ASPETTANDO “DJANGO UNCHAINED”/3 – LA LEZIONE DI TARANTINO IN GLORIA DELLO SPAGHETTI WESTERN DI SERGIO CORBUCCI - ''QUEL TIPO DI ACTION È TUTTO RACCHIUSO NELLA PRIMA SCENA DI “MINNESOTA CLAY” QUANDO LUI SCENDE DA CAVALLO E UCCIDE DUE TIZI, IN QUELLA SEQUENZA C’È TUTTA L’ISTANTANEITÀ, IL COLPO SECCO (“SNAP”) DELLA VIOLENZA. QUALCOSA CHE NON ESISTEVA NEL WESTERN PRECEDENTE''…

LA LEZIONE DI TARANTINO SUL CINEMA WESTERN DI SERGIO CORBUCCI (a cura di Marco Giusti per Dagospia)

Benvenuti alla proiezione di Minnesota Clay, che vorrei brevemente presentare.
Un dibattito su Sergio Corbucci risale ad alcuni anni fa, quando si è tentato di posizionarlo criticamente nel panorama dello Spaghetti Western, cercando di classificare il suo cinema. La critica l'ha giudicato il secondo miglior regista di Spaghetti Western dopo Sergio Leone. Ora, mettere Sergio (Corbucci) dopo Leone è quasi un insulto.

Per intenderci, in America si tende a considerare come il miglior regista western John Ford - cosa che non condivido affatto - ma posto che lo sia, la questione è su chi possa essere il secondo miglior regista del western americano dopo di lui. Howard Hawks, Sam Peckinpah o Anthony Mann? Detto questo, considerando il fatto che Sergio Corbucci girò uno SW dal titolo "Massacro al Grande Canyon" due anni prima di Leone e questo film, "Minnesota Clay", nel 1964 ovvero nello stesso anno in cui Sergio Leone stava realizzando "Per un pugno di dollari", posizionarlo al secondo posto mi sembra assai irrispettoso.

Io credo che Sergio Corbucci non solo sia stato uno dei più grandi registi di SW e uno dei grandi registi italiani, credo che Sergio Corbucci sia uno dei grandi registi western di tutti i tempi. Ed inoltre, prima che arrivasse Peckinpah, egli fu il più grande regista di cinema d'azione degli anni Sessanta.

Il suo cinema western si può classificare in quattro periodi o categorie: il primo periodo si può definire "classico" ed include "Massacro al Grande Canyon" e "Minnesota Clay"; questi sono i suoi film più influenzati dal western americano degli anni Cinquanta. Poi arriva il secondo periodo, quello propriamente dello SW, che comprende "Johnny Oro", "Django", "Navajo Joe", "I crudeli" e "Il grande silenzio", con "Johnny Oro" da intendersi come il "film ponte" che collega il periodo classico a quello SW.

Poi è arrivato il periodo della trilogia sulla rivoluzione messicana, che include "Vamos a matar compañeros", "Il mercenario" e "Che c'entriamo noi con la rivoluzione?" fino a film come "Gli specialisti" e "La banda di J. & S. - Cronaca criminale del Far West", che sono molto vicini al sentire della controcultura degli anni Settanta, una sorta di "hippie western", paralleli a pellicole americane come "Il Ritorno di Harry Collings", "Zachariah" e "Pat Garrett & Billy the Kid".

Ebbene, io sono un grande fan tanto dei suoi SW quanto dei suoi western del periodo "classico", come appunto "Minnesota Clay" e sarebbe stato fantastico se Sergio ne avesse girati almeno un paio di più. Perché credo che di tutti i registi europei che si siano cimentati con il western classico Corbucci sia stato il migliore. Inclusi Fritz Lang, Jacques Tourneur, e tutti quelli che sono andati a Hollywood a realizzarli.

E per me "Minnesota Clay" è uno dei migliori esempi, perché rientra perfettamente nel tipo di western alla "Glenn Ford + Delmer Davis". Anzi avrebbe potuto benissimo funzionare come un "film-veicolo" per Glenn Ford, fosse arrivato 5 o 6 anni prima. Quello che dico ha un grande peso critico per quanto riguarda i miei gusti, perché dichiarare che un film è degno del western dell'accoppiata Ford-Davis significa parlare del miglior western in assoluto degli anni Cinquanta, a mio giudizio.

Nel periodo classico, inteso come opposto a quello SW, Corbucci fu in grado di esplorare a pieno l'uso della violenza, che farà esplodere nei suoi ultimi film western quando arriverà a liberarsi dell'eroe e a definire il suo cinema e se stesso invece attraverso il cattivo, il "villain".

Arriverà a liberarsi dell'eroe per quanto gli sarà possibile, come ne "I crudeli" in cui esistono solo i cattivi e non c'è posto per gli eroi. Mentre in un film come "Il grande silenzio" lo spazio per l'eroe è relegato ad "un costume": i personaggi sono muti, i personaggi sono vuoti e l'eroe diventa un cappello e un cappotto.

In "Minnesota Clay" e forse anche ne "Gli specialisti" il protagonista può ancora essere definito un eroe, non solo un vendicatore. "Minnesota Clay" non ha nulla dello stile italiano, ma è profondamente radicato nella cultura western americana degli anni Cinquanta: avrebbe potuto diventare un film della Warner Bros o Universal e, lo ripeto, penso che Corbucci sia stato l'unico regista europeo ad aver espresso questo pieno gusto del western classico americano hollywoodiano.

Avrebbe potuto girare film per gli Studios, insomma. Ma c'è anche un aspetto italiano in "Minnesota Clay" che emerge lungo tutto il film ed è l'elemento melodrammatico. Questo è ben rilevato nel libro di Tim Lucas, "Mario Bava: All the Colors of the Dark". E c'è da notare che seppur Mario Bava non sia nei credits, la fotografia delle scene girate in studio di "Minnesota Clay" è opera sua [questo lo dice solo Tarantino].

C'è da dire che per un fan di Mario Bava è piuttosto deludente vedere i suoi western perché non contengono ciò che noi vorremmo vedere in un "western di Mario Bava": è chiaro che a lui dei western importasse poco, non gli interessavano. E dunque la cosa più affine alla nostra immaginazione di un possibile "vero" western di Mario Bava è proprio "Minnesota Clay", il cui grande climax della scena finale è proprio il sogno di un grande western di Bava, con tutti i suoi maledetti colori e il suo maledetto melodramma.

Il tipico melodramma dark operistico italiano, bellissimo. E come dicevo all'inizio del mio intervento, nessuno prima di Peckinpah - e forse anche durante Peckinpah - è riuscito a dirigere scene d'azione così bene come fece Corbucci. Quanto Walter Hill o James Cameron e tutti i questi autori hanno raggiunto in termini di action è il risultato del cinema di Corbucci, di quanto Sergio riuscì a portare al cinema attraverso i suoi film.

Persino ottimi registi come Don Siegel o Robert Aldrich sono debitori al cinema d'azione di Corbucci: e quel tipo di action è tutto racchiuso nella prima scena di sparatorie di "Minnesota Clay" quando lui scende da cavallo e uccide due tizi, in quella sequenza c'è tutta l'istantaneità, il colpo secco ("snap") della violenza. Qualcosa che non esisteva nel western precedente. Questa combinazione dell'azione dinamica e cinetica con il suo amore per il western tradizionale creano il suo stile.

Sinceramente penso che Corbucci in quegli anni non intendesse dar vita allo SW surreale, è stato Leone a cambiare le carte in tavola, a modificare i giochi, quando fece Per un pugno di dollari. Mentre Corbucci voleva continuare a fare i classici western, come quelli che giravano i suoi registi di riferimento, vedi Raoul Walsh, i due George (Sherman e Marshall), Delmer Davis.. questo tipo di western, questo era il suo sogno. Ma poi tutto è cambiato.

E quando "Minnesota Clay" è uscito è stato considerato datato. Come tutti i migliori western tradizionali. Soprattutto nello sguardo degli europei, ma non solo loro. Senza rendersi conto che quest'uomo, ad esempio, stava innestando la violenza più pura nel genere più puro. Pensiamo a Anthony Mann e alla sua imponente reputazione nel mondo del western: non è forse per le sue scene estremamente violente? Ecco, Anthony deve la sua reputazione a certe celebri nonché violentissime sequenze.

Mentre ci siamo dimenticati che tutta la filmografia del western classico di Sergio Corbucci si compone di scene come quelle. Lui ha girato interi film così! E allora non scordiamoci che se in un classico western con Gary Cooper e Alan Ladd vengono uccise 8 persone - e sembra un'enormità - in un normale western di Corbucci vengono uccise 38 persone e solo nella prima metà!

Questo genere di violenza, di azione massacratoria, di durezza avrebbero preso piede se solo Sergio Leone non avesse portato il western in una dimensione surrealistica. Sempre violento, sempre duro ma non più "quel" western. Che finì con "Minnesota Clay". E, ancora mi ripeto, vorrei tanto che Corbucci ne avesse girati almeno un paio in più, di questi suoi gioielli classici. Perché "Minnesota Clay" è pienamente all'altezza di un film alla Gary Cooper, Alan Ladd, Glenn Ford o Richard Widmark. Chiudo qui la mia presentazione, ed ecco a voi "Minnesota Clay" di Sergio Corbucci con Cameron Mitchell.

 

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