giulio cesare michieletto

UN CESARE CON VOCE BIANCA E POCO TESTOSTERONICO, QUATTRO CONTROTENORI E UN EROTISMO SOTTILE: AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA ARRIVA IL “GIULIO CESARE” DI HAENDEL NELLA REGIA DI DAMIANO MICHIELETTO - LA TESI DI UN CESARE “DEBOLE” È SPIAZZANTE E INTRIGANTE. LA REALIZZAZIONE È ESEMPLARE: SCENE BELLISSIME, RECITAZIONE ECCEZIONALE, MOMENTI DI GRAN TEATRO. MANCA, FORSE, UN PO’ DI QUELL’IRONIA CHE… - VIDEO

 

Alberto Mattioli per “Il Foglio” - Estratti

 

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GIULIO CESARE DI MICHIELETTO 34

Nella regia di Damiano Michieletto, il protagonista di questo Giulio Cesare dell’Opera di Roma non è il solito conquistatore testosteronico, e non solo perché canta con voce bianca come da estetica barocca. In completo manageriale blu elettrico, è bloccato da lunghi fili rossi, srotolati da tre Parche nude di inquietante bellezza: nessuno, nemmeno l’eroe per eccellenza, è slegato dal suo passato e dai suoi fantasmi.

 

E così, in questa corte intrigante e libidinosa d’Egitto, è proprio Cesare il meno ferreo dei vasi che entrano in collisione. La vicenda si sviluppa su due piani: davanti, il mondo “vero”; dietro, quello del sogno, del ricordo, dove si aggira il fantasma di Pompeo, sfilano arcani riferimenti mitici e mitologici e appunto le Parche tessono le tele del destino come delle Norne desnude. Finché i due mondi si confondono, e il viluppo dei fili rossi riempie la scena: ennesimo capolavoro scenografico di Paolo Fantin, una vera affascinante installazione d’arte contemporanea.

GIULIO CESARE DI MICHIELETTO 34

 

La tesi di un Cesare “debole” è spiazzante e intrigante: però tutto, al solito, non sta tanto nel “cosa” ma nel “come”. La realizzazione è esemplare: scene come si è detto bellissime (non è detto che le regie “moderne” debbano essere per forza visivamente squallide), recitazione eccezionale, momenti di gran teatro come in “Va tacito e nascosto”, colpo di scena finale da non spoilerare con l’irruzione della “verità” storica. Manca, forse, un po’ di quell’ironia che pare consustanziale al teatro händeliano fin dai tempi beati del Cesare-dinosauro di Richard Jones a Monaco; in compenso, circola in questo spettacolo un erotismo sottile che profuma tutti i personaggi, non solo Cleopatra che dell’eros è la titolare. In ogni caso, memorabile.

 

GIULIO CESARE DI MICHIELETTO 34

Con poche prove, Rinaldo Alessandrini riesce nell’impresa di barocchizzare un’orchestra poco avvezza a questo repertorio (ma il continuo se l’è portato lui da casa). Qualche stacco di tempo è inevitabilmente prudente, ma l’insieme regge benissimo, e alcune sciabolate ritmiche o coloristiche dimostrano che sul podio c’è qualcuno che Händel lo conosce benissimo. Peccato non tanto per i tagli (se facciamo Händel integrale, allora voglio potermi comportare come il pubblico dell’epoca, andare e venire, chiacchierare, degustare sorbetti, giocare a carte), ma perché alcuni passaggi di recitativo proprio ci vorrebbero: e, se anche l’opera viene abusivamente divisa in due parti, sarebbe davvero meglio chiudere la prima con “Son nata a lagrimar”. 

 

damiano michieletto

Sul fronte dell’ugola, è il Giulio Cesare “dei tre controtenori”, Cesare, Tolomeo e Sesto (anzi quattro perché ci sarebbe pure Nireno che però non canta quasi). Come protagonista, gran volume, bel timbro, agilità scatenate, Raffaele Pe giganteggia ma non gigioneggia, bravissimo. Idem Carlo Vistoli, Tolomeo biondo curiosamente simile a Morgan e dalla consueta finezza musicale e interpretativa (consueta di Vistoli, non di Morgan).

 

GIULIO CESARE DI MICHIELETTO 56GIULIO CESARE DI MICHIELETTOdamiano michielettoDAMIANO MICHIELETTOGIULIO CESARE DI MICHIELETTO 34

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