FACE-TRUFF - COSA DIMOSTRA IL TONFO FACEBOOK? - CHE LA QUOTAZIONE “FELPATA”, CON ZUCKERBERG A CUI “NON INTERESSANO I PROFITTI, SOLO CONNETTERE LE PERSONE”, NON È MAI ESISTITA - È L’ENNESIMA SÒLA DEI PARA-GURI DI WALL ST. PER SPREMERE RISPARMIATORI FESSI E ARRICCHIRE POCHI CLIENTI SCELTI - IL DIRETTORE FINANZIARIO DI FB, SAPENDO CHE IL REDDITO ERA CALATO, HA UGUALMENTE CONCORDATO CON MORGAN STANLEY LA SUPERVALUTAZIONE, AVVERTENDO SOLO I SOCI STORICI…

1 - IL PASTICCIACCIO DI FACEBOOK...

Francesco Guerrera* per "la Stampa"
*caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York

O falò delle vanità o commedia degli errori. Decidete voi se preferite la prosa al veleno di Tom Wolfe o i versi melliflui di William Shakespeare per descrivere il fiasco di Facebook. Il debutto sui mercati più anticipato dell'anno, una delle più grandi offerte pubbliche di acquisto nella storia degli Usa, la consacrazione di una società-fenomeno che nove anni fa nemmeno esisteva.

Tutte le etichette magniloquenti appiccicate al «social network» da parte di investitori che ci volevano credere e da banchieri che ce li hanno fatti credere si sono dileguate in pochi minuti in un mattino uggioso a New York. La pompatissima Opa di Facebook che si pensava sarebbe andata in orbita sul mercato del Nasdaq venerdì scorso è colata a picco, vittima di errori di computers, hybris umana e paure recondite dei mercati.

In pochi avrebbero previsto che la vita in Borsa di Facebook sarebbe iniziata così, con azioni che hanno perso quasi un quarto del loro valore in tre giorni (nonostante un piccolo ritorno di fiamma ieri), recriminazioni incrociate tra investitori, Wall Street e Nasdaq e una raffica di inchieste aperte da regolatori di Washington. E' un pasticciaccio da cui non si salva nessuno e che avrà un effetto deleterio sulla psiche già fragile dei mercati e sulla fede degli investitori, soprattutto i piccoli risparmiatori, nel sistema di redistribuzione del capitale Americano.

Il primo colpevole è Facebook, e i suoi dirigenti, che si sono fatti sedurre dalle sirene di Wall Street e hanno spinto per un'Opa gigante - 16 miliardi di dollari che ha dato alla società una valutazione incredibile: 100 miliardi. A pochi giorni dal debutto, alcuni dei primi finanziatori di Facebook, tra cui Goldman Sachs e il dirigente Peter Thiel, hanno raddoppiato, a sorpresa, le quote azionarie che volevano vendere inondando il mercato con tante, troppe, azioni.

Venerdì scorso, Nasdaq ci ha messo del suo, commettendo degli errori clamorosi che hanno ritardato l'apertura della quotazione di Facebook di più di mezz'ora e hanno lasciato tantissimi investitori nel limbo, incapaci di sapere se i loro ordini per comprare e vendere azioni fossero stati eseguiti o meno.

In un mercato dai ritmi super-veloci, con delle azioni che stavano crollando, le deficienze del Nasdaq sono costate milioni di dollari che la società dovrà restituire ad investitori grandi e piccoli. «Il Nasdaq ha castrato l'Opa di Facebook», mi ha detto un alto dirigente di una banca di Wall Street. «Senza i loro errori grossolani, sarebbe stata un'altra storia». Forse, ma la realtà è che Facebook e le banche, in particolare la Morgan Stanley che è stata a fianco di Mark Zuckerberg e i suoi fin dall'inizio dell'avventura, non sono senza colpe.

La voglia di ottenere il massimo dei soldi, di essere i primi della classe e di infrangere record li ha portati ad esagerare. A volere troppo e subito. Il fatto che nessuna delle molte banche che sono state pagate per consigliare Facebook sull'Opa gli abbia detto di andarci con i piedi di piombo la dice lunga sull'indipendenza di Wall Street. I dubbi, legittimi, sulla crescita di Facebook hanno fatto il resto.

Con una strategia non provata - l'idea è che le aziende possono catturare milioni di utenti con pubblicità mirate - e una serie di notizie non proprio buone, tra cui la decisione della General Motors di smettere di fare pubblicità su Facebook - non è chiaro se la società di Zuckerberg riuscirà a giustificare una valutazione da 100 miliardi di dollari. Il che non vuole dire che Facebook sia un «dog», un cane d'investimento, la frase usata dagli operatori di Borsa per condannare società senza futuro. Ha 900 milioni di utenti, più di 4 miliardi di ricavi e un brand da far impazzire.

La strada dei mercati è lunga, basta chiedere a Google e Amazon.com, che ebbero debutti deludenti ma negli anni seguenti divennero giganti della tecnologia e dei mercati. E se c'è una certezza nel mondo frenetico della compravendita delle azioni è che la memoria dei mercati è cortissima - «tipo ameba», mi ha detto un veterano della Borsa ieri.

Facebook è riuscita a raccogliere un sacco di soldi che, se investiti bene, faranno dimenticare presto il passo falso iniziale. Fino ad allora però, né Mark Zuckeberg né i signori di Wall Street e dei mercati si possono considerare i primi della classe.


2 - ZUCKERBERG E I SUOI «AMICI» QUEI GURU DELLA RETE COME SQUALI DI WALL STREET
Massimo Gaggi per il "Corriere della Sera"

Anche i «bravi ragazzi» molto social di Facebook si sono fatti prendere la mano dall'avidità dei banchieri di Wall Street. Ma Mark Zuckerberg, per anni restìo a quotare la sua creatura, è stato davvero giocato da Morgan Stanley che, mentre dava solo ad alcuni clienti le informazioni sulla ridotta capacità dell'azienda di produrre reddito, ha spinto il volume di azioni offerto e il prezzo oltre ogni ragionevolezza?

O l'«anima nera» è il direttore finanziario di Facebook, David Ebersman, che ha approfittato dell'eccitazione di risparmiatori e speculatori, abbagliati dalla celebrità del marchio e dalla possibilità di un facile guadagno, per imporre una quotazione fuori mercato?

Lo stabiliranno le inchieste delle authority del mercato borsistico e della magistratura. Ebersman dovrà, ad esempio, spiegare perché, dopo aver mandato il 9 maggio alla Sec un aggiornamento del prospetto dell'Ipo nel quale avvertiva che la redditività dell'azienda è minata dalla maggior tendenza degli utenti a collegarsi al social network via cellulare anziché col computer (la pubblicità sul telefonino vale meno), ha ugualmente concordato con Morgan Stanley una supervalutazione. Non solo, ma ha anche avvertito i soci «storici» di Zuckerberg che potevano approfittare del momento della quotazione per vendere più azioni del previsto a un prezzo favorevole.

Non c'è bisogno, però, di indagini particolari per convincersi che i «bravi ragazzi» che volevano cambiare il mondo mandando in pensione il capitalismo novecentesco, facendo del bene (slogan di Google) e senza puntare al profitto (il mantra di Zuckerberg, fino a qualche tempo fa), al momento delle scelte cruciali si sono comportati in modo non troppo diverso dai vecchi «padroni del vapore».

Steve Jobs ha rischiato di finire in galera perché la sua Apple (non lui personalmente) ha battuto in spregiudicatezza perfino i finanzieri di Wall Street nell'uso dei «bonus esentasse» per i manager.

Quanto a Zuckerberg, avendo dato pezzi di Facebook ai cofondatori e a diversi «compagni di strada» e avendo già venduto privatamente una parte della società a investitori e a banche come il tycoon russo Yuri Milner e la Goldman Sachs, è stato ben attento a non perdere il controllo della società, pur non avendo più la maggioranza del capitale. Prima di quotare Facebook, il fondatore ha fatto dividere le azioni in due classi: così, anche se ha solo il 28% di quelle di classe B, Zuckerberg ha in mano il 57% dei diritti di voto.

Espedienti vecchia maniera che ci riportano ai giochi delle scatole cinesi e agli artifici tipici del capitalismo familiare. Ma, anche se ora è accusato da Larry Page di essere una specie di padrone feudale che tiene sotto chiave i suoi utenti, in campo finanziario il fondatore e capo di Facebook si è ispirato proprio al suo collega di Google: è stata la società di Page e Brin, infatti, la prima a importare nella Silicon Valley dell'alta tecnologia la struttura finanziaria basata su due classi di azioni. Un modello «archeologico» prontamente seguito anche dalle società più cool dell'economia digitale sbarcate nel mercato: da LinkedIn a Groupon, da Zynga a Yelp.

Del resto l'abbinamento diavolo-acqua santa, Zuckerberg l'ha accettato quando ha aperto le porte a Milner e a un altro oligarca russo legato al Cremlino: Alisher Usmanov, un re dell'acciaio e delle miniere. Errori e furbizie che hanno fatto precipitare la situazione fin dal primo momento della quotazione andranno analizzati in profondità.

I comportamenti a dir poco disinvolti della Morgan Stanley di James Gorman che in questa vicende si gioca la fama di banca d'affari specializzata nel collocamento di società tecnologiche, ma anche il black out del Nasdaq che venerdì mattina, mentre il suo capo, Bob Greifeld, brindava nel campus di Facebook con Zuckerberg, si è bloccato per più di mezz'ora perdendo un numero incredibile di ordini di acquisto e vendita. Ora anche il Nasdaq fa mea culpa, ma non sa come compensare chi è stato danneggiato. Altro lavoro per gli inquirenti.

Ma non c'è bisogno di aspettare l'esito delle indagini per sentire puzza di bruciato davanti alla decisione, presa a poche ore dal collocamento, di aumentare massicciamente la quantità di titoli Facebook venduti da alcuni suoi grandi azionisti storici, dallo stesso Milner alla Goldman Sachs.

La banca regina di Wall Street che stavolta, in una vicenda che ricorda (per la logica non certo per le dimensioni) gli eccessi che hanno portato al crollo della Lehman e al crash del 2008, è rimasta nelle retrovie, lasciando il palcoscenico a Morgan Stanley. Ma che, all'improvviso, ha deciso di liberarsi non del 23% delle sue azioni Facebook, come previsto inizialmente, ma di quasi metà del suo pacchetto.

 

LA SEDE DI GOLDMAN SACHS A NEW YORK jpegfacebook NASDAQ morgan stanleygeneral-motors-sededavid ebersman x Yuri Milner thumbnail aspx jpegMark Zuckerberg wants to reconnect with China yuri milner

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