PIU’ ORMONI, MENO ARMANI! - ARRIVATO ALLA MEZZA ETA’, 55-65, L’UOMO CAMBIA LA GEOGRAFIA FISICA E SESSUALE DI UOMINI ABITUATI A SENTIRSI GIOVANI SEMPRE, STANCHI MAI, POTENTI “FOR EVER” - NON PERDETE LA TESTA, BASTA UN PO’ DI TESTOSTERONE

1. MENO PAUSA UOMINI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI MEZZA ETÀ

Maria Novella De Luca per "la Repubblica"

 

Si chiama “Low T” ed è la nuova ossessione maschile. Micro sigla per un macro significato. Neologismo made in Usa, ombrello linguistico per quella crisi di mezza età, 55-65, che sta cambiando la geografia fisica, affettiva e sessuale di uomini abituati a sentirsi giovani sempre, stanchi mai, potenti “for ever”.

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La sigla “Low T” vuol dire, semplicemente, basso livello di testosterone, e il testosterone è un fondamentale ormone maschile da cui dipendono forza, virilità, desiderio, benessere psicofisico, ma anche una positiva “aggressività” intellettuale. E dunque capacità di prestazione in ogni declinazione della vita. Accade però, naturalmente ma silenziosamente, che con il passare degli anni l’ormone della forza decada, si assottigli.

 

Ma la novità è che oggi, con la benedizione di Big Pharma, questo fisiologico mutamento maschile è stato soprannominato “Manopause”, ossia menopausa dell’uomo, con la conseguente corsa all’acquisto e alla prescrizione di ogni antidoto o elisir che possa rallentare la prima anticamera dell’invecchiamento.

 

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E così, a cominciare dagli Stati Uniti, ma via via il contagio si allarga dappertutto, i farmaci al testosterone sotto forma di gel, pasticche o iniezioni, sono diventati una pericolosa mania collettiva. In America una vera e propria droga, pilotata da una pubblicità martellante che promette ai maschi che si affacciano ai cinquanta corpi scolpiti ed efficienza da trentenni.

 

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I numeri sono da brivido: ricette per il testosterone triplicate in due anni, giro d’affari di 2,5 miliardi di dollari nel 2013. Tanto che la Fda, Food and drug administration, ha lanciato l’allarme, visti i consumi macroscopici di steroidi, venduti addirittura senza ricetta nei supermercati. Da noi (per ora) il fenomeno è invece almeno nei numeri agli antipodi: per i farmaci a base di “T”, il fatturato non supera gli otto milioni di euro.

 

Ma la grande paura del “Low T” è in realtà il sinonimo (ulteriore) di quella crisi maschile iniziata nel secolo scorso e che forse oggi è al suo apice. E che trova risposta nella diffusione di quella farmacologia dei sentimenti che ad ogni disagio dà una soluzione chimica. Spesso fallace però, come spiega Fabrizio Quattrini, presidente dell’Istituto italiano di sessuologia clinica: «Bisogna fare subito una distinzione tra la patologia e la fisiologia.

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Tra chi ha dei deficit ormonali veri, e chi invece soffre semplicemente un passaggio d’età che non riesce ad accettare». Quello “scalino” che per le donne è ben codificato, coincide con la fine della fertilità, con un periodo più o meno lungo di incertezza esistenziale, disagi fisici, depressione e che si chiama menopausa.

 

Qualcosa di simile appunto accade anche agli uomini, tanto che è diventato un best seller mondiale il saggio di due scrittrici americane, Lisa Friedman Bloch e Kathy Kirtland Sileverman, “Manopause. La tua guida per sopravvivere al suo cambiamento di vita”. Ossia come sopportare un marito o compagno che comincia a sentirsi vecchio. Abile e divertente operazione che giocando sul termine menopausa, rovescia al maschile stereotipi e acidità su quella che era, fino ad oggi, considerata una condizione esclusivamente femminile.

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«La verità è che i maschi non sono preparati. Quando iniziano a sentirsi deprivati della propria potenza — racconta Fabrizio Quattrini — avvertono il calo del desiderio, o capiscono di essere meno aggressivi sul lavoro, entrano in una crisi totale. Per molti però non è un problema di testosterone, ma dell’incapacità di accettare un passaggio della vita». Insomma il “low T” (a cui sono dedicate le copertine sia di Time che di Spiegel delle ultime settimane) sarebbe più che altro una condizione esistenziale.

 

Aggiunge Quattrini: «Oggi tra i cinquanta e i sessant’anni agli uomini vengono chiesti impegni e performance da trenta-quarantenni. Ma il corpo cambia. E nemmeno il viagra che pure è stata un rivoluzione può ovviare a questo senso di “perdita” che molti avvertono. È invece lavorando sulla psiche, sull’accettazione delle fasi della vita, che si può superare la crisi dell’età e del corpo che cambia».

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C’è però un aspetto più strettamente sanitario, su cui si sofferma Emmanuele Jannini, docente di Endocrinologia e Sessuologia Medica all’università romana di Tor Vergata. «La menopausa maschile esiste, ma è qualcosa di molto diverso da quella femminile. Per le donne il calo degli ormoni avviene in modo repentino, drastico, la riduzione del testosterone invece è lenta, silenziosa. E in alcuni casi pericolosa. Per cui sarebbe fondamentale prescrivere dei farmaci che ne riportino il livello ai valori normali. Ma da noi il testosterone fa paura. È un retaggio culturale grave e arcaico».

 

Insomma, nel nostro Paese oggi siamo all’opposto di quanto accade negli Stati Uniti. Le terapie ormonali, ben studiate per le donne, non sfiorano invece l’universo maschile. Così mentre anche da noi tra palestre e web inizia a diffondersi la vendita parallela di farmaci a base di steroidi, per uomini che hanno paura di invecchiare, o peggio, per maschi giovani che pensano così di essere più potenti, l’aspetto sanitario del testosterone viene ignorato.

 

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Aggiunge Jannini, che dirige anche la Società italiana di andrologia: «I maschi italiani e latini sono tra i più ignoranti al mondo per quanto riguarda il funzionamento del proprio corpo. Così quando a cinquant’anni capiscono che qualcosa sta cambiando, che cala il desiderio sessuale, che iniziano ad ingrassare, entrano nel panico. Ma nessuno fin da ragazzi consiglia loro una vista dall’endocrinologo.

 

Nella mentalità comune l’andropausa viene letta come sinonimo di impotenza... ». E il vero problema è che, mancando totalmente la cultura dell’autunno della vita maschile, anche la prescrizione medica di farmaci al testosterone viene vista con sospetto. Né, quasi mai, agli uomini viene chiesto di misurare il loro tasso di “T”. «Nessuno spiega che il deficit di questo ormone — dice ancora Jannini — aumenta il rischio di cancro alla prostata.

 

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È evidente che laddove i dosaggi sono buoni è assolutamente dannoso aggiungere il testosterone, come avviene negli Stati Uniti. Dove però questo farmaco ha assunto la forma di un doping collettivo per esaltare le prestazioni. Ma se c’è un livello troppo basso è criminale, sì, proprio criminale non prescriverlo ».

 

L’abbuffata di “T”, con androcliniche che spuntano come funghi dedicate soltanto alla menopausa maschile (Manopause che da noi si traduce però con lo stesso termine sia per gli uomini che per le donne), rischia di avere in breve i numeri milionari che nel secolo scorso hanno accompagnato la nascita del viagra. Attenzione però, avverte Jannini, «l’abuso di testosterone aumenta drammaticamente il rischio di infarto, e di altri danni cardiovascolari ». Dunque se è vero che il “T” funziona, come si legge sulle avvertenze dei farmaci, sarebbe bene non superare le dosi consigliate.

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2.ALLA RICERCA DELL’EUFORIA PERDUTA

Elena Stancanelli per "la Repubblica"

 

«Appena ho iniziato a prendere il testosterone mi è scoppiata una voglia insaziabile di fare sesso. Una sensazione che non avevo mai provato: ogni minuto, ogni ora del giorno il mio corpo mi chiedeva sempre ossessivamente la stessa cosa. Ero sempre, sempre eccitata».

 

Me lo ha raccontato una donna, una ragazza di vent’anni in terapia ormonale, in transito verso il genere sessuale che riteneva giusto per sé, e che non era quello che le aveva assegnato la natura.

 

Female to male. Per diventare un maschio, si stava sottoponendo a una specie di tortura chimica che le aveva fatto crescere i peli, abbassato la tonalità della voce e cambiato la forma del viso. Ma soprattutto, a quanto raccontava, aveva modificato radicalmente il suo desiderio, che era diventato ubiquo, potente, prepotente.

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È davvero così diverso il desiderio degli uomini da quello delle donne? Davvero se una donna prova nel suo corpo la loro fame sessuale ne resta così sconvolta, piacevolmente sconvolta? No, e per chi avesse ancora dubbi sull’intensità della fame sessuale femminile, si consiglia la lettura del libro di Daniel Bergner, “Che cosa vogliono le donne” (Einaudi Stile Libero). La reazione in questione, l’irrompere cieco e torrenziale della smania di cui parlava quella ragazza, è la reazione che prova un corpo, un corpo di qualsiasi genere, quando riceve di colpo una dose di testosterone dall’esterno, che si somma a quella da quel corpo normalmente prodotta.

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Una specie di sballo, che è la nuova passione degli americani e dei nuovi ricchi del mondo, over cinquanta. Superata da tempo l’età nella quale produce più testosterone di quanto possa smaltirne senza diventare molesto, il maschio “adulto”, anziché passare alla fase B, quella nella quale il sesso lo si fa perché è divertente e non perché sennò scoppi, chiede di farsi gonfiare di nuovo di testosterone. Col risultato di tornare di colpo alla fase A, quella del ragazzino molesto.

 

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Non è viagra, non si tratta di una pillola magica che garantisce prestazioni. Il doping del testosterone è piuttosto un viaggio nel tempo, grazie al quale mandrie di adulti stropicciati si ritrovano deportate nel territorio accidentato dell’adolescenza, aggravate però dall’esperienza di una vita e soprattutto un corpo assai meno agile. Nelle vene una nuova frizzante energia con cui affrontare la giornata, infastidire le colleghe, correre su e giù con lo skateboard o la bicicletta, mettendo a repentaglio menischi rabberciati, dentature più e più volte sbiancate e in parte impiantate.

 

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Pensavamo che obiettivo della vita fosse la serenità contenuta nell’assenza di desiderio, quello stato di quiete in comunione con sassi e petunie e orsetti lavatori che da secoli c’era sembrato il modo più esatto per comprendere l’universo. Non era vero: se smetti di desiderare sei morto, quanta più fame hai quanto più azzannerai e quindi conoscerai. E la maledetta esperienza: che inutile zainetto pieno di un niente pesantissimo! Ma forse è soltanto che la vita si è allungata abbastanza da lasciare scoperti troppi anni, troppo tempo in cui dover giocare a scacchi con la morte.

 

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Ci annoiamo, e quindi ci figuriamo mostruosi scenari finali e abbiamo paura. Soltanto quella agitazione dei muscoli e di alcuni organi ci rassicura. Come ti vedi tra qualche anno? Residente in una città col nome di un succo di frutta, tra vecchi arrapati e dementi che si accoppiano a caso, aspettando l’ultimo, provvidenziale, respiro. Che c’è di male? Niente, in verità.

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