luttazzi scanzi

L’AVVELENATA DI DANIELE LUTTAZZI - “OGNI PEZZO DI ANDREA SCANZI HA LA FORMA E LA SOSTANZA DI UN NECROLOGIO” – AL CENTRO DELLO SCAZZO TRA DUE EX AMICI, LA STORIA DELLE BATTUTE COPIATE: “PARLARE ANCORA, DOPO SEI ANNI, DI GENERICA QUERELLE PLAGI, È UN MODO PER CONTINUARE LA GOGNA A MEZZO STAMPA, PARANDOSI IL CULO”

Daniele Luttazzi per il “Fatto Quotidiano”

daniele luttazzidaniele luttazzi

 

Conosco Andrea Scanzi da quando era un giovane giornalista di belle speranze che scriveva di musica sul Mucchio Selvaggio e seguiva tutte le date toscane dei miei tour. Lo ricordo, con la dolce Linda, ospite squisito nella loro bella villa di Rigutino (AR). Un giorno mi chiese se potevo scrivere la prefazione al suo primo libro di racconti. In tono affettuoso, la mia introduzione parodistica sgamava un difetto di Andrea che, purtroppo, col tempo è peggiorato: il kitsch sentimentale.

 

Luogo classico della retorica bassa, il kitsch sentimentale si compiace del patetismo, ed è l’errore artistico che vizia la cultura popolare, cui reca successo: ne originano quegli aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp ( Luchino Visconti che guarda Sanremo per sghignazzare con gli amici).

 

andrea scanzi      andrea scanzi

Tollerabile nella cultura di massa, il kitsch sentimentale diventa, quando contagia un giornalista, una vera disgrazia: non per lui, che ne lucra consensi facili, ma per i suoi lettori. Forma e sostanza dei suoi pezzi, infatti, ne vengono così influenzati che la realtà raccontata non corrisponde più al vero.

 

Forma e sostanza del contenuto. Ogni pezzo di Andrea Scanzi ha la forma e la sostanza di un necrologio. Non solo quando si occupa di grandi artisti defunti che non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa (Gaber e De André, da lui usati come vetrina personale come Koons ha fatto con Piazza della Signoria), ma soprattutto quando prende di mira fenomeni ancora vivissimi, di cui descrive una decomposizione che solo lui vede, e che non c’è. Il modello, che una volta notato diventa stucchevole (la stucchevolezza è il principale indizio di kitsch sentimentale), è sempre lo stesso: X, che una volta era un grande, ora non lo è più.

Daniele LuttazziDaniele Luttazzi

 

andrea  scanzi andrea scanzi

Variante: anche se ora non lo è più, X era un grande. Il modello gli serve per denigrare, la variante per esaltare; ma l’effetto ricercato è sempre lo stesso: il kitsch sentimentale, il Mogol dei coccodrilli. Gli ultimi due pezzi di Andrea sono un esempio flagrante del suo modus operandi. Il titolo del primo è tutto un programma: “Benigni, quel che resta di lui”. Siamo già all’ossario. Andrea comincia accusando Benigni di incoerenza: “Voterà sì al referendum che vuole sancire lo sfascio della Costituzione, lui che faceva sermoni sulla sacralità della Costituzione”.

LUCARELLI SCANZILUCARELLI SCANZI

 

È un errore di ragionamento piuttosto comune: la petizione di principio. Che il referendum sfasci la Costituzione, infatti, lo sostiene Scanzi. Benigni la pensa diversamente. Non c’è incoerenza. Posati i binari della premessa fallace, Andrea può farvi procedere il suo solito trenino a due vagoni. Nel primo, fa sedere l’artista che una volta gli piaceva; nel secondo, l’artista di oggi, che non gli piace più.

 

Daniele luttazziDaniele luttazzi

Al suo fermodellismo manca il treno in cui l’artista evolve secondo criteri propri, non quelli scanziani, e quindi il lettore non può giungere ad altre destinazioni. Come se non bastasse, il tono del capostazione Andrea è spesso paternalistico (“voglio essere buono”): ma considerarsi superiori agli artisti è un pregiudizio giornalistico piuttosto diffuso, e non si possono addossare a uno le colpe di tutta una categoria.

 

Sostenere però che un artista, siccome non la pensa più come te, non è più un grande artista, è un salto logico da purismo grillino. Nell’altro pezzo, in un’esagerazione di pompe funebri, Andrea fa addirittura il necrologio a tutta la satira televisiva italiana. Infatti il titolista, che ha capito il trucchetto, compone un fenomenale “Pace alla satira sua”; ma la materia è troppo vasta per l’articolista, e la sua corona di fiori non basta per tutte le bare.

SCANZI AL PROCESSOSCANZI AL PROCESSO

 

Come da modello, sul primo vagoncino di Andrea troviamo la satira tv di una volta, sul secondo quella di oggi. Il viaggio comincia con la domanda: “Che fine ha fatto la satira in tv?”, e procede bene nel ridente panorama storico ricostruito, ma a un certo punto il trenino scambia le cause con gli effetti, e deraglia.

 

MARCO TRAVAGLIO DANIELE LUTTAZZI MARCO TRAVAGLIO DANIELE LUTTAZZI

Per riportarlo sui binari, allora, occorre precisare che la nostra assenza dalla Rai, prima, e da altre emittenti, poi, non fu un fenomeno accidentale, di quelli atmosferici, ma un atto di censura, deciso ed eseguito da dirigenti scelti alla bisogna; e quindi sottolineare quali, fra le cause elencate da Andrea, sono invece conseguenze: alcune strategiche (le tv invase da programmi e intrattenitori comici dissimulano l’avvenuta censura alla satira), altre inevitabili, ma che non c’entrano con la sparizione della satira dalla tv italiana (all’estero, il ruolo meno dominante della tv e i gusti delle nuove generazioni non hanno intaccato la quantità e la qualità della satira tv), altre comprensibili, ma non determinanti (l’autocensura dei comici, poiché la censura funziona e stronca carriere; o l’i mprepara zione satirica dei nuovi).

andrea scanzi andrea scanzi

 

Se nella tv solo divertimento e caricature irrilevanti, la colpa è esclusivamente della censura di questi anni di inciucio. Dirigere l’attenzione altrove è una mistificazione che sminuisce la portata dell’azione censoria. Ma Andrea mi ha già messo nel secondo vagone, quello patetico: “Il satirico si è sostituito al politico (…) situazione anomala e scivolosissima che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tv con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.”

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Daniele Luttazzi Rai per una Notte Ansa Daniele Luttazzi Rai per una Notte Ansa

Non mi sono mai smarrito in vita mia, caro Andrea, e sono alquanto prodigo di ciarle, per un muto ostinato e rancoroso. Ho continuato a fare satira, politicamente: come ho spiegato in tutte le interviste possibili, ho deciso di non fare teatro finché non potrò tornare in tv. La censura, eseguita nell’ombra, va portata alla luce: è il senso politico della mia assenza dalle scene, che nessun giornalista ha ancora raccontato.

 

Non commettere anche tu l’errore di confondere la realtà vera con la realtà creata dai media. È il caso della querelle plagio. Dopo quel monologo che denunciava l’inciucio bipartisan, alla minimizzazione seguì una campagna stampa diffamatoria che strumentalizzava falsità diffuse in Rete da anonimi incompetenti. Non c’era alcun plagio, né i comici stranieri gentilmente informati dai diffamatori mi hanno fatto causa.

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Parlare ancora, dopo sei anni, di generica querelle plagi, è un modo per continuare la gogna a mezzo stampa, parandosi il culo. Continua pure. Se però vuoi approfondire davvero la materia, nelle mie interviste sul Fatto trovi tutti i riferimenti utili.

 

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Scoprirai, fra l’altro, che uno dei responsabili di quel killeraggio ha confessato la mascalzonata (nascosero la parte rilevante della vicenda per darmi del disonesto) e mi ha chiesto perdono. Che bella storia, eh? Puro kitsch sentimentale. Buon appetito

 

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