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IL VATTIMO SESSUALE - “IL COMING OUT L’HO FATTO TARDI, A 39 ANNI. PRIMA FUI SUL PUNTO DI SPOSARMI CON GIANNA. GLIELO DISSI: MA SE UNA VOLTA ALLA SETTIMANA VADO A CAVALLO A TE COSA IMPORTA?”- IL “TRIANGOLO" CON GIANPIERO E SERGIO: “UN ERRORE”

Simonetta Fiori per “la Repubblica”

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Una mattina a casa di Gianni Vattimo, tra pareti color salmone nel bel palazzo di via Po. Un gatto fulvo come il fumetto Garfield salta sui divani bianchi mettendo allegria al padrone di casa («È la prima “persona” che vedo al mattino»).

 

Non è una testimonianza rituale quella che chiediamo allo studioso di Heidegger. «Ho un po’ di pudore nel trattare l’argomento. Temo che diventi una specializzazione, come se indossassi la maglia della Banda Bassotti».

 

A ottant’anni parla di sé, dei suoi amori, della sua omosessualità ancora con l’affanno di un uomo di quella generazione, venuto da un pianeta sideralmente lontano dalla terra delle unioni civili.

 

Eppure niente più del suo racconto ci aiuta a capire il bisogno di normalità, anche se travestito da provocazione. E il lungo cammino per conquistarla. «Il mio fu un outing tardivo e involontario. Era il 1975, avevo 39 anni, stavo da tempo con Gianpiero».

 

Come accadde?

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«Una mattina all’Università scoprii dai quotidiani di essere candidato nelle liste del Fuori, il movimento di Pezzana. Un colpo. Sì, certo, fino a quel momento non avevo nascosto niente, ma la pubblicizzazione sul giornale mi fece un certo effetto. Ebbi paura anche delle ripercussioni sul piano accademico. E pregai mia sorella di nascondere i quotidiani a mia madre».

 

Non gliene aveva parlato?

«No. Era una signora di 75 anni, cultura medio-bassa, di mestiere sarta. E io non me la sentivo di mutare troppo violentemente il punto di vista delle persone a cui volevo bene. Speravo capissero senza troppe parole».

 

Come se provasse vergogna.

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«Non era stato facile neppure per me. Da ragazzo ero un cattolico praticante. Dai, aspetta che passa, mi dicevo. Anche il mio direttore spirituale, monsignor Caramello, cercava di incoraggiarmi a una vita normale. Mi faceva recitare pezzi di rosario per terra con le mani sotto le ginocchia. E una volta mi mandò da uno psichiatra ».

 

Per correggerla?

«Penso di sì. Fui sottoposto al test di Rorschach, ma non mi fecero mai sapere il risultato. O ero un caso disperatissimo o non avevo bisogno di terapia».

 

Lei si cercò una fidanzata.

«Un gran pasticcio. Se volevo divertirmi andavo al Valentino. Ma lo facevo di rado, sempre con un senso di mortificazione. E poi cercavo un rapporto d’affetto con le ragazze. Ero tormentato, mi venne l’ulcera».

 

A un certo punto fu vicino al matrimonio.

Gianni Vattimo Gianni Vattimo

«Volevo molto bene a Gianna, d’una famiglia dell’alta borghesia torinese. Ma il padre fiutò la mia irregolarità, così fece di tutto per allontanarci. Io in realtà non ingannavo Gianna. Credo anche di averglielo detto: ma se io una volta alla settimana vado a cavallo a te cosa importa? Pensavo che potesse esserci una sessualità doppia ma senza ipocrisie».

 

Però era sempre dentro una convenzione costrittiva: per poter essere se stesso doveva trovare una moglie.

«Volevo essere un buon cristiano, un buon accademico, uno a posto insomma. Un’esigenza personale prima ancora che sociale. E non ero un cacciatore di dote. Con Gianna parlavo davvero di combattere insieme i mostri. Le citavo una frase del Re Lear: oh cara moglie, la mia mente è piena di serpenti. E Gianna sapeva benissimo che c’era in me qualcosa che io volevo esorcizzare insieme a lei».

Gianni VattimoGianni Vattimo

 

Il fatto è che non erano mostri né serpenti, ma la sua natura sessuale.

«Certo, ma io la sentivo come un demonio che mi spingeva alla turpitudine. Ricordo un pomeriggio di primavera che ero andato in giro al Valentino come un vecchio gatto. E intanto all’università Pareyson mi cercava per l’Enciclopedia Filosofica. Da una parte una grande responsabilità intellettuale, dall’altra il massimo del disordine. Io ne soffrivo».

 

Come visse Pareyson la omosessualità dell’allievo?

«Credo che l’abbia digerita grazie alla moglie psicoanalista, che l’ha educato a sopportarmi. Solo una volta mi disse: “Ah questo Pasolini, pubblicamente omosessuale”. Non ho capito se parlasse a suocera perché nuora intendesse. Una volta mi incontrò a Piazza Castello con Julio, il mio amico ballerino peruviano. Però, che bel ragazzo!, mi disse».

 

Julio è stato importante.

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«Sì, Julio mi ha insegnato a vivere gioiosamente sessualità e sentimento. Finché ho avuto la speranza di diventare un eterosessuale normale, il sesso era soltanto la follia di una notte. Con Julio tutto questo finisce.

 

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Mi sentivo in grazia di Dio. C’è un distico di Hölderlin che dice: “Solo talvolta sopporta l’uomo pienezza divina, sogno di essi è dopo la vita”. Ma la storia sarebbe durata poco. Julio era una fraschetta totale, puro teatrante. E quando mi lasciò, nel 1969, soffrii le pene dell’inferno».

 

Lei avrebbe fatto outing solo sei anni dopo. Perché?

«Forse perché il Sessantotto rappresentò una liberazione sessuale relativa, solo della sessualità regolare: difficile per un gay lasciarsi andare durante le occupazioni notturne... A sinistra restava un fondo di bigottismo, che liquidava l’omosessualità come vizio borghese. Ho conosciuto operai della Fiat che certo non lo dicevano ai compagni».

 

Poi arrivò Gianpiero Cavaglià e fu come un matrimonio.

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«Sì, un ragazzo molto intelligente, impegnato. Sarebbe diventato un grande comparativista, legato a Cesare Cases. Tra noi non fu una passione sfrenata, ma il matrimonio per passione non dura a lungo. Gianpiero rappresentava la tranquillità. E fu allora che mi passò l’ulcera».

 

Tranquillità relativa visto che dopo qualche anno sarebbe venuto a vivere con voi Sergio.

«E lì comincia un pasticcio. Era uno studente del primo anno, cominciò a frequentare la nostra soffitta di via Mazzini, finché sono stato colto da una sorta di hybris politico-culturale: violare la famiglia monogamica attraverso una comune più ampia. Un errore ».

 

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Che accadde?

«Era come avere due figli. E tra i fratelli sorgevano gelosie continue. Ma io spesso andavo a insegnare negli Stati Uniti e mi faceva piacere che loro si facessero compagnia, sorvegliandosi a vicenda. La vita gay a quell’epoca non era molto rassicurante. E in me agiva sempre la paura del mostro».

 

Finché Gianpiero scopre di avere l’aids.

«Nell’86 cominciò il periodo temendo della malattia, dentro e fuori gli ospedali. Gianpiero era ridotto a una larva quando venne a trovarlo Ottavio Mai, che vedendolo in quel modo il giorno dopo mise la testa in un sacchetto di plastica».

 

Anche Gianpiero aveva tentato il suicidio.

Gianni VattimoGianni Vattimo

«Una mattina di Pasquetta lo trovai che rantolava, vicino un foglietto scritto in francese. Riuscimmo a salvarlo e lui si arrabbiò tanto. Poi però avremmo trascorso un’estate abbastanza allegra, a guardare i cartoni animati canticchiando le canzoni di Cielito Lindo ».

 

Alla fine del 1992 lei resta solo con Sergio.

«Sì, entrambi addolorati e spaesati. Prendemmo a viaggiare per il mondo, io all’epoca ero un accademico ben ricevuto. Giappone. Francia. Stati Uniti. Sergio Mamino era uno storico dell’arte, quel poco che so lo devo a lui.

 

Dieci anni vissuti in agiata serenità, fino al febbraio del 2003 quando un’ecografia al polmone gli rivela un tumore di sei centimetri. Facemmo un ultimo viaggio in America, nella casa di Lloyd Wright sulla cascata. Morì sul volo del rientro».

 

Una vita costellata di lutti.

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«Sì, a tal punto che temo di essere troppo protetto dal dolore degli altri. E mi dispiace».

 

È mai riuscito a parlare della sua omosessualità con i suoi amici intellettuali?

«Quando divenne pubblica, mi aspettavo che Umberto Eco e Furio Colombo me ne chiedessero conto. E invece niente. Da Umberto solo rari accenni, in forma scherzosa. Però una volta passeggiando in via Po, tra una citazione di Gargantua e una disputa filosofica, mi disse con tono disinvolto: deciditi.

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Se vuoi essere omosessuale fai l’omosessuale, altrimenti trovati una moglie. Forse si preoccupava per me, ma non voleva darlo a vedere».

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