1. MARCO GIUSTI SI SCAGLIA CONTRO GLI SLURP-SLURP DEI CRITICI DE’ NOANTRI A VENEZIA 2. “SCRIVERE DI FILM ITALIANI MODESTI COME QUELLO DI AMELIO PARLANDONE COME CAPOLAVORI PER UNA SORTA DI DIFESA O DEI VALORI (QUALI?) DEL NOSTRO CINEMA O DELLE SCELTE DELLA BIENNALE CINEMA A OLTRANZA IO LO RITENGO IMPERDONABILE. ALTRI NO” 3. “E' IMPERDONABILE ANCHE CHE LA CRITICA PIU' BENEVOLA VERSO LA MOSTRA SI ARROCCHI NELLA DIFESA DEI FILM MENO DIFENDIBILI E TRASCURI I FILM SPERIMENTALI E INNOVATIVI, COME "UNDER THE SKIN" DI GLAZER, ESALTATO NELLE RIVISTE INTERNAZIONALI” 4. AMORALE DELLA FAVOLA: "HO SALVATO IL MORTO E AMMAZZATO IL VIVO" RECITA UNA FRASE MEMORABILE DI UN FILM DI NICHOLAS RAY. E' UN PO' LA LOGICA DELLA NOSTRA CRITICA PER DIFENDERE IL PROPRIO TERRITORIO, I LORO BENEFIT E LE SCARSE CONOSCENZE”

Marco Giusti per Dagospia

Unforgiven - Imperdonabile. Ci sono atti e sfregi che qualcuno ritiene imperdonabili sia nel west che alla Mostra del Cinema. Un premio meritato e non ricevuto e' imperdonabile. Il povero Glauber Rocha ci mori' per lo sfregio che la critica comunista italiana e la giuria presieduta da Suso Cecchi D'Amico fece al suo film, "A idade da terra" preferendogli "Atlantic City" di Louis Malle e urlo' davanti al Palazzo "Suso Cecchi D'Amico e' la dattilografa di Visconti" e "Louis Malle e' pagato dalla Cia".

Scrivere di film italiani modesti parlandone come capolavori per una sorta di difesa o dei valori (quali?) del nostro cinema o delle scelte della Biennale Cinema a oltranza io lo ritengo imperdonabile. Altri no. Al tempo stesso a Gianni Amelio venne fatto piu' di uno sfregio negli anni, non premiandone i film e non scegliendone l'ultimo per il concorso nell'ultima edizione Muller.

Imperdonabile? E' imperdonabile anche che la critica piu' benevola verso la Mostra si arrocchi nella difesa dei film meno difendibili e trascuri i film piu' sperimentali e innovativi, come "Under the Skin" di Jonathan Glazer, esaltato nelle riviste internazionali. "Ho salvato il morto e ammazzato il vivo" recita una frase memorabile di un film di Nicholas Ray, tradotta in uno spaghetti western molto amato da Tarantino come "Prega il morto e ammazza il vivo".

E' un po' la logica della nostra critica per difendere il proprio territorio, i loro benefit e le scarse conoscenze. Barbera ha fatto qualche errore di programmazione, ha trascurato l'importanza spettacolare di qualche film, come "Capitan Harloch" o "Bertolucci on Bertolucci" o "Locke", ha dovuto accettare qualche rudere da vecchio PCI che ha affollato il Quattro Fontane come fosse Villa Arzilla, ha fatto piangere Eugenio Scalfari alla vista del film di Ettore Scola, ma ha osato mettere in concorso film difficili e sperimentali, come quelli di Errol Morris, Glazer o James Franco o Emma Dante o Gianfranco Rosi o Kelly Reichardt.

Ci ha tolto la tassa annuale degli inutili film di Elisabetta Sgarbi, ridotto a occupare la copertina di "Sette" e a bussare a Roma a casa Muller. Ci ha regalato anche delle sorprese, forse non sfruttandole a dovere. Ma non ha avuto dalla difesa ottusa delle quattro palle dei critici amici un vero aiuto. Anzi.

Imperdonabili? Certi articoli assolutamente. Come quelli di Giuseppe Grazzini per i film di Alberto Bevilacqua sul Corriere negli anni 80. Il critico di cinema che scriveva dei film del critico di tv. Chissà se qualcuno si ricorda ancora pero' la vera storia di "Unforgiven" di Clint Eastwood al Festival del Cinema e la faida che ne segui'. Un capolavoro western. Ma il selezionatore o la selezionatrice del direttore del 1992, Gillo Pontecorvo, lo trovo' modesto. Inutili le proteste della Warner Bros. E il film non arrivo' mai a Venezia.

Clint se la lego' al dito e giuro' che non avrebbe perdonato l'offesa subita. Sapeva del valore del suo film, che vinse l'Oscar e venne riconosciuto da tutti i critici internazionale come un capolavoro. E un omaggio a Sergio Leone e Don Siegel, I suoi maestri. Ma poteva il cinema italiano dei Pontecorvo riconoscere il valore dei film di Sergio e Don? Unforgiven!

Stavamo dalla parte di Clint. Ovviamente. Ci vorranno anni per rivederlo a Venezia. Aveva ragione. A distanza di vent'anni il suo film e' ancora un classico e il Festival di Gillo Pontecorvo e le scelte dei suoi selezionatori non ce li ricordiamo proprio piu'. Al punto che si puo' presentare senza mal di pancia di nessuno, fuori concorso, un remake fedelissimo di "Unforgiven" ma in versione giapponese diretto dal coreano Lee Sang Il e interpretato da Ken Watanabe.

E' una solida e ben strutturata versione che si permette di sviluppare solo poco elementi rispetto all'originale. Sposta l'azione nella montagnosa e fredda zona nord del Giappone, l'Hokkaido, nel 1880. I protagonisti sono due samurai, Jubei detto "il sicario" e il suo fido braccio destro Kingo, che da tempo hanno lasciato le armi per vivere una vita pacifica dopo la sconfitta del loro clan nella guerra finita piu' di dieci anni prima.

Le riprendono quando un gruppo di prostitute di un paesino dell'Hokkaido promettone una ricca ricompensa a chi uccidera' due ex-samurai, ora contadini, che hanno sfregiato una delle ragazze perche' rideva della piccolezza del pisello di uno di loro. Il signorotto del posto non se l'e' sentita di far giustizia sommaria e ha chiesto come risarcimento dello sfregio sei cavalli da dare al proprietario del bordello.

Ma le ragazze ritengono l'offesa imperdonabile e ancora piu' pesante la ricompensa in animali e vogliono che qualcuno le vendichi. Prima arrivera' un celebre samurai, che verra' menato di brutto dai cattivi. Poi arrivano Jubei, Kingo e un ragazzotto cafone delle montagne, Goro, mezzo di razza Anoi e mezzo Wa. Le due novita' di questa versione giapponese rispetto a quella originale sono l'introduzione delle spade e I'll rapporto tra spadea, pistole e fucili e la presenza della minoranza Anoi, sorta di indiani pelosi e irascibili del Nord. Ci sarebbero anche dei flashback su un terribile e violento passato che Jubei non riesce a dimenticare. Ma e' sulle spade le pistole e i fucili che il film gioca le sue carte piu' spettacolari. Niente di nuovo ne' di eccezionale, ma un bel western. Abbiamo perdonato la selezionatrice dopo tanti anni? Certo. Perche' il film ha fatto la sua strada anche senza Venezia, ma Clint, che lo aveva pensato per Sergio e Don, maestro che non hanno mai avuto a Venezia il riconoscimento del loro valore, non credo proprio. E intanto passa il Fellini visto da Scola che ha fatto piangere Scalfari nell'indiferrenza della critica internazionale.

 

Giusti Lillo ALBERTO BARBERA Paolo Baratta gianni amelio bocca aspesi montanelliCarla Fracci Beppe Mereghetti Ettore Scola Intervento di Eugenio Scalfari

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