ARCHEO! NELL’ESTATE DEL 2022, PRIMA DELLA VITTORIA ALLE ELEZIONI, GIORGIA MELONI RIPETEVA A TUTTI: “MA IO AL GOVERNO SECONDO TE CI VADO CON QUESTI QUI?”. QUESTI QUI ERANO I COLONNELLI DI FRATELLI D’ITALIA, CIOÈ I SUOI UOMINI PIÙ FIDATI (O MAGARI IL MEGLIO CHE AVEVA TRA LE MANI) – ALLA FINE, SUO MALGRADO, È STATA COSTRETTA A GOVERNARE CON QUELLO CHE AVEVA. LA SUA DOVEVA ESSERE UNA MARCIA SU ROMA, È RIMASTA UNA “MARCIA SUL POSTO” – LA SCOMMESSA DI UN PEZZO DELLA CLASSE DIRIGENTE, CHE ALL’INIZIO DEGLI ANNI DIECI RISCHIAVA DI ESSERE AZZERATA DAL TRACOLLO DEL BERLUSCONISMO…
Estratto da “La marcia sul posto”, di Valerio Valentini (ed. Nottetempo)
valerio valentini - la marcia sul posto
La frase in quel periodo era un po’ sempre quella. Nell’estate del 2022, nei mesi che fecero da preludio a una vittoria ormai considerata scontata, Giorgia Meloni la ripeteva a imprenditori, ex giudici della Corte costituzionale, giornalisti fidati.
In tanti, tra quanti andavano a consultarla per sondarne gli umori e le intenzioni, forse per pesarla e misurarla nel ruolo che ormai già le veniva preventivamente attribuito o per guadagnarsene in tempo i favori, si sentivano fare questa confidenza, con piccole variazioni nel tono o nella forma, ma sempre uguale nella sostanza: “Ma io al governo secondo te ci vado con questi qui?”
E a quel punto, queste parole venivano accompagnate da gesti o allusioni che potevano cambiare a seconda delle contingenze: se l’incontro era davanti a un caffè, di prima mattina, poteva essere l’occhiata gettata a un qualche articolo di giornale che riportava una scempiaggine nostalgica di questo o quel consigliere regionale beccato a pubblicare immagini o canzoni del Ventennio;
giorgia meloni in difesa del superbonus - 25 settembre 2022
se l’ospite era ricevuto direttamente nell’ufficio di Meloni – una stanza con affaccio clamoroso sul centro di Roma al secondo piano del Palazzo dei Gruppi di Montecitorio, un locale attribuitole un po’ per caso nel 2018 e a cui la leader di Fratelli d’Italia non ha voluto del tutto rinunciare, e c’è da capirla, neppure da quando ha a disposizione gli agi e gli ori di Palazzo Chigi –, poteva capitare che la confessione assumesse la forma dello sbuffo d’insofferenza, mentre qualche suo collega di partito passava nel corridoio lì di fianco urlando in modo sguaiato.
Ecco: gli occhi un po’ strizzati, lo sguardo di lei che si fa fuligginoso, una mezza piega del collo a trattenere un accesso di rabbia: “Mica ci vado con questi qui”.
Questi qui […] sono i colonnelli di Fratelli d’Italia, cioè i suoi uomini più fidati, o magari il meglio che le era riuscito di mettere assieme per dare l’impressione che intorno a lei ci fosse davvero una classe dirigente pronta a governare.
E del resto, “Pronti” sarà lo slogan scelto da Meloni per la campagna elettorale, preferito a tutti gli altri quasi fin dall’inizio, fin dallo studio delle prime bozze – anche a quello che più di altri aveva retto alla selezione e che ruotava grosso modo intorno al concetto “Unico interesse: l’Italia”.
L’idea che la leader di Fratelli d’Italia voleva trasmettere era d’altronde proprio quella: mostrarsi all’altezza dell’incarico che stava per assumere, rassicurare quanti conservavano, di lei, l’immagine della capa dell’estrema destra esagitata che gridava mezze sconcezze contro l’Europa o i migranti o i vaccini o le agenzie di rating o i capi di Stato presenti e passati;
GIORGIA MELONI CON IL SIMBOLO DI FRATELLI D'ITALIA
far sapere che sì, era in grado di governare un paese del G7, membro fondatore dell’Unione europea, senza fare troppi danni. E magari, che non guasta mai, strizzare pure l’occhio ai fedeli più ortodossi della falange patriottica, i quali in quel motto ci ritrovarono forse un omaggio alle squadre “Sempre pronte”, tra le prime organizzazioni paramilitari di arditi e nazionalisti che poi confluirono nella milizia delle camicie nere. (Dice: eh, ma quest’ossessione per il fascismo, signora mia. No no, in quei mesi erano gli stessi parlamentari di Fratelli d’Italia a giocarci via WhatsApp – con più goliardia che serietà, va detto – su questa risonanza di vecchie passioni.)
[...]
Ma adesso, a giugno del 2022, quando ormai il tracollo del periclitante governo di Mario Draghi è prossimo, e la vittoria di Meloni più che probabile, ora che lei sta studiando da presidente del Consiglio e ci tiene a darlo a vedere, esibirsi così, paonazza, a urlare contro i nemici di sempre, a cedere al richiamo del corno del complottismo, è un errore.
E Meloni lo riconosce con l’aria di chi comunque non rinnega, forse neppure si pente fino in fondo: perché l’errore, da solo, non vale a compromettere il percorso di moderazione intrapreso, e magari può servire a tacitare le voci di chi – e anche nel suo partito, nel suo elettorato, qualcuno del genere c’è – già l’accusa di essersi fatta tiepida, di cedere alle lusinghe all’establishment. Bastone e carota.
giorgia meloni al mare a vindicio (formia) nel 2022
Giorgia e il suo contrario. Che d’altronde quel “Pronti” sia anche un imperativo per sé, oltreché una rassicurazione data agli altri, un ordine diramato alle truppe, lo si capisce proprio la sera del 25 settembre: lì, all’Hotel Parco dei Principi, a due passi da Villa Borghese – dove spesso negli ultimi anni i partiti che se la sentono calda decidono di acquartierarsi per aspettare i risultati delle elezioni –, nelle ore che dovevano essere del tripudio, tra i Fratelli è invece tutto uno sfoggio di aplomb.
Ci sono giornalisti di mezzo mondo venuti a seguire la vittoria della prima leader postfascista in un grande paese occidentale; ci sono militanti di vecchia data, lobbisti in cerca di nuove sponde, una curiosità quasi spasmodica di assistere all’avvento di Meloni: mentre parlamentari vecchi e nuovi, dirigenti di partito, stanno lì a fare ostensione di facce pensose, pose rattrappite in un contegno quasi irreale.
Il povero Giovanni Donzelli, responsabile della campagna elettorale e capo dell’organizzazione del partito, unico titolato a parlare con la stampa, che dispensa frasucce di circostanza che manco un Fanfani (“È presto per trarre conclusioni”, “Attendiamo dati più consolidati”, “Il paese vive un momento difficile, gli italiani si attendono risposte”);
GIORGIA MELONI GIOVANNI DONZELLI
i dirigenti più importanti, gente che di lì a qualche settimana diventerà ministro o sottosegretario, riuniti in una stanzetta un po’ discosta rispetto al salone delle conferenze dell’hotel, frementi ma composti, quasi che solo lì dentro, nel chiuso di quel conclave, ci si possa lasciare andare a qualche sorriso carbonaro.
Quando escono i primi exit poll, e la vittoria tanto attesa diviene chiara, si sente un tappo di spumante saltar via, e subito il solerte Donzelli a chiedere clemenza ai cronisti assiepati fuori dalla porta: “Se poteste non dare troppo rilievo a questa cosa dello spumante…”
L’ebbrezza del successo, quella che dà alla testa, che inebria gli spiriti, la si percepisce in pochi, marginali episodi. Nel saluto gladiatorio – subito convertito in mezzo abbraccio vigoroso, che nessuno fraintenda – con cui Giuseppe Valentino, volto storico della destra italiana e presidente della Fondazione Alleanza Nazionale, stringe a sé Francesco Lollobrigida scandendo con voce quasi rotta dal pianto: “È il momento che aspettiamo da una vita”.
GIOVANNI DONZELLI - MASSIMO MILANI MARCO PERISSA
Nel cedimento al narcisismo con cui Massimo Milani, seconda fila del partito romano, di fronte alle domande dell’inviata del New York Times inizia a discettare di politica internazionale, economia e finanza, quasi stupito da tanta considerazione attribuitagli dal più importante giornale del mondo, senza accorgersi che la sventurata cronista lo ha confuso con Giovanbattista Fazzolari (somiglianza peraltro assai vaga), supremo consigliere, lui sì, di Meloni.
Il resto, però, è tutto ordine e disciplina. Tanto che quando Ignazio La Russa, noncurante, almeno lui, di qualsiasi prescrizione della capa (i parlamentari hanno potuto richiedere accrediti al massimo per un collaboratore, e lui si presenta con un codazzo di una mezza dozzina di seguaci), arriva nel salone principale dell’hotel, osservando quell’atmosfera dimessa prorompe in un’esclamazione rivelatrice: “Oh, ma qua pare un mortorio. E che è?”
È che Meloni è stata chiara. Con messaggi mandati ai dirigenti, e da questi inoltrati all’intendenza varia ed eventuale, ha dato ordine di morigeratezza assoluta: nessun festeggiamento, niente baldoria, non voglio vedere caroselli.
L’urlo trattenuto in gola esploderà solo alle due e mezza, quando lei si presenta sul palco predisposto nel salone, e sulle note di Rino Gaetano celebra il successo in uno spasmo di gravitas istituzionale: responsabilità, prudenza, rispetto reciproco.
giorgia meloni - fratelli d italia
Ma insomma, davvero tutta questa trentennale marcia verso il potere, gli anni migliori della nostra vita macerati nella militanza più derelitta, marginalizzati e reietti, per poi, al momento del riscatto, ingrigirsi in una sobrietà da Mario Monti?
Qualcuno, tra i più duri e i più puri, deve pensare cose del genere, in quelle ore. La verità però è che Meloni teme proprio le escandescenze poco onorevoli, braccia tese e saluti romani, tutta roba che getterebbe fin dall’inizio un’ombra fosca sulla vittoria, e che comprometterebbe le trattative per la formazione del governo.
giorgia meloni alla conferenza stampa di fine anno 1
Perché al dunque, a dispetto delle promesse e delle dichiarazioni d’intenti elargite ai suoi interlocutori nei mesi precedenti, il governo è costretta poi a farlo con questi qui. In realtà, ce l’ha messa tutta per non affidarsi solo a quelli, cioè questi. E infatti, dopo aver ricevuto l’incarico di formare il governo da parte di Mattarella, lei prova a inserirci, nel governo, un buon numero di ministri tecnici.
C’è questa intenzione dietro le dichiarazioni e i tweet di quei giorni di metà ottobre nei quali Meloni continua a proclamare di essere al lavoro per un governo “di qualità” e che sia “all’altezza”. Tanto che Salvini e Berlusconi, coi rispettivi fedelissimi, provano a incalzarla sul punto: il governo deve essere politico, e politico a tutto tondo, secondo loro.
giorgia meloni presenta la conferenza programmatica di fratelli d’italia 9
E c’è da capirli, poveracci: l’amica Giorgia ha passato gli ultimi quattro anni a spernacchiarli e a dar loro dei traditori per essere venuti meno agli ideali del centrodestra, per essersi compromessi in alleanze innaturali, per aver rinnegato gli obiettivi più identitari del programma di coalizione, insomma per aver governato; e ora, alla prima occasione in cui a dare le carte è proprio lei, la paladina dell’intransigenza, ecco che inizia a disegnare un esecutivo pieno di burocrati, professionisti, esponenti di quell’establishment che lei diceva di voler abbattere.
Non deve insomma parergli vero, a leghisti e forzisti, di potersi vendicare, almeno un po’. Tanto più che poi questi tecnici di chiara fama e di indubitabile valore a cui Meloni sta pensando, be’, insomma, parliamone.
Di uno, almeno. Per giorni la leader di Fratelli d’Italia respinge tutte le istanze avanzate da Salvini e Berlusconi per accaparrarsi il ministro della Cultura, dicendo di avere pronto “un nome enorme, incontestabile”: quel nome è Gennaro Sangiuliano, e ciò che avverrà poi, ecco, ci esime dal dover spiegare perché la considerazione di Meloni per l’allora direttore del Tg2 sia quantomeno un poco eccessiva.
E non a caso, quando la storiaccia buffa di Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia costringerà il ministro a dimettersi, gli alleati di Lega e Forza Italia si ricorderanno di quelle parole così altisonanti spese in favore di lui, e se la rideranno sotto i baffi: “E menomale che era il meglio che avesse a disposizione”. Ma questa ricerca di tecnici esterni ai partiti non riflette un’abiura dei vecchi ideali.
MARIA ROSARIA BOCCIA, GIORGIA MELONI E GENNARO SANGIULIANO - VIGNETTA BY MACONDO
Risponde semmai, per Meloni, a un moto di estremo realismo. Nel momento in cui lei è chiamata a essere presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia governa appena due regioni, e non proprio le più importanti, cioè l’Abruzzo e le Marche; nessuno degli uomini più fidati della premier incaricata, la sua meglio gioventù nata negli anni Settanta e affacciatasi alla politica vera a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica, quei “figli d’Italia” che lei si porta dietro dai tempi della sua vittoria al congresso di Viterbo nel 2004, nessuno di quelli ha mai ricoperto posizioni di governo rilevanti.
La Russa, consumatosi in un esercizio di potere più che decennale negli esecutivi di Berlusconi, è un caso a parte, e si defila presto dalla corsa a un posto da ministro perché lui da mesi ha già messo le cose in chiaro: vuole essere presidente del Senato.
Poi c’è Raffaele Fitto, giovane vecchio democristiano pugliese ritrovatosi un po’ per caso, e un po’ per disperazione, ad accasarsi coi post- fascisti nel 2018. E per certi versi pure Guido Crosetto, uomo di importanti frequentazioni istituzionali su entrambe le sponde del Tevere e stimato anche al Quirinale, è in qualche modo un’eccezione, ed è infatti guardato con sospetto dai giannizzeri di Meloni.
Ma gli altri? Francesco Lollobrigida, il più prezioso dei suoi collaboratori all’epoca, nonché suo cognato, ha rivestito per meno di tre anni, e parliamo del 2010, il ruolo di assessore regionale ai Trasporti nel Lazio ai tempi di Renata Polverini, dopo un esordio nella giunta comunale di Ardea, cinquantamila abitanti in provincia di Roma, e tanto gli basta per essere considerato uno che sa come va il mondo, da quelle parti.
Gli altri, da Giovanni Donzelli ad Andrea Delmastro, da Tommaso Foti a Galeazzo Bignami, sono gente che fino a un paio d’anni prima mai avrebbe sognato di guidare il paese, e che al massimo nobilitava il proprio curriculum intestandosi iniziative a metà tra il delirante e l’eversivo (Donzelli, fiorentino, si vantava di essere quello che “non ha dato tregua alla famiglia Renzi, a suon di interrogazioni e mozioni al Consiglio regionale toscano”, dopo aver lavorato per le aziende dei genitori dell’ex presidente del Consiglio;
Bignami andava in giro a fotografare i citofoni delle case popolari assegnate agli stranieri a Bologna, facendosene vanto sui social, per tacere delle sue foto in divisa da gerarca nazista. E si potrebbe continuare a lungo).
giovanbattista fazzolari giorgia meloni
Quando, in quelle settimane, si fa notare l’inconsistenza della presunta classe dirigente, si finisce con l’essere incalzati al telefono da Fazzolari, consigliere privilegiato di Meloni, quello che lei ha definito “l’uomo più intelligente che abbia mai conosciuto” e che nel partito si è guadagnato il soprannome di Spugna per la sua capacità, pare, di assorbire con assoluta naturalezza concetti difficili.
E lui, Spugna, più che contestare queste critiche in senso assoluto, lo fa in senso relativo: “Ma perché, Toninelli ministro dei Trasporti andava bene? Ma perché, la Azzolina o la Dadone erano meglio dei nostri?”
“Be’, ma non è che questa sia una solidissima difesa”.
E lui allora butta giù il telefono. Insomma, c’è un motivo se tra i dirigenti di Forza Italia, in quei giorni, sorridono rievocando una vecchia frase detta da Gianni Alemanno quando divenne un po’ inaspettatamente sindaco di Roma, e cioè che “qui ci sono più sedie che culi”.
giorgia meloni sergio mattarella consiglio supremo difesa 6
Sintesi non propriamente elegante, ma di indubbia efficacia. Fatalmente, poi, proprio lui, il Fazzo, l’uomo più intelligente del mondo, quello da cui Meloni deriva peraltro un’ossessione antifrancese ai limiti del patologico e scombiccherate teorie economiche complottiste, sarà uno dei più imbarazzanti impacci per la grande capa, nella costruzione del governo.
Succede infatti che proprio mentre la presidente del Consiglio sta definendo la squadra da proporre a Mattarella, e che prevede Fazzolari come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cioè nel ruolo di chi fa girare quotidianamente gli ingranaggi del potere da Palazzo Chigi, vengono recuperati certi vecchi tweet di questo “Hegel del sovranismo” (anche così lo si qualifica, in quei giorni) nei quali definiva il presidente della Repubblica “un rottame”, un “aspirante demonio”, e lo descriveva come una specie di ridicolo manovratore al soldo di Francia e Germania.
La cancellazione precipitosa del suo profilo su X, l’allora Twitter, serve a poco: gli screenshot di quelle mostruosità ormai girano, rimbalzano sui social e sui giornali, e insomma la sua nomina non s’ha da fare.
Al suo posto, come sottosegretario principale, va Alfredo Mantovano, un magistrato di grande esperienza, con trascorsi nelle seconde linee del governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006, una formazione da cattolico ortodosso più che rigoroso, quasi oscurantista, e una grande conoscenza di quel che si muove nelle procure, di Roma e non solo.
alfredo mantovano giorgia meloni
Fazzolari è costretto a defilarsi, a rinunciare al posto d’onore nella foto di gruppo al Quirinale: verrà recuperato con un ruolo meno decisivo, sottosegretario all’Attuazione del programma, che è poi un modo che Meloni trova per tenerselo comunque nell’ufficio accanto al suo, a Palazzo Chigi.
E nel corso dei mesi, degli anni, le deleghe che a Fazzolari saranno via via attribuite – sulla comunicazione, sul coordinamento dei gruppi parlamentari, sulla cybersicurezza, sulle nomine nelle partecipate di Stato – varranno a corroborare nei fatti un ruolo che la forma imponeva di tenere marginale, e quasi sempre a discapito dello stesso Mantovano e di altri funzionari di governo, che non apprezzeranno quell’allargarsi di prerogative e di supponenza, quelle ingerenze continue e perentorie. Ma questo non è che uno, del resto, dei tanti affanni che in quelle settimane, come sempre succede in questi casi, Meloni deve gestire per formare il suo governo.
[…]
giorgia meloni guido crosetto ignazio la russa primo simbolo senza fiamma di fratelli d italia
(E sia chiaro che questo vale rispetto al 2022, perché la classe dirigente non la si riceve in dote dal Cielo, ma la si costruisce, la si allena e la si addestra: e certamente, dopo oltre tre anni di governo, ora Meloni una classe dirigente, checché se ne dica, ce l’ha: la si può considerare gente inadeguata, o che ha fatto scelte sbagliate, e insomma si può pensare ogni male di ministri, sottosegretari, boiardi e funzionari pubblici meloniani, ma non c’è dubbio che siano uomini e donne che conoscono il potere, le sue complessità, e che quelle complessità sappiano maneggiarle.
E ciò, a beneficio di un dibattito che troppo spesso, mi pare, vede rivolgere a Meloni accuse che andrebbero quantomeno dirette anche ai suoi rivali: siamo sicuri che il pd o il Movimento 5 Stelle, oggi, abbiano molto di meglio da offrire, al governo del paese?)
[…] Ma nel caso di Meloni, forse la sprovvedutezza c’entra poco: c’è semmai un esercizio del potere, una conoscenza delle sue dinamiche, assai poco ingenui, e anzi estremamente realisti.
Quello che la leader di Fratelli d’Italia realizza, portando per la prima volta al governo l’estrema destra, è un disegno che riflette un patto non scritto, ma comunque cristallino: un buon pezzo della classe dirigente che all’inizio degli anni Dieci rischiava di essere azzerata dal tracollo del berlusconismo ha scommesso, chi prima chi dopo, su di lei, e a lei ha affidato anzitutto la propria sopravvivenza, e poi chissà, se prima o poi fosse possibile, il proprio riscatto.
La Russa che le assegna la guida di un partito che senza di lui, senza la sua esperienza, senza le sue buone relazioni, non sarebbe probabilmente mai nato; Crosetto e Fitto, entrambi figli della diaspora berlusconiana, e con loro anche Mantovano, tutti riluttanti all’idea di riciclarsi nel montismo (nel senso di Mario Monti) o nelle “larghe intese”; e Urso e Santanchè, finiti per perdersi tra un trasloco e l’altro nei partiti di un centrodestra in crisi d’identità, che con le loro conoscenze o con i loro preziosi finanziamenti hanno saputo riguadagnarsi, non senza fatica, le grazie della capa, e redimersi dai peccati di tradimento o di tiepidità.
guido crosetto giorgia meloni ignazio la russa presentazione primo simbolo di fratelli d italia
Tanti di quelli che s’erano ritrovati a un passo dal precipizio del fallimento, o dell’insignificanza, negli anni si sono rivolti a Meloni: hanno offerto il loro contributo, i loro voti, le loro più o meno consistenti competenze, e le hanno permesso di crescere, di consolidarsi, sapendo che in cambio, se tutto si fosse compiuto, avrebbero riguadagnato uno scampolo di gloria, uno strapuntino al sole, e dunque visibilità, e fama, e potere.
Il governo di Meloni, in questo senso, è forse la chiusura del cerchio: quel centrodestra che tracollò nel 2011 per insipienza e inadeguatezza, e da cui lei, Giorgia, volle prendere per prima le distanze senza però rompere del tutto, costruendo su questa pretesa di rinnovamento gran parte del suo consenso, è di nuovo lì.

