BANCHE MOLTO POPOLARI – CON L’ABOLIZIONE DEL VOTO CAPITARIO PER LE POPOLARI PIÙ GRANDI RENZIE SCONTENTA UN VASTO FRONTE, CHE VA DAI CATTO-COMUNISTI AI LEGHISTI, PASSANDO PER FORZISTI E ALFANIANI – IN PARLAMENTO SARÀ BATTAGLIA

 

1. LE PRIME 10 BANCHE POPOLARI SI TRASFORMERANNO IN SPA MA È SCONTRO NEL GOVERNO

Vittoria Puledda per “la Repubblica

 

RENZI E PADOANRENZI E PADOAN

«E’ una giornata storica, perché dopo 20 anni di dibattito interveniamo attraverso un decreto legge sulle banche popolari». E’ Matteo Renzi ad annunciare, subito dopo il consiglio dei ministri, il primo articolo dell’Investment compact. Quello che cancella il voto capitario (una testa un voto, a prescindere dal numero di azioni detenute) nelle banche popolari.

 

Non il mondo del credito cooperativo delle Bcc, come ha chiarito lo stesso premier su Twitter, e nemmeno tutte le popolari: solo quelle che hanno un attivo superiore a 8 miliardi di euro, che avranno 18 mesi di tempo per recepire le novità legislative e trasformarsi in spa. «Abbiamo troppi banchieri e facciamo poco credito», ha ripetuto ieri.

 

MATTEO RENZI E PIERCARLO PADOAN MATTEO RENZI E PIERCARLO PADOAN

E’ stata fatta «una scelta quantitativa, che concilia la necessità di dare una scossa forte preservando però in alcuni casi una forma di governance che ha servito bene il paese», ha spiegato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Ed ha aggiunto: «Andranno valutati in futuro altri suggerimenti di modifica della governance ». Insomma: «Gradualità, ma indirizzo chiaro».

 

Il provvedimento attuale riguarda - come ha detto Renzi - dieci banche: dunque le sette popolari quotate, più Veneto banca e Popolare di Vicenza (entrambe grandi abbastanza da essere passate sotto il controllo della Bce) e la Popolare di Bari. Secondo Padoan la riforma favorirà «un processo di consolidamento di mercato dopo la crisi e il passaggio al regime regolatorio di supervisione europeo» (la Bce sembraaver caldeggiato la riforma delle popolari).

 

camusso fassina a romacamusso fassina a roma

Ma il percorso di riforma non è stato semplice e non lo sarà in Parlamento: non solo si sono scagliati contro i rappresentanti di Forza Italia e Movimento 5 stelle, ma all’interno dello stesso governo il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha assunto una posizione decisamente critica. Lupi ha contestato la scelta del provvedimento d’urgenza del decreto, ha sottolineato la necessità di non distruggere i rapporti con il territorio e le Pmi, e infine ha chiesto perché non discuterne in Parlamento. E proprio in Parlamento, dove ragionevolmente ci sarà battaglia sulla conversione del decreto legge, il Nuovo Centro Destra a quanto pare si vuole tenere le mani libere.

renzi dalema fassina civati   gioco dello schiafforenzi dalema fassina civati gioco dello schiaffo

 

Di sicuro è una riforma che va nella direzione di quanto auspicato più volte dall’Fmi e da anni chiesta da Bankitalia, per quanto ieri mattina il governatore Ignazio Visco all’uscita dell’incontro all’Abi ha detto «Non ho nessuna idea, non lo so», rispondendo alle domande (la riforma è stata varata nel pomeriggio). Padoan dal canto suo ha spiegato che «sicuramente, come sempre in passato quando il ministero » si occupa di questioni bancarie «ascolta i consigli che vengono anche dalla Banca d'Italia e anche in questo caso c'è stata condivisione ».

davide serra alla leopoldadavide serra alla leopolda

 

Negli obiettivi del governo questa riforma dovrebbe avvicinare il credito soprattutto alle Pmi: quelle che, secondo i dati di Confcommercio- Cer avrebbero potuto sfruttare 97,2 miliardi di euro di credito che però non è stato erogato peggiorando le condizioni del tessuto imprenditoriale.

 

 

 

2. L’ASSE TRA COMUNISTI E FORZALEGHISTI NELLA TRINCEA DEI RESISTENTI

Roberto Mania per “la Repubblica

 

Nel tempo dei partiti di massa c’erano Don Camillo e Peppone. Nell’epoca della politica liquida i confini svaniscono e si formano le inedite alleanze trasversali, come quella dei “resistenti” alla riforma delle grandi banche popolari rette dall’anomalo voto capitario, che va bene in democrazia ma ben poco si adatta alla governance di holding finanziarie che puntano al profitto più che allo svolgimento di una funzione mutualistica. Insieme cattocomunisti, come Beppe Fioroni e Stefano Fassina.

 

maurizio lupimaurizio lupi

E insieme (come un tempo) tutti i forzaleghisti, compresi gli scissionisti dell’Ncd, tra i quali spicca il ciellino lombardo Maurizio Lupi (ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture) che nel Consiglio dei ministri di ieri ha espresso il suo parere negativo sul decreto legge presentato da Pier Carlo Padoan. Che certo — detto non troppo per inciso — non avrà fatto piacere nemmeno a Pier Luigi Boschi, vicepresidente della “cattolica” (nel senso della finanza) Banca dell’Etruria, padre del ministro delle Riforme, Maria Elena.

 

 

CATTOLICISSIMI LORENZO ORNAGHI ROBERTO MAZZOTTA CATTOLICISSIMI LORENZO ORNAGHI ROBERTO MAZZOTTA

Perché le banche popolari sono, da sempre, luoghi di intrecci di interessi politici, finanziari e sindacali locali. Alcune sono nate addirittura nelle case dei vescovi. Oggi del colosso dell’Ubi è azionista (e ha diritto al voto) pure la Congregazione delle Suore ancelle della carità di Brescia, come il Convento delle religiose di San’Orsola di Brescia. Un pezzo di finanza cattolica, guidata ancora dal bresciano Giovanni Bazoli.

 

I partiti non decidono più direttamente, come nella prima Repubblica, i vertici delle popolari. Ci sarà un po’ meno cooptazione, ma il metodo resta comunque politico: bisogna organizzare il consenso per avere la maggioranza delle assemblee nelle quali ciascun socio ha un voto a disposizione indipendentemente dal pacchetto di azioni possedute. E allora chi è più bravo a organizzare il consenso, di dipendenti, pensionati e semplici azionisti, vince. Tipica attività, appunto, della politica. O dei sindacati. Il cruento scontro all’interno della Banca popolare di Milano, dopo la lunga presidenza del democristiano Roberto Mazzotta, ne è stato un clamoroso esempio.

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Nel mercato finanziario si comprano le azioni e si prova a scalare un’impresa o una banca, nelle popolari no. Eppure Gianpiero Fiorani, tentò con la compiacenza dell’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, di scalare Antonveneta con la sua Popolare di Lodi sfidando gli olandesi di Abn Amro. Poi arrivò il Monte dei Paschi di Siena di Giuseppe Mussari che “popolare” non era e non è, ma che, dopo la bocciatura agli stress test della Bce di Mario Draghi, potrebbe diventare preda di una delle grandi popolari “normalizzata” in società per azioni.

 

giampiero fiorani lucignolo casa moragiampiero fiorani lucignolo casa mora

Anche per questo, ora, i sindacati temono una nuova ondata di esuberi tra i bancari dopo i 68 mila posti persi negli ultimi quindici anni, «nel totale disinteresse dei partiti», come ha ricordato il segretario generale del sindacato autonomo Fabi (il più rappresentativo nella categoria), Lando Maria Sileoni.

 

Tra nobili argomenti ideologici e evidenti interessi, è, dunque, la difesa del territorio il collante dei “resistenti”. Lo dicono i leghisti di Matteo Salvini che però, come dimostrano le indagini di Ilvo Diamanti, sono diventati nazionali e ambiscono alla leadership del centrodestra. Lo dice anche il democratico dissidente Stefano Fassina: «Questo è un colpo sciagurato all’economia reale, tanto più perché realizzato per decreto». Aggiunge Fassina che le banche popolari «sono rimaste l’unico presidio di democrazia economica». «È un grosso regalo agli investitori esteri. Penso che a Londra saranno molto contenti...». Voluto riferimento al Fondo Algebris di Davide Serra, amico di Renzi, protagonista delle Leopolde. La questione, insomma, è molto politica. «A riprova — come ha scritto sul sito lavoce. info l’economista Luigi Guiso — che le banche popolari di “cooperativo” non hanno molto ».

 

GIOVANNI BAZOLI E GIUSEPPE GUZZETTIGIOVANNI BAZOLI E GIUSEPPE GUZZETTI

Presidio di democrazia economica, per Fassina; presidio di italianità, secondo Paolo Cirino Pomicino, democristiano di fede andreottiana, ex ministro del Bilancio, protagonista nel rito della spartizione del potere (anche finanziario) nella “Repubblica dei partiti”. Dice che a parte Intesa («resiste grazie a Cariplo ») il grande credito italiano è ormai in mani straniere. «Stiamo rischiando di fare la fine dell’India nell’impero britannico: mercato di consumo per produttori in conto terzi». Già, ma la finanza bianca? «Le popolari sono sopravvissute al crollo della Dc. Ma i democristiani non ci sono più». Lo pensa anche Bruno Tabacci, già scudocrociato, oggi parlamentare del Centro democratico, che molto si è occupato del sistema del credito.

 

Spiega che è necessaria «trasparenza» nel modello delle popolari perché non diventino esclusivamente «un residuo di potere locale». E di fronte ai suoi ex compagni di partito come Fioroni che difendono il vecchio modello diventa sarcastico: «Rimembranze». Questa è la lenta fine di un’epoca, allora. Per quarant’anni e passa, le popolari italiane hanno resistito a qualsiasi tentativo di riforma. Ora è cominciato l’ultimo giro della resistenza. E l’italiano Mario Draghi da Francoforte, probabilmente, ha detto anche la sua.

 

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