smart working

IL LAVORO È SMART, MA IL LAVORATORE È ANALOGICO – LA PANDEMIA HA FATTO SCOPRIRE AGLI ITALIANI IL LAVORO DA REMOTO, MA NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE C’È UN PROBLEMA: MOLTI DIPENDENTI NON SANNO USARE IL PC! NON È COLPA LORO, È CHE IL SISTEMA È GERONTOCRATICO E NESSUNO SI È MAI PREOCCUPATO DI FORMARLI. EPPURE, È UN'OPPORTUNITÀ PER TUTTI...

 

Adalgisa Marrocco per www.huffingtonpost.it

 

lavoratori in smart working

Durante l’emergenza Covid lo smart-working cresce, ma con risultati differenti tra settore pubblico e privato.

 

L’utilizzo del lavoro da remoto in Italia nel corso della pandemia ha infatti generato rilevanti effetti positivi per i lavoratori privati e per le imprese mentre la Pubblica amministrazione, pur vedendo crescere la percentuale di impiegati lontani dall’ufficio, ha dovuto confrontarsi con “un limite ‘naturale’ alla telelavorabilità di alcune funzioni del settore e un limite legato a ridotte competenze del personale”. È quanto emerge da un’analisi curata dai ricercatori della Banca d’Italia e contenuta in tre paper.

 

MEME SMART WORKING

Nel documento dedicato alle Pubbliche amministrazioni, Bankitalia spiega che “i provvedimenti varati dal Governo per arginare il virus hanno portato a un forte utilizzo del lavoro a distanza nelle amministrazioni pubbliche.

 

La percentuale di lavoratori che hanno lavorato da casa almeno una volta a settimana è passata dal 2,4% del 2019 al 33% del II trimestre 2020. A usufruire di più del lavoro da remoto sono state le donne e i lavoratori più istruiti”. Eppure, segnalano da via Nazionale, “l’uso dello smart-working è stato limitato però da diversi fattori”.

 

Nella PA, evidenziano i ricercatori, esiste “un limite ‘naturale’ alla telelavorabilità di alcune funzioni del settore pubblico e un limite legato a ridotte competenze del personale, mentre gli investimenti in dotazioni informatiche sostenuti dagli enti non hanno inciso in maniera significativa”.

 

smart working in pigiama 2

“In media, a fronte di un potenziale di smart working nei servizi pubblici pari a circa il 36 per cento, l’utilizzo effettivo nei mesi della pandemia è stato del 33 per cento. In alcuni casi si sono riscontrate però differenze significative tra il tasso di telelavorabilità potenziale e l’effettivo ricorso allo smart working durante la pandemia. Nella PA in senso stretto, in particolare, lo smart working avrebbe potuto essere più pervasivo con un tasso potenziale pari al 53 per cento e un utilizzo effettivo di appena il 30 per cento”, si legge

SMART WORKING

 

Il potenziale è stato invece superato nell’istruzione e nei servizi sociali non residenziali. Infine, si legge nel paper, “la forte domanda di smart-working da parte delle donne evidenzia il potenziale di questo strumento nella conciliazione tra lavoro e vita familiare, facilitando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro”.

 

Per comprendere quali siano le difficoltà incontrate dalla PA nell’ambito del lavoro da remoto, HuffPost ha dialogato con Roberto Scano, esperto di attività di monitoraggio e supporto ad aziende e amministrazioni pubbliche in tema di digitalizzazione, che ha svolto attività di supporto per l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ed è presidente di IWA Italy, una delle maggiori associazioni di professionisti del web.

 

SMART WORKING MEME

“Per molto tempo nel settore pubblico non c’è stata una misurazione delle competenze digitali. Poi sono stati avviati progetti di auto-valutazione (per esempio il Syllabus “Competenze digitali per la PA” - documento che descrive l’insieme minimo delle conoscenze e abilità che ogni dipendente pubblico dovrebbe possedere per partecipare attivamente alla trasformazione digitale della pubblica amministrazione - curato dall’Ufficio per l’innovazione e la digitalizzazione del Dipartimento della funzione pubblica, ndr) che però hanno incontrato qualche resistenza tra i lavoratori”, dice Scano.

 

“In alcuni casi, infatti, il dipendente può essere perfino restio a chiedere supporto nell’apprendimento digitale all’amministrazione per timore di apparire ‘incompetente’ e di venire accantonato - prosegue l’esperto - questo genera una tendenza all’auto-apprendimento che non sempre ha gli effetti sperati: il lavoratore si ritrova con competenze non sufficienti e/o adeguate all’erogazione dei servizi in digitale. E alla fine a risentirne sono utenti e cittadini”.

smart working in pigiama 3

 

Un tasto dolente, dunque, è rappresentato dalla mancanza di formazione digitale dei dipendenti, emersa soprattutto durante la pandemia. “Dalla sera alla mattina, alcuni dipendenti si sono ritrovati a gestire il lavoro interamente da remoto senza alcuna preparazione. All’inizio dell’emergenza, anche in virtù dell’elevata età anagrafica dei lavoratori del settore, non è stato messo in piedi un sistema di tele-formazione sull’uso delle tecnologie digitali all’interno della Pubblica amministrazione”.

 

Durante l’emergenza sanitaria, sottolinea Scano, un altro problema è stato in parte rappresentato dalla “scarsa disponibilità di tecnologie informatiche adeguate presso le abitazioni dei lavoratori. È un aspetto sottovalutato ma di fondamentale importanza: la mancanza di dispositivi e connessioni internet affidabili e performanti pregiudicano il lavoro da remoto”.

 

SMART WORKING ROOM

Il nodo fondamentale per l’esperto rimane “la necessità di cambiare la mentalità organizzativo-manageriale. Per non parlare del fatto che, ancora oggi, molte procedure della pubblica amministrazione non prevedono il lavoro a distanza e si possono svolgere soltanto attraverso i terminali presenti in ufficio, senza possibilità di autorizzazione all’accesso da remoto. Anche mediante Vpn e reti riservate”.

 

“Potremmo dire che, pur in presenza di possibili resistenze all’aggiornamento da parte dei dipendenti, più che di una gerontocrazia del personale si tratta di una gerontocrazia dell’organizzazione e del sistema”, conclude Scano.

 

milena gabanelli e lo smart working 4

Se la PA ha risentito delle suddette limitazioni, degni di nota gli effetti positivi riscontrati dai lavoratori delle imprese private grazie allo smart-working. Secondo il documento dedicato da Bankitalia al settore, infatti, emerge che “sono stati preservati livelli salariali e occupazione” e che il lavoro da remoto “avrebbe contribuito a limitare le conseguenze negative della pandemia sulla domanda aggregata e sull’occupazione”. Dall’analisi, nella prima metà del 2020 oltre il 14% dei lavoratori del settore privato non agricolo ha lavorato da remoto, mentre nel 2019 era meno dell′1,5%. L’incremento ha riguardato soprattutto donne, lavoratori di grandi imprese e specifici settori a mansioni più ‘telelavorabili’, in particolare informazione e comunicazione, nonché attività finanziarie e assicurative. In media, analizza ancora l’istituto di via Nazionale, i dipendenti in smart-working hanno lavorato più ore (6%) e hanno fatto meno ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (Cig) rispetto a quelli che non hanno usufruito del lavoro da remoto. Il lavoro da remoto, rileva infine Bankitlalia nel paper, è stato usato più dalle figure manageriali e impiegatizie rispetto agli operai e più dai diplomati e laureati rispetto a chi ha una licenza media o inferiore.

outfit da smart working 10

 

Nel paper relativo alle imprese del settore privato si legge come sia “emersa una correlazione positiva, economicamente e statisticamente rilevante, tra il ricorso allo smart-working e la quota di lavoratori che lo utilizzano da un lato e la telelavorabilità delle attività, la frazione di occupazione femminile, la retribuzione media e l’adozione di tecnologie cloud dall’altro”. Il ricorso allo smart-working, prosegue Banca d’Italia, “ha consentito di limitare l’impatto negativo su produzione, fatturato e occupazione delle imprese. Ciò è avvenuto in maniera molto eterogenea, in quanto l’utilizzo del lavoro da remoto dipende da tipo di attività svolta, caratteristiche delle imprese, quali dimensione, dotazioni tecnologiche e infrastrutturali, capitale fisico e umano, esperienza sullo smart working maturata”.

cane pastore in smart working - coronavirus meme

 

Le imprese che utilizzano il lavoro da remoto sono aumentate dal 28,7% del 2019 all′82,3% del 2020. Le differenze tra aree geografiche e settori si sono ridotte rispetto al 2019. L’utilizzo dello smart-working, conclude Bankitalia, è aumentato soprattutto tra le imprese più dinamiche e innovative (con retribuzioni medie più alte, con manager più giovani e pratiche manageriali più moderne, appartenenti a gruppi esteri, che investono in tecnologie avanzate e con produttività più alta).

smart working 2

 

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