toti carfagna

NUOVO CENTRO, CENTRINO O CENTROTAVOLA? - IL PATTO TRA TOTI E CARFAGNA PER ANDARE OLTRE FORZA ITALIA E DESALVININIZZARE IL CENTRODESTRA - MOLTI ESPONENTI AZZURRI TEMONO DI FINIRE STRITOLATI TRA SALVINI E MELONI E VAGHEGGIANO UN NUOVO CONTENITORE. L'IDEA È COINVOLGERE ANCHE CALENDA CHE PERÒ. MA OCCHIO A BERLUSCONI. PREPARA LA SVOLTA FILO-CONTE? 

Amedeo la Mattina per La Stampa

 

toti carfagna

Le elezioni regionali, oltre agli effetti stabilizzanti sul governo Conte, stanno producendo un terremoto nel centrodestra. Non c'è solo lo scontro frontale tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Si è messa in moto tutta l'area centrista e moderata. In queste ore si stanno svolgendo decine di incontri a Roma, i cellulari di Giovanni Toti e Mara Carfagna sono intasati di telefonate.

 

toti carfagna

Chiamano senatori, deputati, dirigenti locali: tutti vogliono capire cosa intendono fare, come uscire dalla crisi profonda nella quale è avvitata Forza Italia (percentuali del 5-6% in media, con tonfi drammatici del 3% al Nord). La paura prende alla gola i tanti orfani di un'area politica triturata dalla Lega e da FdI, dalla subalternità al nazional-sovranismo e che si definisce liberale ed europeista. Poi c'è l'aspetto più prosaico di coloro che vedono ridursi al lumicino la possibilità di tornare in Parlamento, soprattutto adesso che la vittoria referendaria del Sì taglia 345 tra senatori e deputati. Allora Giovanni e Mara stanno tentando di mettere su una nuova ditta che superi e sostituisca FI, che «rifondi il centro del centrodestra».

 

GIOVANNI TOTI MARA CARFAGNA

Nel giugno del 2019 erano stati chiamati dal Cavaliere a coordinare il rilancio del partito, un mese dopo destituiti, emarginati. Carfagna alla presentazione dei candidati campani non è stata nemmeno invitata. Toti è sempre stato snobbato. Ma alle Regionali il governatore è stato rieletto con oltre 380 mila voti, pari al 56,13%, e la sua lista «Cambiamo» ha fatto il botto (20%), riuscendo a spuntare una media attorno al 4% nelle Regioni dove si è votato. Quanto basta per esaltare la convinzione o la velleità di fare il passo politico della vita in tandem con la vicepresidente della Camera. Con lui al Senato son già passati gli ex azzurri Massimo Berutti, Gaetano Quagliariello e Paolo Romani.

 

toti carfagna

Guardano con interesse al progetto Renato Brunetta, Deborah Bergamini, il vicecapogruppo alla Camera Roberto Occhiuto molto vicino alla Carfagna, Osvaldo Napoli e il senatore Andrea Cangini, uno dei principali promotori del comitato per il No. Tutti cominciano a guardarsi intorno per evitare di farsi cannibalizzare dai leghisti e dai Fratelli d'Italia. In un'intervista ad Huffington Post, Brunetta dice che Salvini «parla solo per la Lega».

 

renzi calenda

«Non ha mai seguito - ha aggiunto - lo stile di Berlusconi e, ha ragione Toti, non si è mai fatto carico di fare la sintesi di un centrodestra plurale». È la tesi del governatore ligure. Toti sostiene che per essere il capo servono numeri e capacità di gestire la coalizione.

 

«A forza di dare spallate, finisce per rimediare una lussazione dopo l'altra», ha precisato in un'intervista al Corriere della Sera. Insomma dovrebbe togliersi la maglietta della Lega. Salvini ha replicato «ogni cosa a suo tempo»: «Io mi occupo di dare risposte concrete dove governiamo». Toti però insiste e invita Salvini a indossare «la giacca del capo coalizione»: «Lanci una vera costituente del nuovo centrodestra, una federazione nuova di forze».

 

Alla Lega non va giù. Il leghista Edoardo Rixi gli ricorda che le sue affermazioni sono «uno scivolone mediatico frutto della poca lucidità post ubriacatura elettorale». «Da domani - sostiene l'ex vice ministro alle Infrastutture - spero che Toti torni in sé e recuperi la memoria, ricordandosi che senza la Lega e rsenza Salvini non sarebbe dove è oggi». Nella rifondazione di un nuovo centro, Toti e Carfagna vorrebbero anche Carlo Calenda. Una riforma elettorale in senso proporzionale potrebbe dare corpo a questa ipotesi, ma Calenda non è disposto a guardare né ora né mai a destra.

 

«DESALVINIZZARE LA COALIZIONE» 

Mario Ajello per “il Messaggero”

 

salvini

De-salvinizzare il centrodestra. Ecco, dopo il tonfo delle Regionali, con la Lega giù per terra, Forza Italia azzerata e solo la Meloni non ammaccata, gli alleati chiedono il conto a Salvini. Il quale si sente anche insidiato da dentro il partito e allora annuncia che sta per varare una segreteria politica, tempo 10-15 giorni, che affiancherà il leader nella definizione dell' agenda politica. Come quella che, all' epoca di Umberto Bossi, era guidata da Bobo Maroni. E' la fine di un uomo solo al comando? Quasi. «Non c' è Salvini, c' è Salvini che parte di una squadra con centinaia di brave persone», dice il leader. Che si sente un po' circondato.

 

Nel centrodestra, la de-salvinizzazione procede così (a mezza bocca perfino dentro il Carroccio e apertis verbis fuori): Matteo non è un leader, è incapace di fare sintesi, non unisce e non rassicura. La Meloni è quella che cerca di infierire di meno - anche le reciproche accuse sulla disfatta pugliese tra FdI e Lega ci sono - ma dice e ridice che «adesso bisogna pensare ai contenuti». A cominciare dal Recovery Fund in cui FdI vuole essere coinvolta dal governo, e ha pronte proposte per venire sondata (Conte per ora svicola). E questo tipo di atteggiamento è diverso dalla modalità campagna elettorale permanente e spallata continua ma non decisiva che appartiene al Capitano o ex Capitano.

salvini meloni

 

In prima linea nel demolire la leadership del capo leghista, Giovanni Toti e Mara Carfagna. Già in passato si era parlato di asse tra i due. Ora, ecco l' affondo del governatore rieletto a furor di popolo e voglioso di un ruolo a livello nazionale in un centrodestra da ricostruire:

 

«Matteo potrebbe essere l' architetto della nostra coalizione, ma al momento - incalza Toti, che poi un po' smoscia - non ha alcun progetto. Va per conto suo. Non ascolta i consigli di chi gli è amico. E a forza di dare spallate, finisce per rimediare solo lussazioni una dopo l' altra». I salvinisti rispondono a muso duro, con Rixi, con Centinaio: «Senza Matteo, Toti non sarebbe niente».

 

STRATEGIE

matteo salvini, antonio tajani e giorgia meloni 1

E ancora: Mara Carfagna. Con Osvaldo Napoli e pochissimi altri, Mara non ha mai risparmiato critiche alla cultura del sovranismo e del populismo e alla subalternità di molti berlusconiani a quell' andazzo. Ora insiste con nuova forza: «E' finito il quinquennio del populismo». L' idea che si fa spazio nel centrodestra moderato è quella, e un possibile Toti-Carfagna sarebbe ad hoc, di un nuovo soggetto politico slegato anche idealmente dal Carroccio.

 

BERLUSCONI CARFAGNA GELMINI

Ma riecco la Meloni. L' affondo è questo: «Chi prende più voti sarà tra noi due sarà il candidato premier». Salvini contrattacca: «E' stata l' offerta generale della coalizione a non essere stata all' altezza nelle Regionali». La paura di Salvini è che la Meloni voglia contare più di lui nella scelta del candidato sindaco di Roma e allora: «Dev' essere non di partito, ma un uomo delle imprese». Magari Guido Crosetto, come si sente in queste ore, il quale consigliere di Giorgia potrebbe andare bene anche a Matteo? Lui, che è piemontese ma adora Roma, non vuole però.

 

Salvini intanto si è sfogato con i suoi: «Mi sono impegnato senza risparmiarmi, non può essere che dove perdiamo è colpa mia e dove vinciamo merito di altri». Stoccata non a Zaia ma a Toti.

 

Anche se Toti tra social e interviste ha trascorso la giornata a spiegare che il suo era un suggerimento in buona fede, ma il gelo è rimasto: «Dovrei cambiare maglio come dice lui e mettermi quella della coalizione e non quella della Lega? Ogni cosa - reagisce Matteo - a suo tempo.

 

BERLU E CARFAGNA

Ognuno mette e toglie le maglie a seconda delle stagioni». Intanto, il peso della sua segreteria politica si misurerà con i componenti: a capo potrà esserci una personalità autonoma come Giancarlo Giorgetti oppure un fedelissimo.

 

calenda

Ma occhio a Berlusconi. Dopo un lungo silenzio, se n' è uscito così: «Nel centrodestra, Forza Italia è diversa dagli altri due partiti. Non siamo populisti e sovranisti. Dobbiamo accentuare il profilo moderato e europeista della coalizione». Non è che - dice qualcuno dei suoi - che il Cavaliere sta in realtà dicendo ciao al centrodestra e preparando, ora che Forza Italia è ridotta al lumicino, la svolta filo-Conte? La voglia di Berlusconi di maneggiare i fondi del Recovery Fund e di entrare al centro della ricostruzione italiana, potrebbe portarlo nel 2021 dove lo spinge il suo famoso fiuto.

 

 

 

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