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TE LO DO IO IL WESTERN – LA SERIE TV “YELLOWSTONE”, PUR NON AMATA DAI CRITICI PERCHÉ STRIZZA L’OCCHIO ALL’AMERICA “TRUMPIANA”, STA BATTENDO TUTTI I RECORD, CON OLTRE 10 MILIONI DI SPETTATORI A EPISODIO NEGLI USA -  CHRIS MCCARTHY, PRESIDENTE DI VIACOM CBS: “ABBIAMO TOCCATO UN NERVO CULTURALE, DAL CENTRO DEL PAESE A OGNUNA DELLE COSTE” E PER LA PRIMA VOLTA, LA SERIE HA OTTENUTO UNA CANDIDATURA AI POPOLARI SAG AWARDS 2022 COME MIGLIOR CAST IN UNA PRODUZIONE DRAMMATICA… - VIDEO

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Gabriele Gambini per "la Verità"

 

A Netflix e dintorni, qualcuno sarà stato percorso da un fremito. In epoca di sceneggiature inclusive, di tematiche politicamente correttissime e dibattiti social sulle strategie più efficaci per sradicare i costumi tradizionali, magari attraverso la revisione delle opere letterarie classiche considerate discriminatorie nei testi e nei contenuti, c'è una serie televisiva che sulla tv via cavo americana sta facendo sfracelli da quattro anni a questa parte, nonostante (o forse grazie a questo) sia tremendamente inattuale. 

 

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Di più: contiene argomenti machisti, patriarcali, racconta la vita nei ranch con il piglio ruvido dei vecchi western di una volta. Si chiama Yellowstone, è diventata un caso. Tutti la guardano pochi critici ne parlano, sembra il parente scomodo da tener nascosto sotto al tavolo durante il pranzo. Eppure inanella record: oltre 10 milioni di spettatori a episodio negli Usa - cose che non si vedevano dai tempi di Game of Thrones e The Walking Dead - quattro stagioni concluse, una quinta in rampa di lancio, un prequel, intitolato 1883, già confezionato, e un ulteriore spin off in fase di lavorazione. 

 

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Per non parlare del cast: prodotta da Viacom CBS, annovera Kevin Costner tra i protagonisti - mai così in forma dai tempi del fiabesco Balla coi lupi - ed è creata da Taylor Sheridan e Jon Linson. In Italia la trasmette Sky Atlantic, in madrepatria, cifre alla mano, strapazza di gran lunga la pluridecorata Succession di Hbo, che racconta le vicende di una ricca famiglia borghese alle prese con la gestione di un conglomerato aziendale dedicato ai media e all'intrattenimento. Ecco il primo parallelismo tra le due produzioni. 

 

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Pure Yellowstone è una saga familiare. Solo che al posto della giacca e della cravatta confezionati dall'alta sartoria, si indossano gli stivali, i jeans e i maglioni di flanella, alle auto di lusso si predilige il cavallo, le cartoline patinate degli attici della grande metropoli sono sostituite dagli orizzonti montuosi del Montana. Insomma, alla base c'è un'ambientazione che i nostalgici di Tex Willer non faticheranno ad amare. 

 

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E c'è, da parte del protagonista John Dutton - Kevin Costner, una dichiarazione programmatica snocciolata durante una puntata in cui propone la sua candidatura a governatore del suo Stato: «Io mi batterò per difendere la terra, se il progresso significa snaturarla, ebbene, io sono l'opposto del progresso». Quanto basta per far venire l'orticaria a chi, la terra, la vede come un soggetto astratto senza confini per ambientalisti à la page. 

 

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Dietro a quel proposito si snoda un intreccio narrativo che è a metà tra la Dallas e la Dynasty degli anni Ottanta e il Re Lear shakespeariano, con un pizzico del Clint Eastwood de Gli Spietati. Dutton è il proprietario del più grosso ranch del Montana, capostipite di una famiglia insediata lì da quattro generazioni. È spietato, ruvido, avido, fa del legame col territorio l'avamposto del suo immaginario valoriale, si lascia scappare poche parole, muovendosi in un mondo dal pugno e dalla rivoltella facili. 

 

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Ha quattro figli, ognuno con una professione e un diverso grado di caratterizzazione psicologica e di conflittualità con la famiglia. I loro enormi possedimenti fanno gola a molti: da Dan Jenkins, portavoce delle multinazionali dell'espansione turistica, che ha intenzione di costruire un resort di lusso vicino al confine col ranch dei Dutton, a Thomas Rainwater, il neoeletto presidente della comunità di nativi americani di Broken Rock, intenzionato a restituire alla sua gente ciò che a suo dire apparterebbe loro di diritto. 

 

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Dietro a quello sfondo di conflitti, ne affiorano altri: la famiglia Dutton dilaniata da ambizioni individuali in un crescendo iperbolico, la corruzione del sistema politico, soprattutto la lotta tra due concezioni diverse di intendere il tempo e il progresso. Da un lato, la vita nel ranch d'allevamento con le sue consuetudini mantenute nei decenni, dall'altro l'arrivo degli invasori esterni, che rappresentano il mercato e lo sradicamento dell'individuo come tappa indispensabile verso il futuro. 

 

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Yellowstone, nel suo racconto cupo con qualche concessione al thriller, dà corpo a una metafora foriera dal significato preciso: non è affatto semplice postulare l'autosufficienza morale del singolo essere umano dalla propria comunità di appartenenza. 

 

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Per raccontarlo, si avvale di un cast non in debito con le minoranze etniche - che ci sono e sono ben rappresentate, ma pertinenti al contesto e senza allegorie pedagogiche - e non teme di risultare testosteronico e inattuale nemmeno nel mostrare la vita del protagonista: un patriarca nell'era del padre evaporato e della lotta culturale al patriarcato dipinto come causa dei mali dell'occidente, le sue difficoltà nel gestire i rapporti familiari, in quell'America profonda che qualcuno sbrigativamente si affretterebbe a definire «trumpiana», ma che in realtà non è incasellabile nella contingenza politica. Sarà per questo che sui social è stata definita una serie «conservatrice», o se non altro comunitarista. 

 

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A conferma della costante crescita dei consensi presso il grande pubblico, Chris McCarthy, presidente di Viacom CBS ha dichiarato: «Yellowstone continua a infrangere record con oltre 11 milioni di spettatori per il finale dell'ultima stagione trasmessa, dimostrando che abbiamo toccato un nervo culturale, dal centro del Paese a ognuna delle coste». Un nervo pronto a dare qualche frutto: \

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