derivati

DOPO SEI (6) ANNI LA CORTE DEI CONTI SCOPRE IL CASO DERIVATI – E SE LA PRENDE CON MARIA CANNATA (RESPONSABILE DEL DEBITO PUBBLICO) SE MORGAN STANLEY HA CHIUSO LA PROPRIA POSIZIONE CON IL TESORO – LA BANCA HA PERO’ APPLICATO UNA CLAUSOLA DEL CONTRATTO FIRMATO DA MARIO DRAGHI NEL 1994 – “NON NE ERO A CONOSCENZA”, DICE LA DIRIGENTE

 

Alberto Custodero e Walter Galbiati per la Repubblica

 

derivati Morgan Stanley derivati Morgan Stanley

"Sconcertante". E' la parola che descrive meglio la vicenda che tra il 2011 e il 2012 ha portato lo Stato italiano a versare nelle casse della banca d'affari, Morgan Stanley, 3,1 miliardi di euro pubblici per chiudere quattro contratti derivati e rinegoziare due coperture sulle valute. A scriverla nell'inedito atto di citazione è la Corte dei Conti che ha contestato ai presunti colpevoli un danno allo Stato di 4,1 miliardi e che il mese scorso ha spedito la Guardia di finanza al Ministero dell'Economia a raccogliere altri documenti.

 

Eppure, dopo cinque anni, Morgan Stanley continua a far parte dell'elenco degli specialisti che insieme con il Tesoro gestiscono il debito pubblico e il direttore del dipartimento è ancora Maria Cannata. L'elenco delle banche è stato rivisto nel 2016, ne sono uscite Credit Suisse e Commerzbank, mentre Morgan Stanley è rimasta tra gli specialisti. Cannata, invece, nella veste di direttore del debito pubblico, continua, ininterrottamente dal 2000, a trattare emissioni e derivati con le principali banche del mondo.

 

Anche dopo aver fatto sottoscrivere al Tesoro contratti che la Corte dei conti ha definito speculativi, perché lasciavano non allo Stato, ma alle banche, la scelta di attivarli. E li attivavano solo se favorevoli a loro: per una commissione di 47 milioni nel 2004, Morgan Stanley nel 2012 ha incassato un miliardo su un solo derivato.

maria cannatamaria cannata

 

Secondo la Corte dei conti, la banca sarebbe responsabile del 70% dei danni causati, mentre il restante 30% se lo suddividono Cannata, con un ruolo preponderante (un miliardo di euro), il suo predecessore Vincenzo La Via e gli ex direttori del Tesoro, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli.

 

La colpa di Morgan Stanley è di essersi approfittata del suo ruolo di specialista, un compito che viene regolato dalla legge. Tra i vantaggi di esserlo, c'è quello di poter stipulare contratti derivati con lo Stato italiano. Ma esistono anche degli obblighi che la banca Usa avrebbe tranquillamente disatteso. Gli specialisti non sono semplici collocatori di Buoni del Tesoro, devono contribuire alla gestione del debito pubblico, alle scelte di emissione "anche mediante attività di consulenza e ricerca" (Dm 13 maggio 1999, n.219).

 

saccomannisaccomanni

Morgan Stanley doveva aiutare il Tesoro a gestire il debito nel tempo, trovando di volta in volta le soluzioni migliori per ridurlo. Nel 2011 la banca Usa aveva 19 contratti derivati aperti con lo Stato italiano, in diverse valute pari a oltre 10 miliardi di euro, 2,2 miliardi di sterline, 1,1 miliardi di franchi svizzeri e 2 miliardi di dollari, con durate dai 10 ai 40 anni.

 

Prima, nel 1994, quando al Tesoro c'era ancora Mario Draghi, Morgan Stanley aveva ottenuto la possibilità di uscire da tutti i contratti derivati qualora il valore della sua esposizione creditizia nei confronti della Repubblica avesse superato una soglia che variava dai 50 ai 150 milioni a seconda del rating dello Stato italiano.

 

Diciassette anni dopo la banca decide di azionare la clausola e chiuderli tutti, contravvenendo al suo ruolo di "gestore del debito " di lungo periodo: "ha commesso - scrive la Corte - palesi violazioni dei principi di correttezza e buona fede nell'esecuzione contrattuale". La banca ha cercato di giustificare la sua scelta con il repentino aumento dello spread, quello che portò alla caduta di Berlusconi e all'arrivo di Monti; ma per l'accusa la motivazione non regge, perché la clausola di risoluzione non era per nulla legata allo spread, ma all'aumento dell'esposizione della banca, la cui soglia era stata già superata da almeno dieci anni, e al cambiamento di rating dell'Italia, che però avvenne a opera di S&P e Moody's ben dopo la risoluzione dei contratti.

CIAMPI DRAGHICIAMPI DRAGHI

 

I dirigenti del Tesoro, invece, hanno altre colpe, prima fra tutte "la negligenza". "Personalmente - dichiara a verbale Cannata - non avevo conoscenza di tale clausola sino al momento in cui non abbiamo dovuto assorbire il pacchetto dei contratti ex Ispa (2006)". Eppure la dirigente aveva firmato tutti i contratti e, in conflitto di interesse, anche i relativi decreti di approvazione. E ha continuato a firmarli anche dopo, aumentando il rischio per i contribuenti. Il Tesoro non predispone nemmeno le garanzie collaterali (soldi o titoli) che per contratto avrebbero potuto neutralizzare la chiusura dei derivati.

draghi derivatidraghi derivati

 

Di fronte a un pegno vincolato, una sorta di garanzia che i soldi c'erano, Morgan Stanley non poteva agire. Dall'inchiesta, però, è emerso che il Tesoro non solo non era capace di predisporre i collaterali, ma aveva perfino "carenza di risorse strumentali e di personale adeguato", tanto da non essere in grado di ponderare il rischio dei contratti che andava sottoscrivendo.

 

Il Tesoro era in balia della banca: nel 2008 si accolla un derivato Ispa, peggiorando a suo danno le condizioni contrattuali e accetta di cambiare come controparte Morgan Stanley derivative products con Morgan Stanley & Co International, che a differenza della prima, che manterrà il rating A fino a dicembre 2009, nello stesso 2008 viene declassata per ben due volte sotto il livello minimo di eleggibilità.

 

Vincenzo La ViaVincenzo La Via

La situazione di deferenza del Tesoro è evidente. Anche nella chiusura dei derivati: accetta di dividere in due l'operazione con un aggravio di oltre 500 milioni. Del resto gestire 2.200 miliardi di debito pubblico senza l'intermediazione delle banche d'affari è impossibile. Chi ha debiti, è da sempre in mano alle banche. Come vadano, poi, le carriere dei direttori del Tesoro è sotto gli occhi di tutti: Draghi approdò in Goldman Sachs, Siniscalco in Morgan Stanley e Grilli in Jp Morgan.

 

 

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