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LA COOPERATIVA ROSSA - LA FERRARI "AUTARCHICA" NATA NEL MOMENTO PIÙ BUIO DEL CAVALLINO CON LA SCELTA DI AFFIDARSI ALL'EX N.2 DELL'AREA MOTORI BINOTTO E A UN POOL DI INGEGNERI ITALIANI – AUDISIO: “MARCHIONNE HA RISCHIATO, ANCHE PER DISPERAZIONE, MA HA VINTO" - LA RABBIA DEL "KAISER" DELLA MERCEDES, TOTO WOLFF - VIDEO

 

Marco Mensurati per la Repubblica

 

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Toto Wolff, il capo della Mercedes, oltre ad essere una delle persone più influenti del paddock, è anche noto per essere uomo mite e solitamente composto. Per questo, quando le telecamere lo hanno inquadrato mentre, accecato dalla rabbia, cercava di demolire a pugni uno dei server del box, allora è stato chiaro a tutti che qualcosa di davvero grosso stava succedendo in pista. La Ferrari autarchica, quella "inventata" la scorsa estate, più per disperazione che per scelta, da Sergio Marchionne, aveva mandato in tilt la superpotenza anglo-teutonica del motorsport.

 

Che la vittoria rotonda, piena, convincente, all' Albert Park possa essere l' alba di una nuova era, come sostenevano nei siti e nelle chat tifosi del Cavallino, è troppo presto per dirlo. Arriveranno circuiti meno favorevoli, gli avversari si ingegneranno gingillandosi con i loro "bottoni magici", sospensioni intelligenti e benzine arricchite, Hamilton rinuncerà a qualche concerto a Miami, e certamente la Mercedes tornerà ad essere la prima della classe. Però intanto un granello di sabbia negli ingranaggi è stato messo. E l' esito finale del processo che si è innescato è impossibile da prevedere.

 

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A dire il vero, in Ferrari, nemmeno ci provano, a prevederlo. E fanno bene, si distrarrebbero e basta. È paradossale dirlo alla prima gara, ma del resto il loro obbiettivo - presentarsi al via di questa stagione con una macchina competitiva - l' hanno già raggiunto. Ora si tratta solo di continuare a spingere il più possibile, giusto per non avere nessun rimpianto alla fine.

 

Una condizione ideale dal punto di vista agonistico, tutta la pressione è rovesciata sulle spalle degli avversari, nella quale nemmeno il più ottimista dei tifosi fino a pochi mesi fa pensava di potersi trovare. E sì che la macchina che ieri ha strapazzato la Mercedes è nata in quello che sembrava essere il momento più buio della storia ferrarista. Era poco meno di un anno fa. L' estate era alle porte, dopo tre-quattro gare la Mercedes aveva già preso il largo e la Red Bull aveva già fatto capire di averne di più della Ferrari.

 

Marchionne, furibondo, allontanò il dt James Allison, ora alla Mercedes, e dopo una rapida ricognizione sul mercato capì che nessun top designer aveva intenzione di dedicarsi all' impresa di risollevare la Ferrari. Così cominciò a studiare un piano B. Potere alle seconde linee, decise, a quelli che negli ultimi anni avevano lavorato, anche bene magari, ma all' ombra dei nomi più grossi o in altri settori della Ferrari.

 

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La responsabilità del progetto, che Allison aveva appena fatto in tempo ad abbozzare, venne così consegnata nelle mani di Mattia Binotto, ex numero due dell' area motori, promosso a numero uno nel 2014 e infine, per l' occasione, elevato al rango di dt. Intorno a Binotto, un pool di ingegneri italiani, "la cooperativa rossa": il responsabile del telaio Simone Resta, l' aerodinamico Enrico Cardile, e il capo della power unit Lorenzo Sassi. "Italianità", "struttura orizzontale", "lavoro di squadra".

 

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Erano queste le parole chiave della rivoluzione annunciata ufficialmente il 2 agosto da Sergio Marchionne. E accolta dallo scetticismo generale. Alla fine, invece, ha avuto ragione lui. Senza arrivare a spolverare il vecchio luogo comune degli italiani che si ritrovano nelle difficoltà, basti dire che l' idea di Marchionne, che adesso da Maranello si gode la vittoria («Era ora!»), ha funzionato. Una spiegazione sembra faticare persino Sebastian Vettel a darsela: «Ci siamo concentrati su quello che dovevamo fare di volta in volta senza guardarci intorno. Nell' ultimo anno sono successe tante cose, c' è stato un rimescolamento delle carte. Ma noi, specie negli ultimi due mesi, siamo rimasti calmi e abbiamo lavorato».

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La vera differenza sostiene Vettel l' hanno fatta i sentimenti: «La felicità in particolare. A Maranello la gente era felice di lavorare insieme. Gli uni con gli altri.

Non c' erano scorciatoie del resto, bisognava lavorare tanto, pensare tanto a quello che si faceva; e tutto quel sacrificio lo fai solo se ti spinge la passione, la voglia ». Va detto che anche Vettel ci ha messo parecchio del suo.

 

Non solo in pista, qui a Melbourne (dove ha spinto come un matto) ma anche in fase di progettazione della macchina che, non è un caso, gli stessi meccanici che è corso ad abbracciare prima di far suonare l' inno di Mameli sembra gli abbiano cucito addosso.

 

 

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2. IL GENIO ITALIANO CHE NASCE DALLA NECESSITÀ

 

Emanuela Audisio per la Repubblica

 

È un ritorno al futuro made in Italy. O se preferite al glocal. A una Ferrari fatta in casa, in quella via Emilia, così lontana da Hollywood, ma così coop rossa. Rinascita o resurrezione, fate voi. Ma il primo Gp della stagione va alla Ferrari. In Australia è primo Vettel, che costringe Hamilton a sbagliare. Vince il neorealismo italiano dove la genialità nasce spesso dalla necessità, dal dovere fare a meno, e dalla consapevolezza di chi si assume la propria responsabilità sapendo che non c' è più uno scudo magico di protezione.

 

«Questo è per noi, grazie macchina» urla Vettel in italiano. È il riconoscimento ai suoi meccanici, a se stesso, a chi invece di frugare nei segreti degli altri, si è concentrato sulla propria competenza, sulla voglia di contare. Vettel è stato aggressivo, ha marcato Hamilton a uomo, seguendo il consiglio che il paron Rocco dava ai suoi difensori: «Seguilo anche quando va in bagno».

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Così Hamilton, attaccato, ha ceduto alla pressione. Il tedesco sarà meno elegante e cool di lui, ma forse è più furbo o solo pratico. Quando è stato il momento di testare le nuove gomme Pirelli, più larghe e molto vintage, Vettel lo ha fatto, con meticolosa serietà, dando precise indicazioni ai meccanici al fine di avere una macchina adatta a lui e alla sua guida. Come a dire: assecondatemi, venitemi incontro, e io farò lo stesso. Si chiama condivisione. Il Gp d' Australia rilancia un bel film dove regista, attore e sceneggiatore condividono la trama. E dove auto, pilota, strategia seguono lo stesso ciak. Nel mondo capovolto, down under, che è l' Australia, la Ferrari rovescia ogni incertezza e passa al comando. Sono 57 giri che portano Vettel al quarto successo in Ferrari dopo un anno e mezzo di nuvole.

 

Troppo poco per dire che la casa di Maranello è tornata grande, ma abbastanza per sottolineare che c' è stata una sterzata, che nessuno scarica più colpe sugli altri, che la maggior concentrazione aiuta, che il capovolgimento voluto da Marchionne funziona. Minor burocrazia, più parlare diretto, più ascolto a chi conosce da dentro il team, meno mercenari.

 

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Ne è venuta fuori una supermacchina, molto agile, un ottimo motore e finalmente un noi. Nel senso che chi disegna, chi costruisce, chi pilota, chi decide la strategia stringono lo stesso volante e ingranano le stesse marce. La Mercedes per ora china la testa, certamente si riprenderà su altri circuiti, ma la sua perfezione (e presunzione) è graffiata, e intanto la Ferrari non è più dietro la lavagna, ma in cattedra.

 

Marchionne ha rischiato, anche per disperazione, ma ha vinto. Ha fermato la discesa e ha dimostrato che si deve sempre fare qualcosa, che allargare le braccia favorisce la passività, molto meglio mettersi a lavorare, passo dopo passo, ricordandosi le proprie potenzialità.

 

Sarà anche vero che si va verso una Formula Uno dove non si sorpassa più, dove le macchine sono molto affidabili e non si rompono più, dove regna un' emozione che a qualcuno piace fredda e non calda, dove la strategie di gara sono telecomandate, e dove il pilota più che sentire, esegue, come fosse un autista di volontà altrui, ma sapere che la Ferrari si è rimessa in strada significa che la primavera può continuare. E che la lotta non sarà più ad armi dispari.

 

La novità è che la sua rinascita è dovuta ad un gruppo di all italian boys: dal dt Binotto a Resta, da Cardile a Sassi, e nell' ombra, ma decisivo, il sudafricano Rory Byrne, già in scuderia ai tempi di Schumacher. La Ferrari torna on the road, ma soprattutto torna al cuore e alla memoria di Maranello. E al piacere di provare a correre da sola.

 

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