L’INVASIONE DEI BARBERA - IL DIRETTORE DELLA MOSTRA DI VENEZIA SI PRESENTA ATTACCANDO IL SUO PREDECESSORE E ATTUALE PRESIDENTE DEL FESTIVALONE DI ROMA, MARCO MÜLLER: “CI VUOLE QUALITÀ NON QUANTITÀ. QUELLO DI ROMA È UN GIGANTISMO BULIMICO FUORI TEMPO MASSIMO. CON LA CRISI INCOMBENTE È IL MOMENTO DI SNELLIRE I FESTIVAL. BISOGNA DARE SPAZIO AI GIOVANI E SOSTENERE VENEZIA”...

Giuseppina Manin per il "Corriere della Sera"

Barbera 2, il ritorno. Fosse un film potrebbe titolarsi così il secondo mandato di Alberto Barbera, direttore due volte della Mostra del cinema di Venezia. La prima, dal 1998 al 2002, presidente Paolo Baratta, fu interrotta in anticipo su pressione dell'allora ministro ai Beni culturali, il berlusconiano Giuliano Urbani, poco in sintonia con lui. Ma i ministri cadono e i direttori, a volte, tornano.

Barbera, dal 2004 alla guida del Museo nazionale del cinema di Torino, ha esitato un po' ma alla fine ha detto sì alla nuova scommessa. Di nuovo in team con Baratta, decisi a riprendere quei progetti di rinnovamento cari ad entrambi: ringiovanire la «vecchia signora» dei festival senza però intaccarne l'allure. A pochi giorni dalla presentazione del cartellone della 69ª Mostra veneziana, è tempo di fare il punto sullo stato delle cose.

«Negli ultimi dieci anni i festival hanno cambiato pelle - spiega -. Le major americane che qui trovavano le loro vetrine imprescindibili, ormai li considerano meno attraenti: troppo costose le trasferte, troppo rischioso l'impatto con pubblico e critica. Al loro posto sono arrivate le produzioni indipendenti, le cinematografie emergenti, i talenti nuovi. Sempre più, i festival stanno diventando luoghi di scoperta, fucine per i giovani. Dobbiamo muoverci su questi fronti».

Non è stato così in questi ultimi anni?
«Marco Müller, il mio predecessore, ha fatto un lavoro straordinario per quanto riguarda la qualità dei film. Ma dal punto di vista della formula, la Mostra è rimasta identica a se stessa mentre altre rassegne, da Cannes a Berlino, da Rotterdam a Pusan, sono cambiate. Venezia deve rimettersi in fretta al passo».

Come pensa di farlo?
«Dal punto di vista logistico il cambiamento è già in atto. A settembre il famigerato buco davanti al casinò, ristrutturato, sarà finalmente chiuso e l'avancorpo del Palazzo del cinema rifatto. Un segno di quella sistemazione di tutta l'area che si concluderà nel 2014. Dal punto di vista specifico, abbiamo rinnovato il parco tecnologico a garanzia di un'assoluta qualità delle proiezioni.

E poi due importanti novità: l'introduzione di un vero mercato per compratori e distributori con 50 postazioni videodigitali, e il varo di un'attività permanente. Con Baratta abbiamo pensato a un laboratorio per giovani talenti. Tre di loro, guidati da autorevoli tutor, saranno impegnati nella realizzazione di un film a basso costo, 150 mila euro, finanziati dalla Biennale. Opere poi presentate alla Mostra successiva. Un college per il cinema, il progetto più ambizioso mai ideato da un festival».

Nel frattempo però Müller, neo direttore del Festival di Roma, sembra muoversi in tutt'altra direzione: grandi eventi, 60 film in anteprima mondiale, tre giurie...
«Un gigantismo bulimico fuori tempo massimo. Con la crisi incombente è il momento di snellire i festival. L'anno scorso al Lido sono passati 180 film, ma solo una piccola parte è stata vista e ha avuto un riscontro. Alla quantità io preferisco la qualità. Nel mio cartellone non ci saranno più di 50 titoli, di cui 18 in gara. Divisi per la durata della Mostra fanno 5 film al giorno. Chi mai potrebbe vederne di più?».

Sarà ridotta anche la presenza degli italiani?
«L'anno scorso erano una trentina, ma solo di 7 o 8 si è parlato. Di tutti gli altri non se n'è accorto nessuno. Forse mi accuseranno di lesa italianità... Ma io penso il contrario. Inutile ammucchiare nomi per far contenti tutti. Per ridar prestigio al nostro cinema serve una selezione severa. Fuori dalle solite logiche di spartizione tra Raicinema e Mediaset».

Per l'Italia si dice siano in predicato Bellocchio, Ciprì, Salvatores. E si parla anche del nuovo film di Robert Redford, quello sul Maggio '68 di Assayas, del secondo capitolo della trilogia scandalosa di Seidl...
«Le risposte al cartellone. Alcuni nomi attesi non ci saranno perché i loro film non mi hanno convinto. Ma le belle sorprese non mancheranno. Il prestigio di Venezia è intatto nel mondo, tutti vorrebbero venire qui».

La preapertura stavolta vedrà un capolavoro di Giuseppe De Santis, «Roma ore 11», ritratto di un'Italia anni 50 anche allora senza lavoro. Per lo stesso evento l'anno scorso fu proiettato un film di Ezio Greggio...
«Non credo sia stato fatto un buon servizio né a Greggio né alla Mostra. Quello di De Santis, restaurato dalla Cineteca di Bologna, rientra nella logica di una riproposta di capolavori dimenticati. Come quelli della nostra retrospettiva, dedicata a rarità conservate negli archivi della Biennale».

Per reggere la concorrenza internazionale occorrerebbero più fondi. Ma noi di festival ne abbiamo due...
«Un lusso che non esiste in nessun altro posto. Difatti il nostro budget è sempre lo stesso: 12 milioni, sette dallo Stato. Ormai siamo diventati bravissimi a fare le nozze con i fichi secchi, ma il governo dovrebbe fare qualcosa di più per Venezia. Sostenere la Mostra non è solo un modo di promuovere il nostro cinema ma anche la nostra cultura e il nostro Paese».

 

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