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COME HA FATTO UNO STRAGISTA CONDANNATO A 30 ANNI A FUGGIRE INDISTURBATO IN UNA “LOCALITÀ SEGRETA”? ELIA DEL GRANDE, CHE NEL 1998 STERMINÒ LA FAMIGLIA IN LOMBARDIA, HA INVIATO UNA MAIL ALLA TESTATA “VARESE NEWS”: “IL MIO GESTO È DOVUTO ALLA TOTALE INADEGUATEZZA DI CERTI ISTITUTI”. PECCATO CHE LA CASA LAVORO DOVE È RIMASTO APPENA UN MESE, A CASTELFRANCO EMILIA, SIA UNA DELLE POCHE ECCELLENZE DEL SISTEMA PENITENZIARIO ITALIANO, RICONOSCIUTA DA TUTTI – DEL GRANDE HA A DISPOSIZIONE UNA COSPICUA DISPONIBILITÀ ECONOMICA: HA EREDITATO LA FORTUNA DELLA FAMIGLIA IN QUANTO UNICO EREDE (E CARNEFICE)

@cronacanera3 Risposta a @Laura Era il 7 gennaio 1998 quando la fuga di Elia Del Grande, autore dell'omicidio dei genitori, Enea (58 anni) e Alida (53) e del fratello Enrico (27) venne interrotta dalle autorità svizzere. Il suo tentativo di raggiungere cugano per poi scappare a Santo Domingo si infranse a Ponte Tresa dove venne arréstato dalla polizia cantonale alla quale rilasciò la sua confessione. VareseNews, nato soltanto da pochi anni, seguì allora il caso raccontando la vicenda e le indagini e pubblicò l'audio di quella drammatica ammissione. Per il triplice omicidio di Cadrezzate Del Grande, allora 22enne, fu condannato a 30 anni #cronacanera #cronacaneraitaliana #storiemaledette #francaleosini #delittiinfamiglia #patricidio #matricidio ? suono originale - Cronacanera

 

 

LA FUGA E LA MAIL DALLA LATITANZA DEL GRANDE RICERCATO VICINO A CASA

Estratto dell’articolo di Alfio Sciacca per il “Corriere della Sera”

Elia Del Grande

 

Ufficialmente gli danno la caccia in tutta Italia. In realtà le ricerche di Elia Del Grande, scappato una settimana fa dalla «casa lavoro» di Castelfranco Emilia, dove è rimasto appena un mese, sono circoscritte a una zona relativamente ristretta, tra Varesotto e Lago Maggiore. Si seguono le tracce del suo cellulare e di quello della fidanzata.

 

Potrebbe anche essere stata individuata la «località segreta» da dove è partita la mail indirizzata a Varese News. Nella lettera il 50enne di Cadrezzate, che nel 1998 sterminò la famiglia, si lascia andare a un lungo sfogo sulle condizioni di vita all’interno della struttura di Castelfranco Emilia. Da due giorni è poi attivo un profilo Facebook a suo nome, anche se potrebbe essere un fake.

 

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Elia Del Grande mostra di essere molto preso dalla voglia di spiegare. Quasi volesse far passare l’idea di essere stato costretto a lasciare una «casa lavoro» che paragona ai lager dei vecchi Ospedali psichiatrici giudiziari. «Il mio gesto — scrive — è dovuto alla totale inadeguatezza che ancora incredibilmente sopravvive in certi istituti che dovrebbero tendere a risocializzare, cosa che non esiste affatto. Le case lavoro oggi sono in realtà i vecchi Opg dismessi nel 2015».

 

È documentato e intercetta temi reali nel mondo carcerario. Anche se a smentirlo ci sono tutti i report su quella specifica struttura, che il garante per i detenuti dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, non esita a ritenere «tra le migliori d’Italia, pur restando una realtà penitenziaria».

 

Castelfranco Emilia ospita due diverse sezioni: un reparto di reclusione per detenuti a custodia attenuata e un altro per i cosiddetti «internati».

 

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Cioè soggetti che hanno finito di scontare una condanna, ma che il giudice ritiene ancora pericolosi, tanto da imporre una misura di sicurezza. È il caso di Del Grande che, uscito dal carcere, aveva ottenuto la libertà vigilata.

 

[…]

 

Lui attacca su tutta la linea.

 

«Il disagio che ho visto lì dentro credo di non averlo mai conosciuto. Mi sono trovato ad avere a che fare ogni giorno con gente con serie patologie psichiatriche. La terapia con psicofarmaci viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa è identica a quella dei regimi carcerari. Le case di lavoro oggi sono carceri in piena regola».

 

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Prende di mira anche i giudici: «Avevo ripreso in mano la mia vita, ottenendo un lavoro che mi hanno fatto perdere senza il minimo scrupolo... mi riferisco alla magistratura di sorveglianza. Mi sono visto crollare il mondo addosso».

 

Un quadro smentito da più parti. «Le condizioni strutturali sono complessivamente buone sia per gli spazi detentivi, sia per quelli comuni e le celle si presentano in buone condizioni», si legge nell’ultimo Rapporto dell’Associazione Antigone […]

 

«Gli indicatori per eccellenza del disagio, cioè suicidi e atti di autolesionismo, hanno numeri enormemente più bassi rispetto alla media», aggiunge Roberto Cavalieri. La struttura ospita circa 100 tra detenuti e internati con tassi di occupazione di oltre l’80%. Quasi tutti lavorano nell’azienda agricola che produce latte, formaggi, vino. La vita all’interno è stata raccontata anche in docu-film, «Il sapore del riscatto», con voce narrante l’ex camorrista Salvatore Striano. Mentre periodicamente la cucina si apre al territorio con le «cene dentro». Ha partecipato anche il cardinale Matteo Zuppi.

 

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«Mettendomi nella sua testa penso che abbia vissuto come un fallimento il ritorno in una struttura penitenziaria, seppure da internato — ragiona il garante dei detenuti —. Ma penso anche che con questa lettera stia preparando il terreno per un atteggiamento indulgente da parte del giudice. Come se mettesse le mani avanti. Tra l’altro essendo un internato tecnicamente la sua non è una evasione, ma un allontanamento e lo rimetteranno in una casa lavoro».

 

Guarda caso anche lui scrive che si è solo allontanato e la sua «non è un evasione».

[…]

 

IL RITORNO TRA QUELLE STANZE, POI I VANDALISMI SOSPETTI IL SUO PIANO È UN MISTERO

Estratto dell’articolo di Andrea Galli per il “Corriere della Sera”

 

Dove ti sei cacciato, Del Grande? Cos’hai in mente? Ti stanno braccando.

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Risulta che nella sua prima estate da uomo libero dopo il massacro e la detenzione, quella appena terminata, lo stragista ne abbia subito combinate un po’. Lui ha negato e negherà quando lo arresteranno — davvero, quanti errori ha commesso e ancor di più ne han commessi la compagna nonché i parenti, parlando, confidandosi con le persone sbagliate...

 

Ma sembra proprio che dietro l’attacco vandalico ai pedalò ci sia stato Elia Del Grande.

Difatti sembra che qualcuno, dai testimoni descritto come bardato e coperto con cappucci e cappelli per rimanere invisibile nella notte, avesse preso l’abitudine, quando appunto calava il buio, d’accanirsi contro quei mezzi, d’uso comune da parte della popolazione locale per spostarsi di riva in riva nel piccolo lago di Monate, con sequenze di calci.

 

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A quale pro lo si ignora e altrettanto s’ignora sulla base di quale eventuale causa scatenante. Per gli investigatori, senza esitazione alcuna, era stato Del Grande, protagonista anche, ma stavolta riconosciuto in quanto non travisato, di insulti e minacce a danno di residenti della frazione di Cadrezzate, in provincia di Varese, la sua frazione. Di nuovo, nel rapido volgere, esplodendo nell’ira.

 

Quella quotidianità insomma, generata/acuita dalla droga e dagli alcolici, infine esplosa nel massacro di ventisette anni fa.

 

Avrebbe iniziato a mal approcciare e reggere la vicinanza diretta col prossimo, tornato com’era, Del Grande, nella medesima casa dello sterminio, nei locali sopra la panetteria di Cadrezzate, duemila abitanti in pace col mondo.

 

Gelosi del lago, dello starsene appartati, del passeggiare senza persone moleste attorno.

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Dopodiché abbia pazienza lo stragista, delineato quale anima in perenne inquietudine, incline allo scontro: ma che sia stato un allontanamento come precisa, oppure un’evasione come si scrive dall’inizio di questa vicenda, ecco nulla cambia: è un mero gioco di parole.

 

Ha premeditato la fuga, forse grazie a complici interni all’istituto o quantomeno a mezze coperture avendo accumulato e imboscato per giorni i cavi elettrici trasformati in fune per calarsi dal muro di cinta. In un tratto di scavalcamento, va da sé, agevole nel senso di non presidiato. Un’anomalia.

 

[…]

 

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A Castelfranco Emilia «le celle sono in buone condizioni», non esiste l’atavico sovraffollamento di pressoché qualunque altro penitenziario, il rapporto tra guardie e operatori coi detenuti non evidenzia emergenze ma s’àncora a numeri sopportabili pur rimarcando il cronico organico ridotto della polizia penitenziaria; ci sono laboratori, giardini, un centro sportivo.

 

I Del Grande erano noti per le ricchezze in Italia e ai Caraibi, a Santo Domingo. Parecchio sarebbe rimasto all’unico erede, lo stragista (inclusi immobili sparsi); beni e in aggiunta il denaro che potrebbe aver usato per comprar covi, coperture, silenzi così da avviare e prolungare la latitanza. Dove ti sei cacciato, Del Grande? Cos’hai in mente? Qual è, sul serio, il tuo piano?

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