1. L’ALLUVIONE DI GENOVA SI PUÒ SINTETIZZARE NEL SOLITO PAPOCCHIO ALL’ITALIANA 2. CHI DOVEVA DARE L’ALLARME LO HA DATO IN RITARDO, CHI DOVEVA REAGIRE ALL’ALLARME NON AVEVA PREPARATO PIANI D’AZIONE, CHI DOVEVA FORTIFICARE I TORRENTI GIÀ ESONDATI IN UN PASSATO NON HA POTUTO FARLO PER UN IMPEDIMENTO AMMINISTRATIVO CHE PERÒ IL TRIBUNALE SOSTIENE ESSERE STATO SUPERATO DA MESI 3. L’ELENCO DELLE ALLUVIONI GENOVESI DEGLI ULTIMI CINQUANTA ANNI E’ UN LUNGO ELENCO DI CADAVERI MA NEGLI ANNI CHE COSA SI E’ FATTO? NULLA: LETTERE SMARRITE, RICORSI, TORMENTONI GIUDIZIARI, COMMISSARI A GIRANDOLA E AZIENDE CHE SI LITIGANO GLI APPALTI 4. E NON VALE SOLO PER GENOVA, DOVE PIANGIAMO L’ULTIMO DEGLI OLTRE CINQUEMILA MORTI UCCISI DA FRANE E ALLUVIONI CHE SPESSO SI POTEVANO EVITARE. CI SONO RITARDI NEI LAVORI PER METTERE IN SICUREZZA ALTRE AREE AD ALTO RISCHIO. DA QUELLA DEL SEVESO A QUELLA DELL’ARNO, DA QUELLA DEL TAGLIAMENTO A QUELLA DI SARNO E DI QUINDICI

1 - QUESTA SPECIE DI STATO

Massimo Gramellini per “la Stampa”

 

GENOVA - BISAGNO 3GENOVA - BISAGNO 3

Non starò a farvi venire il mal di testa con il rimpallo di accuse che ha contraddistinto il comportamento delle autorità alluvionate di ogni ordine e grado durante la giornata di ieri, mentre i genovesi erano per strada in silenzio a spalare. La solita catena burocratica in cui un potere scarica le colpe su un altro potere al fine di allontanare da sé ogni responsabilità.

 

Se ho capito bene, ma credo che non l’abbiano capito nemmeno loro, chi avrebbe dovuto dare l’allarme lo ha dato in ritardo, chi avrebbe dovuto reagire all’allarme non aveva preparato alcun piano d’azione, chi avrebbe dovuto ripulire e fortificare i torrenti già esondati in un passato fin troppo recente non ha potuto farlo per un impedimento amministrativo che però il tribunale competente sostiene essere stato superato da mesi.

 

GENOVA - BISAGNO  2GENOVA - BISAGNO 2

La sensazione è la solita: quella di un Paese non governato e forse ingovernabile, dove i cittadini sono abbandonati a se stessi, la prevenzione è una parolaccia, tutti pensano soltanto a pararsi il fondoschiena e nessuno chiede mai scusa. Pressappochismo, disorganizzazione e paralisi burocratica, il tutto condito con una spruzzata di arroganza. Cambiano le generazioni e, purtroppo, la frequenza delle alluvioni, ma il menu di Genova ricorda desolatamente quelli di Firenze, del Polesine, di Messina. Di ogni tragedia «imprevedibile» che da secoli mette prevedibilmente in ginocchio questa specie di Stato.

 

2 - CHI PAGA L’INCURIA?

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

 

GENOVA - BISAGNO GENOVA - BISAGNO

Dal fango di Genova escono due mani che reggono due plichi di ingiunzioni avvocatizie. La prima intima a Claudio Burlando di affidare immediatamente i lavori alle imprese che hanno vinto l’ultimo ricorso. La seconda, dei legali di chi ha perso l’ultima battaglia giudiziaria, diffida il governatore stesso dall’affidare quei lavori in attesa delle motivazioni della sentenza: è in arrivo una nuova raffica di eccezioni. 


E in quelle due diffide contrapposte, mentre amici e parenti piangono Antonio Campanella, l’ultimo dei genovesi uccisi in questi anni da quel Bisagno che di tanto in tanto lascia esplodere la sua collera come se volesse vendicarsi di chi nei decenni ha immaginato di poterlo domare stringendolo e rinsecchendolo e seppellendolo dentro un budello di cemento, c’è la sintesi di una storia scellerata.

 

ALLUVIONE A GENOVAALLUVIONE A GENOVA

Dove le carte bollate, un attimo dopo la fine di ogni emergenza, un attimo dopo i funerali dei morti di turno, un attimo dopo le furenti proteste e le accorate promesse («Mai più! Mai più!»), tornano a impossessarsi di un problema che da decenni è lì, sotto gli occhi di tutti. Occhi gonfi di lacrime nelle ore del pianto, distratti appena le prime pagine sono dedicate ad altro. 

 

ALLUVIONE genovaALLUVIONE genova

Il solo elenco delle alluvioni genovesi dell’ultimo mezzo secolo dice quanto sia serio il problema. Dieci morti nel 1953, quarantaquattro nel 1970, due nel 1992, tre nel 1993, uno nel 2010, sei nel 2011, un altro ieri… Ed è una triste scommessa prevedere, se non cambia qualcosa, nuovi morti domani, dopodomani, dopodomani l’altro. Ed è del tutto inutile invocare San Giovanni Nepomuceno, il patrono contro le frane e le alluvioni. Non può star dietro a tutto: il nostro, come ricorda una relazione al Parlamento della «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico» affidata da Renzi a Erasmo D’Angelis, è un Paese a rischio: «486.000 delle 700.000 frane in tutta l’Ue sono in 5.708 comuni italiani». Quasi il 69%. 


Più esposta tra gli esposti, Genova: «Il tratto terminale del torrente Bisagno, che sottende un’area fortemente antropizzata nella quale gravitano oltre 100.000 persone, e in cui sono presenti una serie di strutture e infrastrutture di valore strategico e logistico per l’intero assetto urbanistico della città», dice un rapporto della Regione al governo, «presenta condizioni di elevatissima criticità idraulica dovute alla grave insufficienza al deflusso dell’alveo attuale e in particolare del tratto terminale coperto».

ALLUVIONE A GENOVAALLUVIONE A GENOVA

 

Non basta: «Detta area rappresenta inoltre un nodo infrastrutturale particolarmente complesso, dal momento che vi si concentrano flussi di traffico – sia viabilistico sia ferroviario – già notevoli e ulteriormente destinati ad aumentare». 


Come spiegava qualche mese fa su queste pagine Marco Imarisio, raccontando di anni perduti, lettere smarrite, tormentoni giudiziari, commissari a girandola, quando nel 1928 studiò come ingabbiare il Bisagno che scende Passo della Scoffera e solca il centro del capoluogo ligure, il progettista incaricato dal Duce di interrare il torrente calcolò che nei momenti di piena potesse rovesciarsi a valle portando al massimo 500 metri cubi d’acqua al secondo.

 

Sarà perché è stato sconvolto il territorio alle spalle della città, sarà perché è cambiato il clima, certo è che sbagliava i conti. Quando si gonfia sotto improvvise piogge torrenziali con l’apporto di altri sei torrenti, il Bisagno irrompe furibondo in città portandone, di litri, il triplo: 1.450. 

ALLUVIONE A GENOVA ALLUVIONE A GENOVA


Era il 1974 quando dopo l’ennesimo spavento quella volta senza morti, l’allora ministro dell’Industria, del commercio e dell’artigianato, Ciriaco De Mita, definì il Bisagno una «emergenza nazionale». Quattro decenni dopo siamo ancora qui. A rileggere documenti della struttura d’emergenza di Palazzo Chigi intitolati: «Come e perché da 3 anni sul Bisagno lavorano avvocati e magistrati ma non operai». 


A chiederci come sia possibile che la «rimozione del tappo» nel tratto terminale del fiume, tappo che ogni tanto salta, sia bloccata da anni dalle risse intorno agli appalti nonostante fosse stata riconosciuta come una criticità a livello nazionale ed europeo almeno da quando fu inserita nel «Piano degli interventi strutturali per la riduzione del rischio idrogeologico in aree urbane ad altissima vulnerabilità» redatto nel luglio 2001. 

ALLUVIONE A GENOVA ALLUVIONE A GENOVA


Chi abbia ragione tra i due consorzi di imprese che si scannano intorno all’appalto per 35.730.000 euro stanziati l’11 ottobre 2010, con tutto il rispetto per le ragioni dei contendenti, non può interessare più di tanto i cittadini italiani. Che scoprono basiti come a distanza di anni dai lutti, dalle lacrime, dalle promesse, dai solenni giuramenti del 2011 praticamente nulla sia stato fatto. Per ragioni di carte. Solo di carte. E non vale solo per Genova, dove oggi piangiamo l’ultimo degli oltre cinquemila morti uccisi negli ultimi decenni da frane e alluvioni che spesso si potevano evitare. 


La stessa «Struttura di missione» di Palazzo Chigi denuncia i ritardi nei lavori per mettere in sicurezza altre aree ad alto rischio. Da quella del Seveso a quella dell’Arno, da quella del Tagliamento («Si discute sulle soluzioni da 48 anni, con 41 milioni da spendere») a quella di Sarno e di Quindici. Dove nel maggio 1998 morirono, travolte dal fango, 160 persone. 

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Spiega una relazione che «il “grande progetto Sarno” consiste nell’apertura di uno scolmatore che sfocia a Torre Annunziata sfruttando il percorso del “canale Conte di Sarno” realizzato negli anni 70 e mai utilizzato» e che è prevista anche «la realizzazione di vasche e aree ad esondazione controllata per una superficie complessiva di 100 ettari circa» per mettere al sicuro almeno «i 44.000 abitanti più a rischio in caso di piena» dato che «allo stato attuale l’insufficienza idraulica del fiume provoca esondazioni praticamente a ogni pioggia». 


Bene: l’intero progetto, rifinito in tutti i dettagli dai tecnici della Autorità di Bacino e dell’Agenzia regionale Arcadis, con 23 interventi suddivisi in 5 lotti, è però fermo. E restano così in sospeso i 247,4 milioni di euro stanziati per l’opera. Quasi tutti fondi europei. Anche sul Sarno, accusano da Palazzo Chigi, «sono in corso guerre legali tra Comuni e tra Comuni e Regione». Un ammasso di conflitti a volte anche giustificati: molti cittadini si pongono ad esempio il problema delle vasche: il Sarno è inquinatissimo, non sarà il caso, prima, di procedere col disinquinamento? 

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Fatto sta che decine di migliaia di persone, che vivono in un’area sei volte più popolata rispetto alla media nazionale, restano lì, tre lustri dopo la catastrofe, a rileggere quei dati che spiegano come Sarno sia stata colpita da 5 frane nel secolo dal 1841 al 1939 e da 36 (trentasei!) dopo la seconda guerra mondiale. E a sperare che il buon Dio e la natura perdonino i loro sventurati ritardi. 

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