO “RINGHIOGLIONITI”? – ANCHE OGGI DOPO L’ELIMINAZIONE I MEDIA, CON IL SOLITO AMICHETTISMO MARCIO, INTONANO IL CORO CHE GATTUSO SIA IL MENO RESPONSABILE DI TUTTI. SULLA BASE DI COSA? CHI HA FATTO LE CONVOCAZIONI CHIAMANDO LO SPOMPO RETEGUI E NON ZANIOLO E BERNARDESCHI? GATTUSO GODE DI OTTIMA STAMPA A FRONTE DI UN CURRICULUM PIENO DI ESONERI E DISASTRI. LA VERITA’ E’ CHE CON LA NAZIONALE NON CI HA CAPITO NIENTE (IL PIU' IN FORMA, PALESTRA, LO HA MESSO IN PANCHINA). IN ITALIA PREVALGONO LE PARROCCHIETTE, L’AMICHETTISMO. NON A CASO, UNO COME ANCELOTTI LAVORA ALL'ESTERO DA SEMPRE…
Massimiliano Gallo per ilnapolista.it
italia irlanda del nord gattuso
Il giorno dopo, per il mainstream giornalistico italiano Gattuso sembra uno di passaggio. Un signore cui abbiamo chiesto aiuto lungo la strada perché siamo rimasti in panne, lui si è dato da fare, ha sudato, si è sbracciato, si è sporcato il soprabito, insomma ci ha provato col cacciavite e poi si è arreso e se n’è andato. E noi lo abbiamo anche applaudito. Ma quanto è stato generoso.
Il racconto del nostro calcio è una parte rilevante del problema nostro calcio. Irrisolvibile, a nostro avviso. Basta dare uno sguardo ai principali giornali stranieri per rendersi conto come all’estero il “togliere la pelle” sia ancora una metafora efficace per quel che riguarda le cronache sportive in caso di fallimento conclamato (e anche senza). In Italia no. In Italia ormai il racconto sportivo è agiografico per definizione. Potremmo dire anche untuoso. IL processo di santificazione di Gattuso era già cominciato. Erano comparse le prime bolle sulle nostre braccia.
In Italia prevale il senso di lobby, di amicizia, di cuginanza. La conoscenza prima di tutto. “A chi appartieni?”. E la conoscenza, i rapporti, sono da sempre il punto di forza della generazione del 2006. Tutti allenatori che fin qui il campo ha giudicato mediocri, che però da noi godono di stampa eccellente. Gattuso e De Rossi sono i due casi più eclatanti. Non ci meraviglieremmo di trovare De Rossi tra i candidati alla successione.
Gattuso non è l’unico responsabile, è vero. Ma ha le sue innegabili responsabilità del disastro di ieri sera. Lui e chi lo ha scelto. A noi sembra assurdo che di fronte a un’emergenza, ossia riuscire a portare l’Italia al Mondiale dopo due fallimenti, il calcio italiano si sia affidato a un allenatore che ha un curriculum incontrovertibilmente fallimentare. Ampiamente sotto la mediocrità. Le due migliori squadre che ha allenato sono Milan e Napoli e non le ha mai portate in Champions. Ricordiamo che al Milan aveva Higuain e Bonucci.
Al Napoli lasciava Lobotka in panchina e con la stessa squadra Spalletti (il bistrattato Spalletti) l’anno dopo sfiorò lo scudetto. Dal 2021, ha allenato Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato. Con risultati tra il negativo e il disastroso. Glissiamo sulle precedenti esperienze formative tra Ofi Creta, Pisa, Palermo e Sion. Anche perché non è certo colpa sua se con un curriculum così, qualcuno lo ha ritenuto capace di guidare la Nazionale. Ma, ripetiamo, le aderenze in Italia contano molto di più. Questa pratica di vagliare il curriculum di analizzare i risultati, è roba da paesi anglosassoni. Noi le persone le guardiamo in faccia.
E Gattuso ha una faccia che piace. Anche perché – voce di popolo – lui la faccia ce la mette sempre. Mah. È l’arci-italiano. Piace tanto alle signore che il calcio non lo seguono. Gli affiderebbero i loro figli, mazza e panella vanno sempre forte da noi.
Noi Gattuso abbiamo avuto modo di conoscerlo, a Napoli. E nelle sue parole della vigilia avevamo notato i prodromi della disfatta. Gattuso arrivò a Napoli dopo aver tramato per mesi con Giuntoli per far fuori Ancelotti (con l’avallo di De Laurentiis). Gattuso tradì un’amicizia (Ancelotti lo chiamò chiedendogli se stesse arrivando al Napoli, lui negò) per giocarsi la chance della vita.
Per gli opinionisti che andavano (e vanno) per la maggiore, era una staffetta generazionale. Gattuso era il nuovo che sta avanzando (sigh). Ci ha pensato la storia a ricordare le gerarchie e le categorie delle persone e dei professionisti. Ancelotti, detto en passant, uno che in Italia non lavora più da anni (negli ultimi sedici anni, c’è stato solo l’anno e mezzo di Napoli). Chissà come mai.
Quel Gattuso lo abbiamo ritrovato alla vigilia di Bosnia-Italia, quando ha cominciato magnificare la sua Italia. A sottolineare quanto fosse migliorata in questi sette mesi. Come se prima di lui l’avesse allenata Peppino l’idraulico. Ma è una specialità della casa di Rino provare a giocare col fango con i predecessori. Lo fece con Montella al Milan, con Ancelotti al Napoli e ora con Spalletti. Nelle sue altre missioni lavorative lo abbiamo seguito poco. Eppure Ringhio piace sempre tanto. Questa disfatta non gli impedirà di ricevere un altro prestigioso incarico. Oggi il coro pressoché unanime è che lui sia il meno responsabile di tutti.
Ma dove? Ma quando? Ma soprattutto, perché? Non è il solo responsabile, questo sì. Ma è il protagonista della disfatta. Lui con Gravina che lo ha scelto. Buttiamo lì qualche osservazione elementare. Ma prima ricordiamo che l’Italia è una squadra forte, che secondo Transfermarkt è la sesta Nazionale al mondo per valori dei calciatori. Torniamo al ct ancora in carica (sigh).
Gattuso allena l’Italia e non aveva capito che il più in forma di tutti, per distacco, era Palestra. Lo ha mandato in panchina sia contro l’Irlanda del Nord sia contro la Bosnia. Per fortuna contro la Bosnia è entrato nella ripresa. Non aveva capito che Retegui non stava in piedi e ce lo ha propinato per due partite di fila. In panchina aveva lo scalpitante Pio Esposito che ha sbagliato il rigore ok ma aveva energie ed entusiasmo da vendere.
Non aveva capito che Bastoni non era in grado di giocare. Perché il calciatore non ha retto tutto quel che ha provocato con quella simulazione esultante che ha deciso il campionato. Non aveva capito nemmeno che Dimarco ha finito la benzina. L’elenco è lungo, molto lungo. Ieri, l’Italia non ha fatto niente. Nemmeno sullo zero a zero. Siamo andati in vantaggio per un regalo del portiere bosniaco. E quando siamo rimasti in dieci, abbiamo solamente arretrato il raggio d’azione.
Si è visto che ce la saremmo potuta serenamente giocare anche con un uomo in meno, visto che eravamo nettamente più forti. Non torniamo sulle scelte fatte in sede di convocazione, uno come Bernardeschi ci sarebbe servito come il pane: in campo e ai rigori. Per non parlare del carico di ansia che trasmette un allenatore che non ha vinto niente nella sua vita, fatta eccezione per una Coppa Italia, e ha sempre fallito gli appuntamenti che contavano.
Ma, ripetiamo, il problema non è lui. Il problema è un sistema che affida a lui un compito palesemente non alla sua altezza, non all’altezza della sua carriera. E che oggi lo assolve coram populo (Libero è un’eccezione). Non ne siamo sorpresi. È la cuginanza il male profondo del calcio italiano. E non solo del calcio. E Gattuso ne è l’emblema. E onestamente ci sembra una patologia pressoché impossibile da curare.






