NON BASTA LO ZIO TOM D’AMERICA PER LA ROMA, ORA ARRIVANO I CINESI - I FONDI SOVRANI DI PECHINO PUNTANO AL 20% DELLA “MAGGICA” - DOPO L’OPA DA 30 MLN €, L’ESBORSO DA 24 MLN E UN AUMENTO DI CAPITALE CHE NE VALE ALTRI 100, UNICREDIT BY FIORENTINO NON VEDE L’ORA DI SMOLLARE LE QUOTE GIALLOROSSE - DIBENEDETTO E PALLOTTA VOGLIONO SOLO VENDERE MAGLIETTE E CEMENTIFICARE IL NUOVO STADIO - L’UNICA SICUREZZA? I PICCOLI AZIONISTI DELLA ROMA HANNO PERSO L’87% DELL’INVESTIMENTO...

Luca Iezzi per "Affari & Finanza - la Repubblica"

Per la Roma due continenti non bastano. Il club calcistico As Roma, già diviso tra Unicredit e i "bostoniani" guidati da Thomas Dibenedetto, potrebbe avere presto un socio cinese. I fondi sovrani di Pechino hanno bussato alla porta della banca che ne ha in mano i destini da diversi anni, segnalando l'interesse per la società. Gli investitori non disdegnavano l'idea di rilevare l'intero pacchetto di controllo, ma l'avventura americana è già troppo avviata per fare marcia indietro, per cui ora si sta ragionando sulla possibilità di inserire i fondi cinesi nella nuova compagine azionaria, con una quota di minoranza fino al 20%.

Prima però bisogna chiudere completamente i capitoli del passato: dalla settimana prossima partirà, dopo qualche controllo supplementare da parte della Consob, l'Opa obbligatoria da 30 milioni di euro per rastrellare il 33% ancora sul mercato della As Roma. Solo dopo la chiusura dell'offerta, il 3 novembre (più eventuale squeezing dei titoli non consegnati in Opa), la Newco Neep Roma Holding avrà il 100% e si potrà pensare ai passi futuri. I piccoli azionisti nel frattempo contabilizzano le perdite: il prezzo riconosciuto di 0,6781 significa un calo del 37% rispetto ad un anno fa e dell'87,7% rispetto al collocamento (5,5 euro ad azione nel 2000).

Non risultano contatti tra il presidente della società Dibenedetto e i cinesi, anche se l'ambizione (comune e reiterata da parte di quasi tutti i club europei) di "sfondare sui mercati asiatici", ribadita venerdì scorso dal presidente, assume in questo senso un profilo molto più concreto, con la sicura prospettiva commerciale di coniugare sport e turismo sulla direttrice Italia-Cina, oltre alle consistenti disponibilità economiche dei possibili nuovi entranti.

Perno di tutto sarà ancora Unicredit ed in particolare Paolo Fiorentino, vicedirettore e prossimo rappresentante della banca e membro del board a Trigoria. I cinesi sono visti a piazza Cordusio come un modo per avvicinare il momento dell'uscita, soprattutto considerando che il dossier "Roma" è rimasto una costante in un decennio in cui è cambiato tutto: perimetro del gruppo bancario (Banca di Roma, Capitalia e poi Unicredit) e manager (Cesare Geronzi, Matteo Arpe, Alessandro Profumo e Federico Ghizzoni).

Così come costante è stato l'aumento dell'esposizione e il rischio di pesanti svalutazioni. Quella con i cinesi sarebbe una cessione di quote, una novità nella storia recente del club che da quando ha chiuso il capitolo della famiglia Sensi si è rivelato un asset particolarmente illiquido.

Dopo oltre un anno e mezzo dall'accordo di liquidazione di Italpetroli (con oltre 400 milioni di euro di crediti sempre più difficili da ottenere) per Unicredit la vendita della società calcistica non ha avvicinato il disimpegno. La Neep Roma, nuova capogruppo e tra poco azionista unico, è solo al 60% degli americani, mentre il 40% è ancora del portafoglio partecipazioni del gruppo guidato da Federico Ghizzoni.

Questo ha fatto sì che i 60 milioni del passaggio del 67% del pacchetto di maggioranza sia costato 36 ai nuovi acquirenti ed altri 24 a Unicredit. Non solo, la società ha deliberato un imminente aumento di capitale da 100 milioni in tre tranche, la prima, da 50 milioni, dovrebbe avvenire entro la fine dell'anno, anche per coprire il buco patrimoniale che le gestioni degli ultimi anni hanno creato (in crescita dai 40 milioni contabilizzati a marzo). Proprio perché un altro esborso da 20 milioni non sembra evitabile per la banca, l'arrivo dei nuovi investitori sembra non più differibile.

Anche perché l'approccio del presidente Dibenedetto e soprattutto dal motore finanziario dei nuovi proprietari, il gestore di hedge fund James Pallotta, è ben lontano dai faraonici piani d'investimento dei magnati russi e arabi che hanno rilevato Chelsea, Manchester City e Paris Saint Germain.

Pallotta, lontano al momento del calciomercato (il più atteso dai tifosi) è volato nella capitale solo la settimana scorsa per discutere con il Coni e con gli uomini del sindaco Gianni Alemanno della costruzione del nuovo stadio di proprietà, essendo lo sviluppo immobiliare uno dei suoi campi d'investimento (con lo sport e la finanza). Segno che, pur con proprietari dai passaporti esotici e grandi fortune, il tempo delle spese folli nella capitale per gestire una squadra di calcio, (euforia esportata anche a Piazza Affari), è definitivamente tramontato.

 

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