TELECOM-TRAGEDIA – BRAGANTINI: “L’ACCORDO CON TELEFONICA LASCIA IMMUTATI I DEBITI E RIDURRÀ MOLTO LA PRESENZA SUDAMERICANA; BEL COLPO, NON ENTRA UN EURO IN CASSA E SI DISPERDONO I FRUTTI DI UN LUNGO LAVORO ALL’ESTERO”

Salvatore Bragantini per "Il Corriere della Sera"

Oggi si riunisce il primo Consiglio di amministrazione di Telecom Italia (TI) dopo l'accordo fra Mediobanca, Intesa San Paolo, Generali e la spagnola Telefonica (tutti soci di Telco, azionista al 22% di TI), con il quale il trio nostrano consegna il controllo del gruppo agli spagnoli. Al Consiglio il presidente, Franco Bernabè, arriva dimissionario: il management non è stato in alcun modo coinvolto in un accordo tessuto sopra la testa, e a detrimento, di TI. Essa ha ancora buoni margini, ma troppi debiti; in compenso è forte in America Latina.

L'accordo invece lascia immutati i debiti, e ridurrà molto la presenza sudamericana; bel colpo, non entra un euro in cassa, e si disperdono i frutti di un lungo lavoro all'estero. Di più, dato il peso dei debiti gravanti anche su Telefonica, in futuro grandi investimenti di TI in Italia paiono improbabili; nemmeno è ipotizzata la fusione TI-Telefonica, che darebbe al tutto una diversa forza e dimensione.

Non si tratta di difendere «l'italianità» di TI (anche se la rete fissa è un bel problema), ma di evitare di smembrare una realtà che, ben gestita e rafforzata, potrebbe tornare a dare al Paese occasioni di sviluppo. La crescita viene dalle imprese dotate di quelle competenze tecniche che TI in qualche misura ancora detiene. Essa ha anzitutto bisogno di un aumento di capitale che riequilibri una struttura patrimoniale e finanziaria, stremata da successive ondate predatorie. L'aumento però, come il matrimonio che lo spagnolo don Rodrigo impediva, non s'ha da fare, perché nessuno dei soci di Telco - che col suo 22% avrebbe il potere di impedirne l'approvazione in assemblea - se lo può permettere: se si facesse essi diverrebbero quasi irrilevanti.

La fine però potrebbe essere diversa se il Consiglio trovasse il coraggio di ergersi a difesa di quel 78% di soci TI per cui quest'operazione è una pugnalata alle spalle, ordita da una congrega di soci finanziari di controllo ormai stremati dalle infinite cadute di valore del titolo, dovute soprattutto alle loro stesse caratteristiche. Sono la causa dei propri mali ma la fanno pagare agli altri. Il 78%, e l'Italia tutta, sentitamente li ringrazia, uno ad uno. Se Bernabè resistesse proponendo un aumento di capitale, magari aperto a nuovi soci, la cosa prenderebbe un'altra piega: ognuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, e se anche egli riterrà di non poterlo fare, toccherà agli amministratori indipendenti raccogliere la bandiera e proporre di deliberare sul tema, magari convocando al più presto un apposito Consiglio di amministrazione.

L'inerzia sul tema sarebbe colpevole e ingiustificabile. Il fatto che Telco possa bloccare in Consiglio la delibera non è in sé risolutivo: vorremmo vedere con quali argomenti gli amministratori espressi da Telco si opporrebbero. Prima ancora, essi sarebbero tenuti ad astenersi, dato l'evidente conflitto fra gli interessi di Telco (e della controllante Telefonica) e quelli di TI.

È ovvio che Telefonica ha interesse a controllare TI, grazie ai pochi spiccioli pagati al trio nostrano in Telco, mentre TI ha urgenza di nuovi fondi per ristabilire il proprio equilibrio patrimoniale evitando un downgrading del debito. Per la stessa ragione, ove la delibera approdasse in assemblea, gli altri soci presenti, in rappresentanza ideale del 78%, dovrebbero chiedere al presidente di escludere dal voto Telco. E l'aumento passerebbe. Ci troviamo in una situazione senza precedenti, figlia storpia di un capitalismo incestuoso: un aumento di capitale obbligato, ma che non si fa perché una parte correlata la impedisce. Quindi non un'operazione con parti correlate, ma un'operazione che non s'ha da fare, quindi una non operazione, tale perché una parte correlata non la vuole. L'abbandono della logica dei patti di sindacato da parte di Mediobanca (sia pure per tutti ma non per sé), e il nuovo corso di Generali, sono due buone notizie: ma se quest'operazione è legittima figlia di quel nuovo corso, cominciamo male. E se per caso un altro operatore decidesse di scendere in campo con un'Opa su TI, ne vedremmo delle belle.

 

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