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ACCIAIO FUSO – GLI INDIANI DI ARCELORMITTAL APRONO LA GUERRA LEGALE SULL'EX ILVA: RIFIUTANO LA RICAPITALIZZAZIONE DI 320 MILIONI PROPOSTA DAL GOVERNO, CHE AVREBBE PORTATO L'AZIONISTA PUBBLICO INVITALIA  AL 66% DI ACCIAIERIE D'ITALIA  –  UNA SBERLA IN FACCIA AI MINISTRI URSO E FITTO. ORA ENTRANO IN CAMPO GLI AVVOCATI – L'IPOTESI PIÙ PROBABILE È UNA GESTIONE COMMISSARIALE. MA PENDE LA SPADA DI DAMOCLE DELL’EUROPA SUGLI AIUTI DI STATO – IL “CAVALIERE BIANCO” IN SOCCORSO SARÀ ARVEDI?

1 – GLI INDIANI FANNO SALTARE L’ACCIAIO ITALIANO: L’EX ILVA IN GESTIONE STRAORDINARIA

Estratto dell’articolo di Claudio Antonelli per “la Verità”

 

arcelormittal

Le nubi sull’ex Ilva non sembravano così nere. Eppure ieri sull’acciaio italiano, e quindi su una buona fetta della produzione italiana, si è abbattuta la tempesta indiana. Aditya Mittal, figlio di figlio di Lakshmi, presidente e patron del colosso mondiale omonimo, si è presentato a Palazzo Chigi per dire no a qualunque proposta e far saltare il banco.

 

La proposta del governo, tramite l’azionista pubblico Invitalia che con ArcelorMittal condivide le quote di Acciaierie d’Italia (Adi), era molto semplice. Quasi un tappeto rosso. Mettere subito 320 milioni di aumento di capitale e chiudere il bilancio del 2023. Salire al 66% di Adi. Iniettare un altro miliardo di euro come seconda tranche di aumento di capitale, da sottoscrivere pro quota. In pratica solo un terzo agli angloindiani.

 

Aditya Mittal

Poi, sedersi e definire gli investimenti per rimettere in moto gli altoforni e garantire il rilancio della produzione. Che, nel frattempo, è scesa a 3 milioni di tonnellate contro i 6 previsti dall’accordo del 2020 e contro gli 8 milioni che dovrebbero garantire marginalità. Tanto per capire la gravità della situazione, il sito di Taranto (con annessi liguri) garantiva 3 milioni di tonnellate nel 1967. Un passo indietro di ben 56 anni.

 

Di fronte alle proposte, Mittal figlio si è limitato a rispondere di non essere disposto a partecipare all’aumento nemmeno con diluizione. L’incontro è durato poco meno di due ore. Al termine il governo ha diffuso una nota piccata. […] «il governo ha preso atto della indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza, e ha incaricato Invitalia di assumere le decisioni conseguenti, attraverso il proprio team legale». Una vera e propria tragedia industriale. Per l’incertezza che provoca nel medio e nel lungo termine.

 

lucia morselli

Giovedì il governo dovrà incontrare i sindacati e cercare di spiegare che cosa può succedere. La risposta non è semplice. Ma porta quasi sicuramente il nome di amministrazione straordinaria. Sempre che non si scivoli addirittura nello stato di insolvenza. Dal momento che gli angloindiani stanno bloccando qualunque aumento di capitale bisognerà capire come e se passare alla gestione straordinaria.

 

Il contenzioso legale che si è aperto ieri pomeriggio non è semplice da gestire. Va ricordato, infatti, che nel 2020 quando ArcelorMittal trattò un nuovo contratto dopo che l’anno precedente il governo di Giuseppe Conte aveva fatto saltare lo scudo penale riuscì a spuntare una serie di concessioni, fino alla buona uscita in caso di mala parata.

 

ADOLFO URSO

Almeno nel caso si potesse dimostrare negligenza o colpe specifiche della parte pubblica. Al contrario, dal momento che i magnati indiani si erano detti scottati dalla cancellazione dello scudo penale, i giallorossi avevano deciso di accettare a fronte di una mini penale da 500 milioni una way out per i motivi più disparati. Si trattava a sua volta infatti di un maxi sconto rispetto alle penali previste dal contratto del 2018. In quel caso per ogni posto di lavoro perso o cancellato ArcelorMittal avrebbe dovuto pagare 150.000 euro. Totale, 1,5 miliardi di euro.

 

ACCIAIERIA D ITALIA - EX ILVA

Adesso i legali dovranno capire dove stanno le colpe. Il rischio è che non vengano identificate e a quel punto gli indiani manco dovranno versare il mezzo miliardo. Al contrario (in caso di colpe da parte dell’azionista Invitalia) saremmo alla beffa.

 

La trattativa tra avvocati dirà se l’amministrazione straordinaria è possibile o se si rischia addirittura l’insolvenza. Nel primo caso Adi ha ben pochi asset da mettere in gestione. Nel secondo caso passerebbe tutto alla vecchia Ilva ancora in commissariamento e ci ritroveremmo a spostare le lancette dell’orologio dieci anni indietro. Una sberla anche per il governo. O meglio, per il ministro Raffaele Fitto, che negli ultimi sei mesi aveva preso in mano il dossier accantonando il progetto portato avanti dal Mimit di Adolfo Urso.

 

Nel dicembre del 2022 il governo aveva modificato il patto parasociale reintroducendo lo scudo penale per gli azionisti e a fronte di ciò aveva inserito la possibilità di far entrare nella compagine player industriali cancellando l’esclusiva di Mittal.

 

ARCELORMITTAL 1

Lo scorso giugno Urso aveva apparecchiato un tavolo con Mittal, gli ucraini di Metinvest e gli italiani di Danieli. Era già stato individuato il nome dell’ad che aveva preso persino casa a Taranto. Si è poi presa un’altra strada. L’obiettivo successivo era usare i fondi green europei e proseguire nella collaborazione con gli angloindiani.

 

Fino a dicembre scorso quando fece scalpore un memorandum tra governo e ArcelorMittal senza - stando alle cronache giornalistiche - il coinvolgimento di Invitalia. Il finale si è celebrato ieri

 

[..] Perché a complicare la situazione c’è la spada di Damocle dell’Europa. Dal momento che Invitalia non può sobbarcarsi, oltre al miliardo e 300 milioni di aumento di capitale, una somma analoga per gli investimenti del sito, si rischierebbe un ingresso pubblico. Facendo scattare la fattispecie degli aiuti di Stato. Potrebbe intervenire un privato modello cavaliere bianco, ma è difficile che si metta in mezzo adesso in pieno contenzioso legale. […]

 

2 – ILVA, TORNA L’IPOTESI DELL’ACCIAIO DI STATO: ENTRO MAGGIO SERVONO 1,5 MILIARDI

Estratto dell’articolo di Paolo Baroni per “La Stampa”

 

LAVORATORI EX ILVA SOTTO PALAZZO CHIGI

Da una gestione commissariale all’altra, in mezzo l’infelice parentesi a guida ArcelorMittal durata (purtroppo) ben 5 anni, che nei fatti ha prodotto più danni che altro. È questo il destino, tragico, dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, società controllata per il 62% dal colosso franco-indiano e per il 38% dal socio pubblico Invitalia chiamato poco meno di tre anni fa a puntellare una situazione già in parte compromessa.

 

In base al piano presentato lo scorso dicembre dall’ad Lucia Morselli per far fronte alla gestione corrente e pagare soprattutto i fornitori, a partire dal gas che serve a far funzionare gli altiforni, alla società servirebbero subito 320 milioni di euro, poi entro maggio un altro miliardo di euro andrebbe versato per rilevare gli impianti dalla vecchia Ilva in amministrazione controllata.

 

lucia morselli

Oltre a questo ci sono gli investimenti miliardari per la messa a norma degli impianti e la decarbonizzazione degli altiforni: tutte spese che Arcelor non vuole più affrontare, nemmeno dimezzando la propria quota del capitale passando in minoranza. Di qui l’impasse che si è registrata ieri a palazzo Chigi, il tavolo che salta e la decisione del governo di passare al contrattacco.

 

L’unica strada per uscire dall’angolo ed evitare il collasso definitivo dell’ex Ilva, che nell’ultimo anno nonostante la forte ripresa del mercato ha prodotto a malapena 3 milioni di tonnellate di acciaio contro i 12 teorici di capacità produttiva degli anni d’oro, è già scritta e passa attraverso un nuovo commissariamento della società.

 

ADOLFO URSS - MEME

Che il socio pubblico Invitalia può attivare invocando il decreto del 2023 relativo agli impianti di interesse strategico nazionale che l’autorizzava ad investire sino a 1 miliardo di euro nell’ex Ilva e che all’articolo 2 consente espressamente «al socio pubblico che detenga almeno il 30% delle quote societarie» di richiedere l'ammissione immediata alla procedura di amministrazione straordinaria per porre sotto tutela impianti classificati strategici come appunto quelli dell’Ilva.

 

[…] Una volta che lo Stato avrà ripreso il controllo del gruppo, passaggio che peraltro non mette al riparo da un possibile contenzioso legale con ArcelorMittal che a sua volta rivendica gli investimenti fatti nel frattempo, andranno assicurate comunque alla società le risorse e le garanzie per continuare ad operare.

 

LAVORATORI EX ILVA SOTTO PALAZZO CHIGI

Ripartirà insomma la sequenza dei vari prestiti ponte che hanno caratterizzato in passato i precedenti tentativi di salvataggio e che dall’estromissione dei Riva in poi sono costate alle casse delle Stato 3,5 miliardi di euro oltre agli oneri di anni di ammortizzatori sociali per tutelare il reddito di migliaia di addetti. Quindi, a ruota, andrà riaperta la trattativa con Bruxelles per definire i passi successivi.

 

Questa fase potrebbe durare si spera 6 mesi, al massimo 12. Nel frattempo andrà cercato un nuovo socio privato sufficientemente robusto per sobbarcarsi un’impresa del genere […]

 

ILVA DI TARANTO

Il nome che va per la maggiore è quello di Arvedi che già nel 2017 aveva tentato senza successo di rilevare l’Ilva. Oggi il gruppo cremonese, dopo aver acquisto la Acciai speciali Terni è diventato il numero uno italiano nel settore con oltre 7,5 miliardi di euro di fatturato, 6.600 dipendenti ed una capacità produttiva di 6 milioni di tonnellate.

 

Arvedi, oltre alle competenze nel settore, ha insomma le spalle sufficientemente larghe per far fronte alla nuova impresa: bisogna ora vedere se vorrà concretamente farsi carico della quota di maggioranza del gruppo e con quali prospettive. […]

 

L’investimento su Taranto, che ai franco-indiani è costato all’incirca 1,8 miliardi, in sostanza è servito per evitare che finisse in mano alla concorrenza quello che un tempo era il più grande siderurgico d’Europa e null’altro. Ora per lasciare il campo pretenderanno certamente un rimborso, per la gioia dei tanti avvocati che saranno chiamati a sbrogliare la vicenda.

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