ROMAGNOLACCI MIEI - DALLA DINASTY FERRUZZI A FELLINI CHE AL TELEFONO IMITAVA VOCI DI DONNA: L’AMARCORD DI VITTORIO EMILIANI SUI GRANDI DI ROMAGNA - “GARDINI? CAPIVA TUTTO DI INDUSTRIA, NULLA DI POLITICA. SI È UCCISO PERCHÉ SI È SENTITO TROPPO SOLO”

Francesco Persili per Dagospia

 

pantani, 10 anni dalla morte del pirata 9pantani, 10 anni dalla morte del pirata 9

«Welcome to mister Ferruzzi!». In Italia lo conoscevano in pochi ma negli Usa Serafino Ferruzzi era una celebrità al punto che quando all’inizio degli anni ‘60 entrò nella Borsa dei cereali di Chicago, suonò la sirena e si interruppero le contrattazioni per salutare quel ravennate figlio di contadini che dal nulla aveva tirato su un impero colossale: granaglie, zucchero, cemento, terre in quattro continenti. Negli anni della sua massima potenza gli chiesero di acquistare il “Carlino” ma lui rifiutò: «Mai finire sui giornali». Men che meno diventarne proprietari.

 

Il contrario del genero Raul Gardini, che si lanciò in una politica di investimenti faraonici: acquistò il “Messaggero” e buttò miliardi per creare una edizione romagnola del quotidiano, sfilò la Montedison a Cuccia ma soffrì il passo indietro di Sergio Castriota - liberaldemocratico cresciuto al magistero di Einaudi - che gli fece perdere quel consigliere politico «che gli avrebbe forse risparmiato più di uno scivolone nelle zone di pericolo».

 

raul gardini zoomR raul gardini zoomR

Gardini? «Capiva tutto di di agroindustria, di noli marittimi, di porti ma la pulètica (strano a dirsi per un romagnolo) non era il suo forte». Così lo ricorda Vittorio Emiliani, già consigliere Rai ed ex direttore del Messaggero ai tempi di Montedison, nel libro “Romagnoli e Romagnolacci” (Minerva edizioni).

 

Una collezione di ritratti di donne e uomini di Romagna in cui trova posto anche la dynasty ravennate dei Ferruzzi, l’assalto al cielo del ‘corsaro’ Gardini, Tangentopoli e i colpi di pistola che il 23 luglio 1993 misero fine alla sua straordinaria avventura umana e imprenditoriale.

 

Nonostante i dubbi sollevati da più parti (Perché spararsi quando poteva espatriare in Francia? Perché l’arma è stata ritrovata all’interno della stanza lontano dal suo corpo?), l’amico di una vita ed ex inviato del Carlino, Vanni Ballestrazzi ricorda: «Gardini si è ucciso perché si è sentito troppo solo. Doveva essere ascoltato dai magistrati milanesi e aveva chiesto di fotocopiare una serie di documenti ma gli era stato impedito. Non aveva niente in mano per dimostrare com’erano andate realmente le cose».

tullio pericoli fellini tullio pericoli fellini

 

Dalla A di Alfredo Antanaros, che firmò il primo romanzo multietnico italiano, alla Z di Zoli,che fu anche presidente del consiglio («si chiamava Adone ma nonostante il nome la bellezza non era il suo forte») nell’amarcord in forma di saggio di Emiliani si incontrano Mussolini e il comandante partigiano Bulow al secolo Arrigo Boldrini, il socialista Nenni e il democristiano Benigno Zaccagnini, il «riformistone» Lama che piaceva all’Avvocato, e pionieri del libertarismo come il generale garibaldino Emiliani, commissari tecnici (da Arrigo Sacchi a Davide Cassani, ct della nazionale di ciclismo) e fantasisti dell’immaginazione.

 

C’è il fregolismo di Fellini che si diverte ad imitare le voci di donna e la parola sciolta del conte Alberto Rognoni, editore e presidente dell’ufficio inchieste della Lega Calcio, che per smascherare una combine arrivò a travestirsi anche da frate. Eleganza e levità. Quella del poeta e sceneggiatore Tonino Guerra che racconta di un viaggio con Michelangelo Antonioni in Unione Sovietica. Lande desolate, greggi e un pastore nomade che restituì le foto che i due gli avevano scattato accompagnando il gesto con una frase memorabile: «Perché fermare il tempo?».

 

TONINO GUERRATONINO GUERRA

Non puoi fermarlo quando sei a Rimini, «città carnale e orientale», in cui Sergio Zavoli accende la fantasia e si inventa una diretta telefonica dagli stadi di calcio, una specie di Tutto il calcio minuto per minuto ante litteram. Corrono le storie della Spal di Paolo Mazza e dello juventino di Lugo Ermes Muccinelli, una delle prime ali tornanti del calcio italiano, dell’ex portiere interista Ghezzi, l’unico calciatore licenziato per ragioni politiche (era di sinistra, l’Inter con Prisco e il missino Servello pendeva a destra) e di Gino Stacchini, di cui si ricorda una love story con Raffaella Carrà, nata sì a Bologna ma romagnola sul campo: «Una donna di ferro col sorriso sulle labbra».

 

Le Romagne sono tante, divise dai dialetti ma unificate dalla piadina, dal ballo, dai motori e dal ricordo di Marco Pantani. Romagnolità esplosiva, sangue caldo e tenace ostinazione. Su quelle strade di campagna «tortuose ma piatte» tra la sua Cesenatico e il rifugio del monte Carpegna tutto parla della gratitudine di migliaia di appassionati per quello scalatore che andava forte in salita per abbreviare la sua agonia, e del rimpianto perché vicino al Pirata è troppo presto venuto a mancare Luciano Pezzi, il comandante, il partigiano che con la sua saggezza avrebbe potuto salvare il campione anche da se stesso.

TOMBA DI MARCO PANTANITOMBA DI MARCO PANTANI

 

Tra miti e personaggi ignoti al di fuori del loro borgo, pittori di carri agricoli come il Gnaffo di Forlimpopoli, lattonieri, giacubinacci, anarchici e «matti sgazzarati» (copy Giuseppe Gioacchino Belli) si compone l’affresco dei Romagnalocci di Romagna. Affresco incompleto. C’è il cronista e scrittore Emilio Drudi, «un figlio della seconda bonifica pontina...», ma manca un altro Drudi (Gianni), eroe del trash nazionale con la hit Fiki Fiki. Ci sono mazurke e balli danubiani rilanciati da un artista del violino come Carlo Brighi (detto Zaclen) ma manca Raoul Casadei, il Fellini del liscio. Musica popolare, fatta solo per ballare. E per cantare. «Lontan da te, non si può stare». Romagna mia. E dici tutto.

 

 

ARRIGO SACCHI

Estratti da “Romagnoli e romagnolacci” pubblicati da “la Stampa

RAFFAELLA CARRA BANANA RAFFAELLA CARRA BANANA

 

Un romagnolo dal “genio” allucinato - Rappresentante «tipico del genio bizzarro, allucinato

e a volte maniacale che aleggia in Romagna». Nato di Fusignano, calciatore modesto in squadre di bassa classifica di serie minori, Arrigo Sacchi, da ragazzo, aveva la prospettiva di andare a vendere scarpe insieme al padre che le fabbricava.

 

Non più giovanissimo punta a fare l’allenatore, alla guida della Primavera del Cesena: vince subito il campionato. Quindi una scalata rapidissima: Rimini, Parma, Milan, in una piazza dove il Verbo per anni era stato quello del calcio all’italiana, difesa abbottonata e contropiede rapidissimo, predicato da Gianni Brera, praticato da Nereo Rocco e Gipo Viani. Sostenuto da Berlusconi che ne intuisce la genialità e ne condivide il calcio totale, impone un gioco a zona, a tutto gas e a tutto campo, asfissiante e insieme spettacolare che porterà il Milan al vertice del calcio mondiale. Un “magistero” che pagherà con uno stress che lo costringerà a mollare l’attività di tecnico.

 

RAFFAELLA CARRÀ

arrigo sacchiarrigo sacchi

La rivincita decretata dalla “Grande bellezza” - Scrive Emiliani: «Raffaella Pelloni in arte Carrà bolognese per l’anagrafe è legatissima a Bellaria e alla Romagna di cui è originaria. In questi ultimi tempi una sua ormai lontana canzone (”Ah ah, a far l’amore comincia tu”) è diventata la colonna sonora, decisamente erotica, delle feste scollacciate dalle quali passa Jep Gambardella (Toni Servillo) il giornalista/scrittore protagonista della “Grande bellezza”, a suo agio nella Roma “godona” e però anche critico scettico e decadente della medesima.

 

Una rivincita della Carrà sulle tante bellone seduttive che affollano, o affollavano, il cinema e la tv italiana». Ballerina, cantante, intrattenitrice televisiva, nei talk show Raffaella faceva girare tutto alla perfezione: «amichevole e attrezzatissima, donna di ferro col sorriso sulle labbra».

 

PIETRO NENNI

Adone Zoli
Adone Zoli

Lo streaming, 40 anni prima

Di Pietro Nenni, il più importante leader socialista del Novecento, esule antifascista, ministro con De Gasperi, fautore della svolta di centrosinistra, grande giornalista e oratore, Emiliani racconta un episodio, che allude all’attualità. Nel 1976 era in corso, all’hotel Midas, un decisivo Comitato centrale del Psi, riunioni da sempre precluse alla stampa:

 

«Alcuni colleghi (Giampaolo Pansa, Gaetano Scardocchia) mi mandarono da Nenni per chiedergli di poter assistere ai lavori. Lo trovai da solo nella grande sala del Comitato centrale. Mi accostai da sotto. Mi sorrise amabile, prendendomi le mani fra le sue che avvertii calde e rugose. Alla mia richiesta sorrise rispondendo con quella inconfondibile voce che saliva presto a toni acuti: «Sono giorni inquieti. Ma lo faremo, lo prometto, la prossima volta», mi assicurò. Mantenne la promessa», con un accesso che anticipava di 40 anni lo streaming.

 

HILARION E ROBERTO CAPUCCI

Cugini per “caso” - Pochissimi lo sanno ma questi due Capucci, Roberto, il raffinato stilista romano, anzi romanissimo e Hilarion l’arcivescovo dei greco-melchiti, nato ad Aleppo, in Siria sono cugini e risultano entrambi originari di Lugo di Romagna. Mite, ironico e schivo il primo, il più “artista” probabilmente dei nostri migliori stilisti. Sanguigno, iperattivo, accusato di passare armi ai Palestinesi il secondo.

 

I rispettivi padri erano nati e cresciuti in quella città di grandi mercati, Lugo. Uno molto fascista era stato anche podestà nel ventennio mussoliniano. L’altro, ingegnere, antifascista, lavorava già fra Medio Oriente e Africa nera (Hilarion nasce infatti ad Aleppo nel 1922) e, dopo l’avvento del fascismo, laggiù rimane stabilmente.

 

BENIGNO ZACCAGNINI

Vittorio Emiliani
Vittorio Emiliani

Il democristiano che pianse per la morte di un anarchico - Probabilmente è stato il solo ministro, dei Lavori Pubblici per giunta, a farsi col mutuo una casa ove abitò, a Ravenna, la sua numerosa famiglia. Segretario della Dc nei giorni del rapimento di Aldo Moro, l’onestà di questo pediatra prestato per sempre alla politica, è rimasta nella memoria di tutti. Racconta Emiliani: «Ho un ricordo su di lui indelebile. Siamo al Palazzone dello Sport all’EUR, il clima congressuale è teso, “Benignone” è alla presidenza quando qualcuno gli porge una notizia di agenzia.

 

Lo legge e coprendosi il volto con le mani scoppia in singhiozzi. Ha appena saputo che è deceduto l’anarchico Marli che era con lui nel Cln nel terribile biennio 1943-45». Raccontò Zac: «Nel Cln di Ravenna, l’unico forse dove era presente un anarchico, diventammo profondamente amici dopo una breve reciproca diffidenza. Mai mi è capitato di incontrare uno spirito così naturalmente libero e dotato di tanta carica umana». (nella foto, Zaccagnini accanto ad Andreotti)

 

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