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MEMORIE, PARATE E PAPERE DEL GRANDE DINO ZOFF: “SONO CRESCIUTO CON MIA NONNA CHE MI ALLENAVA TIRANDOMI LE PRUGNE - LA JUVE SBAGLIA A RECLAMARE GLI SCUDETTI REVOCATI: CI SONO REGOLE E SENTENZE. QUANDO L’AVVOCATO AGNELLI VENIVA NEGLI SPOGLIATOI..."

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera”

 

Zoff, ma lei è piccolo.

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«Sono uno e 82, ho perso un centimetro con l' età. Ma nell' Italia del dopoguerra un ragazzo di uno e 83 era un gigante».

 

È vero che sua nonna Adelaide, a Mariano del Friuli, aveva ancora il ritratto di Francesco Giuseppe?

«No, ma era nata austriaca, e la mentalità era quella. Se un giorno saltavi scuola, il giorno dopo dovevi andare accompagnato dai genitori».

 

Nella primavera 1945 lei aveva tre anni. Ha qualche ricordo?

«Io che guardo alla finestra i tedeschi in ritirata, e mia madre che mi trascina via».

 

dino zoff dino zoff

Famiglia contadina. Cosa coltivavate?

«Di tutto. Uva, granturco, frumento, patate, girasoli. E prugne. Mia nonna mi allenava tirandomele. Io le paravo con la canottiera bianca su cui la mamma aveva ricamato in rosso il numero 1».

 

Cos' ha studiato?

«Tre anni di avviamento, due di istituto tecnico-meccanico; poi sono andato a Gorizia a lavorare come motorista. Aggiustavamo jeep militari e giocavo nelle giovanili. Provai per la Juve, il Milan, l'Inter: capo del vivaio era Meazza. Non mi presero».

 

E lei esordì in A con l'Udinese.

«Vincemmo a Torino con la Juve 3 a 2. Feci in tempo a prendere un gol da Charles. Di piede».

 

Poi il Mantova.

«Battemmo 1 a 0 l' Inter e le facemmo perdere lo scudetto del 1967. A Mantova incontrai Anna, mia moglie».

 

Che le è sempre stata vicina.

ZOFF TRAPATTONIZOFF TRAPATTONI

«Ha saputo starmi vicina e lontana. Oggi ci sono mogli di calciatori che rimproverano l' allenatore. Robe da matti».

 

Ilary Blasi, Wanda Nara.

«Wanda Nara fa anche la procuratrice».

 

Poi il Napoli e la Nazionale. L'Europeo 1968. La prima vittoria dopo la guerra.

«Si rividero i tricolori per strada. La notte della finale dormii con Gigi Riva in un alberghetto accanto alla stazione Termini, che ora non esiste più. Si sparse la voce e i tifosi ci circondarono, dovemmo affacciarci alla finestra per salutare. Eravamo imbarazzatissimi».

 

Com'era Riva?

«Gentile, chiuso, serio. Una forza della natura».

In Messico, Valcareggi le preferì Albertosi.

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«In Spagna mi aveva fatto due autogol Salvadore, buonanima. Perdemmo il posto tutti e due».

 

Come fu Italia-Germania 4-3 dalla panchina?

«I primi 90 minuti, orribili. Subimmo sino al pareggio di Carletto Schnellinger, che era stato mio compagno al Mantova. Valcareggi era una brava persona, ma comandavano Allodi, Franchi, e altri. Nascevano così pasticci come la staffetta».

 

Meglio Mazzola o Rivera?

«Sandro era più nervoso, veloce, ma Gianni non era un abatino, aveva due belle gambotte».

 

Nel 1973, primo anno alla Juve, si trovò sulla strada Crujff: arrivò secondo dopo di lui al Pallone d'Oro, perdeste con l'Ajax la finale di Coppa Campioni.

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«Crujff l' avevo incontrato già nell' inverno del 1969 in Coppa Uefa, con il Napoli ad Amsterdam. La partita era stata rinviata per una tempesta di neve. Giocammo sul ghiaccio, con le scarpe da riposo per non scivolare. Ai supplementari ce ne fecero quattro. Fuori dallo stadio c'era un teatro tenda dove facevano Hair. Si capiva che il mondo stava cambiando».

 

In quegli anni lei rimase 1.142 minuti senza prendere gol in Nazionale, record del mondo tuttora imbattuto.

«E ai Mondiali di Germania fummo eliminati con ignominia».

 

Vi prendeste la rivincita in Argentina.

«La più bella Italia di sempre. Bettega era al suo massimo: classe e cattiveria».

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Gli olandesi la infilarono due volte da lontano.

«Se avessi giocato meglio quella partita saremmo arrivati in finale, ma avremmo perso comunque. Quel Mondiale era segnato. L' Argentina si era esaltata».

 

Sentiste la pressione della giunta militare?

«Questo no. C'erano polizia ed esercito per strada; ma succedeva anche nell' Italia del sequestro Moro».

 

La Juve di Trapattoni era fortissima, però pativa il Toro. Perché?

libro presentato di zofflibro presentato di zoff

«I derby sono sempre gare particolari. Il Toro era uno squadrone. E poi c'era Pulici».

 

Cos'aveva di speciale Pulici?

«Niente. Fuori casa. Ma sotto la Maratona diventava una furia. Immarcabile».

 

Qual è la più grande Juve di sempre?

«Non si può dire. Cosa ne so io di Combi? Magari era più forte di me e di Buffon».

 

Non la appassiona l'argomento?

«Al contrario: mi appassiona moltissimo. Ne discutevo spesso con Boniperti: chi è stato il più grande del tuo tempo?».

 

Cosa rispondeva Boniperti?

«Parola e Valentino Mazzola».

 

E venne il Mundial del 1982.

«Silenzio stampa. L' unico che parlava ero io. Proprio a me doveva toccare. All' inizio, quando prendevo il microfono, i giornalisti si alzavano e se ne andavano. Una pressione pazzesca. Per fortuna in finale fece tutto la squadra; io di birra non ne avevo più».

 

Il bacio a Bearzot.

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«Per una volta anche io persi la testa. Bearzot era un padre, e un capo. Lui non prendeva ordini da nessuno. E non chiedeva consigli; neppure a me. Il calcio è semplice. Tirare fuori una compagine di uomini, e guidarla, è difficile».

 

Il suo grande amico era Scirea.

«Dopo la finale dovetti fermarmi per la solita conferenza stampa, tornai in ritiro con il furgone dei magazzinieri. Erano andati tutti a far baldoria. In camera trovai Gaetano: era rimasto ad aspettarmi. Festeggiammo con una sigaretta».

 

L'anno dopo, la finale di Coppa dei Campioni persa con l'Amburgo. Il tiro di Magath.

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«Dissero che avevo preso gol da 30 metri; ma era un tiro quasi dal limite dell' area. Adesso li chiamano eurogol; allora scrissero che ero cieco».

 

Com'era con voi l' Avvocato?

«Veniva negli spogliatoi nell' intervallo e non faceva nulla di quello che fanno di solito i presidenti: non incitava, non urlava; prendeva il caffè con noi. Un distacco presente. Faceva molte domande, tutte giuste. Capiva di calcio».

 

Ma da allenatore la mandarono via, dopo che lei aveva vinto Coppa Uefa e Coppa Italia.

Zoff AlbertosiZoff Albertosi

«Battemmo un Milan da leggenda: 1 a 0, gol di Galia. A ogni corner salivano a saltare di testa Gullit, Maldini, Van Basten, Rijkard. Mi giravo dall' altra parte, dal silenzio di San Siro capivo che non avevano segnato».

 

Al suo posto presero Maifredi.

«L'Avvocato volle dirmelo di persona, nella sua villa in collina. Non ho mai capito chi avesse deciso. Per la prima volta dopo 27 anni la Juve non si qualificò per le coppe europee».

 

Gli arbitri vi aiutavano?

Dino Zoff - Mario MontiDino Zoff - Mario Monti

«Ma no. Non era facile giocare nella Juve: la squadra più odiata d'Italia. Firenze era una bolgia. A San Siro potevo resistere solo io: mi tiravano di tutto. Ogni volta rientravamo a Torino con i vetri del pullman rotti».

 

Oggi la Juve fa bene a rivendicare i due scudetti revocati?

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«Così mi fa andare in crisi...».

 

Dino Zoff non va mai in crisi.

«Le risponderò, allora. No, non fa bene. Ci sono delle regole. Ci sono delle sentenze. Al processo ci fu un' autoaccusa della Juve. E Moggi è stato condannato dalla giustizia sportiva».

 

Il secondo di quegli scudetti andava assegnato all' Inter?

«No. Se il campionato è falsato, è falsato per tutti».

 

Nella sua autobiografia «Dura solo un attimo la gloria», lei scrive parole dure: «Ho fallito la mia missione», «non ho lasciato il segno». Perché?

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«Ho sempre creduto nei valori dello sport, inteso come miglioramento dell'uomo. Oggi il calcio è uno spettacolo. Il nostro mondo ha sempre avuto una dose di furbizia; ma oggi il livello di furbizia arriva alla disonestà. Fregare l' arbitro con una sceneggiata, irridere l' avversario... oggi non potrei giocare 330 partite di fila. Se uno dopo un gol mi avesse fatto i balletti, alla prima uscita l' avrei sderenato. E sarei stato espulso».

 

Anche ai vostri tempi ci fu lo scandalo del calcioscommesse.

«Il calcio è la punta dell' iceberg. Assomiglia alla società. Ne esprime il degrado».

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In questi anni ha visto l' Italia migliorare o peggiorare?

«L' ho vista esagerare. Parlare troppo. Perdere sostanza, concretezza».

 

Lei si dimise da allenatore della Nazionale, dopo una finale europea persa ai supplementari, per un aggettivo: «Indegno». Pronunciato da Berlusconi.

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«Berlusconi era l'uomo più potente d' Italia. In federazione, Nizzola a parte, si adeguarono. Mi dissi: se ci attaccano dopo che abbiamo giocato bene, cosa faranno quando giocheremo male? Così mi dimisi. E in Italia le dimissioni sono un atto rivoluzionario. Fuori dal sistema. Puoi comprare un arbitro, puoi vendere una partita; il sistema ti riassorbe. Se ti dimetti, se ti chiami fuori, il sistema ti cancella. E non puoi fare la rivoluzione da solo».

 

Con Berlusconi vi siete mai chiariti?

«Mai».

 

Lei è sempre severo, anche con se stesso.

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«Forse esagero anch' io, nell' autocritica. Ho avuto paura di non avere coraggio. Volevo giocare sempre, anche quando non stavo bene. Mi sforzavo nella ricerca della perfezione, sino a violentarmi».

 

Grillo come lo trova?

«Da comico diceva cose che poi sono successe. Come sulla Parmalat. Da politico, esagera».

 

E Renzi?

«L' Italia è un grande condominio rissoso dove per cambiare uno zerbino si fanno tre riunioni; governarla non è facile. Ma anche Renzi un po' esagera. Lo vedevo sul red carpet al G-8, tutto impettito. Mi veniva da dirgli: ingobbisciti un po'... E guardi che con me è stato gentile. Mi ha chiamato quando sono stato male».

 

Encefalite virale.

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«Una bella botta. Ma ora sto bene».

 

Maradona o Messi?

«Messi è un campione. Maradona è un fenomeno. Uno cui il Signore ha messo una mano sulla testa, cui viene perdonato tutto, anche la sospensione della morale».

 

Zoff o Buffon?

«Gigi è esploso prima, io sono maturato col tempo. Ma certo non mi sento inferiore».

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