AUSTRIA INFELIX - SOSPESA TRA SACHER TORTE E SACHER-MASOCH, VIENNA PARTORISCE MOSTRI COME JOSEF FRITZL, STUPRATORE-AGUZZINO DELLA FIGLIA - DA FREUD IN POI, UN PAESE-"LABORATORIO" DI PERVERSIONI SESSUALI.
Bruno Ventavoli per "La Stampa"
Non c'è un graffio, né una macchia sulla casa dove Josef Fritzl ha segregato la figlia. Eppure oltre quella superficie illibata il buon padre di famiglia l'ha stuprata per 24 anni senza che nessuno se ne accorgesse. E quante volte è accaduto, nella Felix Austria, che dietro l'apparente perfezione covassero fantasmi, nevrosi, follie. Non a caso, proprio qui, nel centro della Duplice Monarchia, Freud rimestò nei penetrali dell'animo umano, scoprendo ferite nascoste, sempre pronte a riaprirsi, a suppurare.
Qualche lustro prima l'emerito neurologo Richard von Krafft-Ebing compilò la prima gigantesca enciclopedia delle perversioni sessuali. Centinaia di casi, di rispettabili cittadini e madri di famiglia, sfilavano nella sua clinica per confessarsi. Si spogliavano delle vesti puritane, dei gradi militari, degli incarichi civili, per dire che vagheggiavano di accoppiarsi con cadaveri o di fustigare prostitute, e impeccabili maestri dell'impero confessavano passioni pedofile per gli allievi, ben prima che arrivasse YouTube.
Proprio qua è nato il termine «sadomasochismo», in omaggio a Sacher-Masoch, aristocratico d'antico lignaggio, scrittore di raffinate atmosfere, sincero teorico della massima tolleranza verso ebrei e minoranze, che provava piacere a farsi maltrattare dall'amata moglie Wanda. E Felix Salten? Oltre a «Bambi», scrisse «Josephine Mutzenbacher», storia di una ragazzina che comincia a prostituirsi a 13 anni e fa del proprio corpo uno straordinario strumento di ascesa sociale, sfruttando ogni vizio maschile.
E quando Vienna smette di essere la capitale della Restaurazione, la pista da ballo dei valzer lungo il Danubio blu, diventa il laboratorio delle arti e delle inquietudini nevro-erotiche della modernità. Nei ghirigori della Secessione, negli abbracci scarniti di Schiele, affiora l'insanabile tragedia dell'amore, la sua contiguità con la morte e la pazzia. Compaiono assassini seriali che traducono in omicidi sessuali la dissoluzione dei regni millenari. Il Moosbrugger di Musil, per esempio. O il meno conosciuto, ma più straordinario, ungherese Béla Kiss, che eliminò decine di donne e riuscì a sfuggire alla giustizia di mezza Europa (e forse d'America) con la beffarda intelligenza di un Arsenio Lupin.
I moderni romanzi di Bernhard, della Bachmann, di Handke scorticano l'Austria infelix del dopoguerra, mettendo a nudo le nuove, eterne, aberrazioni. Il benessere, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo sci, l'ecologia perfetta delle città, sono solo una cappa asfissiante. Basta intrufolarsi nei focolari borghesi, tutto trine e porcellane, per trovare in famiglia violenza, atrocità, sopraffazione.
La «Pianista» di Elfriede Jelinek, annientata da una madre possessiva, scivola nel sadomasochismo senza limiti. Ulrich Seidl, straordinario cineasta, filma in «Canicola» storie di ordinario orrore viennese. Anche qui dimore perfette, giardini irrigati, ma dietro le pareti di nudo cemento corpi sfatti di uomini e donne che sfiorano in un sesso dolente, estremo, malato, l'amaro mistero del vivere: una madre che ha perso la figlia si getta in amplessi degradanti e casuali, un uomo si tormenta i genitali cantando l'inno nazionale.
Serial killer e perversioni non sono, ovviamente, prerogativa austriaca. Ma solo lì s'accordano con valzer, jodel, orologi a cucù. E solo lì, forse, la follia, riesce a covare segreta per anni, per decenni, con la stessa silenziosa, burocratica, perseveranza che ha reso leggendario l'impero asburgico. In quel Josef Friztl che ha generato sette figli con la moglie, e sette figli con la figlia che stuprava, c'è qualcosa di mostruosamente Biedermeier. Di mostruosamente e unicamente austriaco.
Dagospia 29 Aprile 2008
Non c'è un graffio, né una macchia sulla casa dove Josef Fritzl ha segregato la figlia. Eppure oltre quella superficie illibata il buon padre di famiglia l'ha stuprata per 24 anni senza che nessuno se ne accorgesse. E quante volte è accaduto, nella Felix Austria, che dietro l'apparente perfezione covassero fantasmi, nevrosi, follie. Non a caso, proprio qui, nel centro della Duplice Monarchia, Freud rimestò nei penetrali dell'animo umano, scoprendo ferite nascoste, sempre pronte a riaprirsi, a suppurare.
Qualche lustro prima l'emerito neurologo Richard von Krafft-Ebing compilò la prima gigantesca enciclopedia delle perversioni sessuali. Centinaia di casi, di rispettabili cittadini e madri di famiglia, sfilavano nella sua clinica per confessarsi. Si spogliavano delle vesti puritane, dei gradi militari, degli incarichi civili, per dire che vagheggiavano di accoppiarsi con cadaveri o di fustigare prostitute, e impeccabili maestri dell'impero confessavano passioni pedofile per gli allievi, ben prima che arrivasse YouTube.
Proprio qua è nato il termine «sadomasochismo», in omaggio a Sacher-Masoch, aristocratico d'antico lignaggio, scrittore di raffinate atmosfere, sincero teorico della massima tolleranza verso ebrei e minoranze, che provava piacere a farsi maltrattare dall'amata moglie Wanda. E Felix Salten? Oltre a «Bambi», scrisse «Josephine Mutzenbacher», storia di una ragazzina che comincia a prostituirsi a 13 anni e fa del proprio corpo uno straordinario strumento di ascesa sociale, sfruttando ogni vizio maschile.
E quando Vienna smette di essere la capitale della Restaurazione, la pista da ballo dei valzer lungo il Danubio blu, diventa il laboratorio delle arti e delle inquietudini nevro-erotiche della modernità. Nei ghirigori della Secessione, negli abbracci scarniti di Schiele, affiora l'insanabile tragedia dell'amore, la sua contiguità con la morte e la pazzia. Compaiono assassini seriali che traducono in omicidi sessuali la dissoluzione dei regni millenari. Il Moosbrugger di Musil, per esempio. O il meno conosciuto, ma più straordinario, ungherese Béla Kiss, che eliminò decine di donne e riuscì a sfuggire alla giustizia di mezza Europa (e forse d'America) con la beffarda intelligenza di un Arsenio Lupin.
I moderni romanzi di Bernhard, della Bachmann, di Handke scorticano l'Austria infelix del dopoguerra, mettendo a nudo le nuove, eterne, aberrazioni. Il benessere, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo sci, l'ecologia perfetta delle città, sono solo una cappa asfissiante. Basta intrufolarsi nei focolari borghesi, tutto trine e porcellane, per trovare in famiglia violenza, atrocità, sopraffazione.
La «Pianista» di Elfriede Jelinek, annientata da una madre possessiva, scivola nel sadomasochismo senza limiti. Ulrich Seidl, straordinario cineasta, filma in «Canicola» storie di ordinario orrore viennese. Anche qui dimore perfette, giardini irrigati, ma dietro le pareti di nudo cemento corpi sfatti di uomini e donne che sfiorano in un sesso dolente, estremo, malato, l'amaro mistero del vivere: una madre che ha perso la figlia si getta in amplessi degradanti e casuali, un uomo si tormenta i genitali cantando l'inno nazionale.
Serial killer e perversioni non sono, ovviamente, prerogativa austriaca. Ma solo lì s'accordano con valzer, jodel, orologi a cucù. E solo lì, forse, la follia, riesce a covare segreta per anni, per decenni, con la stessa silenziosa, burocratica, perseveranza che ha reso leggendario l'impero asburgico. In quel Josef Friztl che ha generato sette figli con la moglie, e sette figli con la figlia che stuprava, c'è qualcosa di mostruosamente Biedermeier. Di mostruosamente e unicamente austriaco.
Dagospia 29 Aprile 2008