LA CRESCITA NON ESISTE, NULLA SARA’ COME PRIMA. AMEN - KRUGMAN: “PREPARIAMOCI A CONVIVERE CON LA DEPRESSIONE ECONOMICA DI LUNGA DURATA”

Articolo di Paul Krugman per il New York Times" pubblicato da "la Repubblica" - Traduzione di Anna Bissanti

Se trascorreste un po' di tempo in compagnia dei funzionari monetari vi accorgereste di sentirli parlare spesso di "normalizzazione". La maggior parte di tali funzionari, non tutti in verità, ammette che questo non è proprio il momento di essere spilorci, che per adesso il credito deve essere facilmente accessibile e i tassi di interesse devono essere bassi. Eppure, questi stessi uomini in completo scuro non vedono l'ora che arrivi il giorno in cui potranno tornare ai loro affari di sempre, e ad agguantare la ciotola del punch non appena la festa entra nel vivo.

E se invece il mondo nel quale stiamo vivendo da cinque anni a questa parte fosse la nuova normalità? E se le condizioni di depressione del momento fossero destinate a durare non un anno o due soltanto, ma decenni?

Si potrebbe supporre che le congetture di questo tipo siano di pertinenza di una frangia radicale. In verità, radicali lo sono sul serio. Ma frange mica tanto. Molti economisti si stanno trastullando con queste idee già da qualche tempo. E adesso diventano
mainstream.

In realtà, le argomentazioni a favore di una "stagnazione secolare" - una condizione persistente nella quale l'economia depressa è la norma, con episodi rari e sporadici di piena occupazione - sono state presentate di recente con grande foga in uno dei consessi più rispettabili che si possano concepire: la grande conferenza annuale del Fondo monetario internazionale.

A illustrare queste argomentazioni è stato niente meno che Larry Summers. Esatto, quel Larry Summers [Ex segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ex direttore del Consiglio Economico Nazionale, insignito di numerosi premi, ndt] Se Summers ha ragione, tutto ciò che tante persone rispettabili stanno dicendo in tema di politica economica è sbagliato, e continuerà a essere sbagliato per molto tempo a venire.

Summers ha esordito sottolineando un punto che dovrebbe essere ovvio, ma di cui di fatto spesso non si tiene conto: la crisi finanziaria che ha avuto inizio con la Grande Recessione è ormai acqua passata. In verità, in base alla maggior parte degli indicatori, è finita oltre quattro anni fa. Nonostante ciò, la nostra economia continua a essere depressa.


Summers ha poi illustrato un altro punto collegato a quello: prima della crisi abbiamo avuto una grossa bolla immobiliare e del debito. Eppure, nonostante quella grossa bolla abbia incrementato notevolmente la spesa, l'economia nel suo complesso andava soltanto così e così: il mercato del lavoro era ok, ma non eccellente. E il boom non è mai stato potente a tal punto da determinare una significativa pressione inflazionistica.

Summers ha proseguito poi tirando la morale di quanto aveva illustrato. Noi, ha suggerito, abbiamo un'economia la cui condizione normale è di domanda inadeguata - quanto meno è di lieve depressione - e riesce ad avvicinarsi soltanto un po' alla piena occupazione quando è trainata dalle bolle.

Aggiungerei dal canto mio qualche ulteriore dato. Si pensi all'indebitamento delle famiglie rispetto al loro reddito. Quel rapporto dal 1960 al 1985 è rimasto più o meno stabile, mentre è andato aumentando rapidamente e inesorabilmente dal 1985 al 2007, quando la
crisi ha colpito.

Eppure, perfino quando le famiglie sprofondavano nei debiti, nel complesso la performance della nostra economia in quel periodo è rimasta mediocre nel migliore dei casi, e la domanda non ha dato segni di andare oltre l'offerta. Se guardiamo al futuro, ovviamente sappiamo di non poter tornare indietro ai tempi di un indebitamento in costante aumento. Tuttavia, ciò significa una più debole domanda dei consumi. Senza quest'ultima, come si immagina di poter tornare alla piena occupazione?

Di nuovo, l'evidenza suggerisce che noi abbiamo un'economia la cui condizione normale è di lieve depressione, e i cui brevi momenti di crescita si verificano soltanto grazie alle bolle e a un indebitamento insostenibile.

Perché mai accade ciò? Una delle risposte possibili è la lenta crescita della popolazione. Se la popolazione aumenta, aumenta di conseguenza la domanda di case nuove, di edifici nuovi, di uffici nuovi, e così via. Quando tale crescita rallenta, la domanda cade. Negli anni Sessanta e Settanta, quando i baby boomer crescevano, la popolazione americana in età da lavoro aumentò rapidamente, e la forza lavoro crebbe ancor più velocemente quando le donne fecero il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Ormai, però, tutto ciò appartiene al passato. E gli effetti sono evidenti: perfino all'apice della bolla immobiliare non abbiamo costruito neppure lontanamente il numero di case che furono costruite negli anni Settanta. Altro possibile fattore importante di cui si dovrebbe tener conto è quello dei continui deficit commerciali, apparsi negli anni Ottanta e che da allora hanno subito sì qualche fluttuazione, ma senza mai scomparire del tutto.

Perché tutto ciò dovrebbe essere importante? Uno dei motivi è che i banchieri centrali devono smettere di parlare di "exit strategy". L'"easy money", il denaro facile, dovrebbe restare con noi - e probabilmente resterà - per molto tempo ancora. Ciò a sua volta significa che possiamo tranquillamente fregarcene di tutte quelle storie da paura sull'indebitamento pubblico, riassumibili nella frase: «Non sarà un problema adesso, ma aspetta che si alzino i tassi di interesse!».

Più in generale, se la nostra economia ha una tendenza costante alla depressione, vivremo sotto le regole contrarie dell'economia della depressione - nella quale la virtù è un vizio e la prudenza è follia, nella quale i tentativi di risparmiare di più (compresi i tentativi di ridurre i deficit di bilancio) fanno stare peggio tutti quanti - per molto, molto tempo.

So che molte persone detestano sentir parlare di queste cose, che colpiscono il loro senso di onestà, offendono il loro stesso senso etico. Si presume infatti che l'economia consista nel fare scelte difficili (a spese degli altri, naturalmente); non che consista nel persuadere la gente a spendere di più.

Ma, come ha detto Summers, la crisi «non è finita finché non sarà finita ». E la realtà economica è quella che è. E ciò che quella realtà sembra essere in questo preciso momento è una realtà nella quale le regole della depressione varranno per molto, molto tempo.

 

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