ESCI, GRASSO, DA QUESTO CORPO! - L’OBESITÀ COME (P)OSSESSIONE MALIGNA, TARA MORALE, COLPA DA ESPIARE – E SPESSO DAL SALUTISMO AL RAZZISMO IL PASSO È GREVE

Marino Niola per "la Repubblica"

«Vade retro grasso, ti ordino di lasciare questo corpo! ». È la formula con cui la guru californiana Mary Ascension Saulnier esorcizza le cellule adipose dei suoi clienti, a suo dire star hollywoodiane alla ricerca della forma perduta. L'ineffabile fat whisperer, la donna che sussurra alla ciccia, dice di entrare in contatto con le membrane cellulari e di scacciarle, come padre Amorth con Satana.

Viene il sospetto che la sconcertante terapia con la materia grassa elimini anche quella grigia. Eppure la surreale Mary Ascension è semplicemente l'ultimo anello di una millenaria catena lipofoba che vede nel sovrappeso una tara morale, una colpa da espiare. Insomma una demonologia ponderale che affonda le sue radici
nelle Sacre Scritture.

«Guai a voi, uomini pingui», tuona l'implacabile profeta Amos settecento anni prima di Cristo. Gli fa eco il non meno severo Isaia che mette gli obesi tra i malvagi perché la loro voracità oltrepassa i limiti del lecito. E a gettare benzina sul fuoco degli anatemi vetero-testamentari ci si mette pure Platone che considera la gastrimargia, ovvero la follia del ventre, un crimine contro la Repubblica.

Un disordine alimentare che diventa indizio certo di un carattere antisociale, di un egoismo bulimico. Non siamo lontani da quanto professa nel 1926 il medico americano Leonard Williams, autore di un best seller come Obesity, che bolla di egoismo le persone troppo grasse perché impongono agli altri lo spettacolo indecente della loro taglia over size.

È questo il grande snodo biopolitico che sta dietro le rappresentazioni dell'obesità di ieri e di oggi. L'idea che si tratti di un accumulo eticamente e politicamente scorretto. Di un aggiotaggio calorico i cui costi finiscono per ricadere sulla collettività. In questo senso c'è un filo rosso che lega le maledizioni bibliche della pinguetudine e le fatwe salutistiche del nostro tempo.

Allora si pensava che i ciccioni sottraessero cibo agli altri. Ora invece i
fat boys vengono considerati un costo insostenibile per il welfare, delle bombe a tempo per la Sanità. Ne sa qualcosa lo chef sud africano Albert Buitenhuis che proprio in questi giorni (Repubblica, 28 luglio) si è visto negare il rinnovo del permesso di soggiorno in Nuova Zelanda a causa dei suoi centotrenta chili.

«La sua salute è a rischio e i nostri servizi sanitari non possono farsene carico », ha detto papale papale l'Ufficio immigrazione. E ne sanno qualcosa anche quei lavoratori con taglia forte che, a parità di competenze, guadagnano il diciotto per cento in meno dei normopeso. A dirlo è una recentissima ricerca svedese. Insomma, umiliati e obesi.

Nella società della leggerezza e dell'efficienza, dove la vita viene medicalizzata ogni giorno di più, i grassi sono i nuovi paria. E l'adipe è diventato l'emblema del male assoluto. Fisico ma in fondo anche morale. Con la differenza che una volta non era il peso in sé a essere condannato, ma gli appetiti malsani e immorali di cui era il sintomo visibile.

Mentre con la modernità a essere anatemizzati sono i chili superflui in sé. Eppure a dispetto della scienza e della secolarizzazione il tono resta implacabilmente inquisitoriale. Persecutorio.

Nel Medioevo per esempio nasce lo stereotipo dell'ebreo obeso, discendente diretto del ricco Epulone evangelico. Una vera e propria demonizzazione della carne, ripresa alla grande dall'antisemitismo otto-novecentesco, che la trasforma nella metafora politica del giudeo parassita. Avido di cibo come di denaro. E che ingrassa a spese della società. Le tragiche conseguenze di questi transfert dovrebbero fare da antidoto contro certi integralismi alimentari che oggi vanno per la maggiore.

Perché spesso dal salutismo al razzismo il passo è breve. Oggi come ieri. Certo ormai l'etica ha lasciato il passo alla dietetica, la religione alla normalizzazione. E l'espiazione alla nutrizione. Eppure nel furore immunitario di questo tempo tornano a galla fantasmi biblici. E in quello che il grande psichiatra Thomas Szasz, critico feroce dell'industria delle diete, definiva lo "stato terapeutico" riaffiora l'ombra totalitaria di quello teocratico. Tant'è vero che il comandamento della magrezza rimette in gioco un Dio che pesa i corpi invece che le anime in una sorta di prova generale del giudizio universale.

Basta andare a guardare chi ha enunciato i primi precetti della dietologia di massa e inventato alcuni dei suoi alimenti-pentimenti. Sylvester Graham, che nell'Ottocento mette sul mercato l'omonimo cracker ipocalorico, è un ministro del culto presbiteriano. Ed è il bacchettonissimo pastore Charlie W. Shedd a escogitare un programma dimagrante direttamente ispirato alla Bibbia.

Nel suo libro Pray your weight away, (Prega per ridurre il peso) uscito nel 1957 - quando l'Italia del miracolo economico sacrificava il vitello grasso sull'altare del benessere - equipara gli obesi ai peccatori e prescrive la preghiera come infallibile anoressizzante. Sulla sua scia nascono le cosiddette diete cristiane, come il movimento Weigh Down, fondato da Gwen Shamblin che conta trentamila centri in tutto il mondo, dove si cerca di buttare giù ciccia a forza di giaculatorie. Da allora i dimagrimenti miracolosi cominciano a moltiplicarsi come le guarigioni a Lourdes. Grazie anche a un vero e proprio esercito di predicatori che tuonano contro il diavolo annidato nell'adipe.

Help Lord, the Devil Wants me Fat (Signore aiutami, il diavolo mi vuole grasso) è il titolo di un altro dei best seller della nuova liturgia dietetica. Dimagrire al grido di Dio lo vuole insomma. È una santa alleanza tra una religione uscita dai binari e gli interessi ormai sacri e intoccabili dei weight watchers, i controllori del peso. Che producono un continuo allarme alimentare che - come dice in The Culture of Fear (La cultura della paura) il sociologo Barry Glassner - esagerano artificialmente i rischi del sovrappeso trasformando la cucina in una fabbrica di malattie.

Il risultato è il diffondersi di un disprezzo talebano della carne. Che può essere mostrata senza veli e pudori a condizione di portare le stimmate della rinuncia. È un imperativo estetico, ma anche un'etica mascherata, un ascetismo secolarizzato che vede nel grasso un demonio da scacciare. E in un corpo non piallato un inestetismo da nascondere. Siamo davanti a un'inquisizione che normalizza i corpi anziché disciplinare le anime. Inchiodando i peccatori alla croce del peso format.

 

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