CHI CONTROLLA PALAZZO MADAMA? - SENATORI IN CORO CONTRO I DOLCI VIZI AL FORO DEL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO MA QUANDO SI TRATTA DEI LORO CONTI (22 MILIONI L’ANNO), ABBASSANO LA SARACINESCA - RISULTATO: I CITTADINI NON POSSONO SAPERE COME VENGONO SPESI I SOLDI PUBBLICI - GLI APPELLI DI SCHIFANI (CHIAGNE & FOTTE) SENZA NESSUNA CONSEGUENZA…

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"

La prima diga è dunque stata abbattuta e non è stato facile. I gruppi parlamentari della Camera dovranno rendere pubblico il bilancio, che sarà certificato da un soggetto esterno. Per la prima volta sapremo come viene spesa anche questa fetta di finanziamento pubblico dei partiti. Ci si attende adesso il crollo della seconda diga. Quella del Senato. Che cosa farà la Camera alta? L'assemblea di Palazzo Madama si è sempre tenuta accuratamente alla larga da questo problema, del quale il suo attuale presidente, a differenza di Gianfranco Fini, ha esperienza diretta. Per otto anni Renato Schifani è stato infatti il capo del gruppo parlamentare di Forza Italia a Palazzo Madama.

E negli ultimi tempi, da presidente dell'assemblea, non ha lesinato appelli alla trasparenza. «La politica» ha dichiarato pubblicamente il 26 maggio scorso alla festa della polizia a Padova, «deve saper ricomporre il divario con la gente e non soltanto a parole. Essere vicina agli italiani significa soltanto un verbo: fare presto e bene, uscendo dal tunnel nebuloso e mostrando di aver capito, di voler andare avanti nel pieno rispetto delle norme e della trasparenza».

Finora, però, nessuno è riuscito a fare breccia nel muro impenetrabile che copre i finanziamenti ai gruppi parlamentari del Senato. Il 3 agosto dello scorso anno, durante la discussione sul bilancio interno, sette senatori del Partito democratico fra i quali, oltre al tesoriere del gruppo Vidmer Mercatali c'era anche quello della Margherita Luigi Lusi finito poi nei guai giudiziari per la distrazione dei rimborsi elettorali del partito di Francesco Rutelli, presentarono un ordine del giorno che avrebbe condizionato l'erogazione dei contributi «alla presentazione del bilancio, alla sua certificazione in forme opportune e alla sua pubblicità sul sito internet del Senato». Respinto.

Come bocciato fu pure un altro ordine del giorno analogo presentato dai dipietristi che mirava a obbligare i gruppi alla «rendicontazione annuale dei contributi loro assegnati» e alla «pubblicità di tale rendicontazione». Il primo agosto scorso, un ordine del giorno simile a questo, partorito sempre dall'Italia dei Valori, ha invece avuto il parere favorevole dei questori. Ma poi non è successo niente.

I bilanci sono così rimasti segreti. E non parliamo di pochi denari. Nel 2012 le previsioni assestate indicano una cifra superiore a quella pubblicata ieri dal Corriere. Si è arrivati a 38 milioni 350 mila euro, 750 mila euro in più rispetto al 2011. È una somma superiore anche a quella stanziata dalla Camera (quest'anno circa 35 milioni) ma perché a differenza di Montecitorio comprende anche 16,2 milioni destinati ai collaboratori, che a Palazzo Madama vengono assegnati ai gruppi. I soldi utilizzati per il funzionamento dei gruppi parlamentari del Senato ammontano così quest'anno a 22 milioni 150 mila euro, vale a dire 69 mila euro in media per ogni seggio, compresi i senatori a vita, contro i 55.550 euro della Camera.

Con quei denari si pagano per esempio i dipendenti. Ma anche, e qui sta uno degli aspetti forse di maggiore sensibilità, le indennità aggiuntive per i senatori che ricoprono cariche all'interno del gruppo: il presidente, i suoi vice, i componenti del direttivo e altri ancora. Senza un bilancio, siccome ogni formazione politica decide in autonomia il livello di questi bonus, non se ne possono conoscere pubblicamente le entità. Né sapere in quali forme queste indennità vengono erogate. E la cosa, trattandosi di fondi pubblici distribuiti a persone che ricoprono cariche elettive, è francamente curiosa.

Di più. I gruppi parlamentari sono di fatto vere e proprie associazioni, assimilabili a quelle private non registrate. Per le quali, è vero, la pubblicazione del bilancio non è obbligatoria. C'è solo un piccolo particolare, sempre lo stesso: maneggiano soldi dei contribuenti. Il che rende ancora più impellente la necessità di far cadere il velo che finora non consente di sapere come quei gruppi impiegano i contributi.

Soprattutto dopo quello che è saltato fuori al consiglio regionale del Lazio, dove con quei soldi non si pagavano soltanto i conti astronomici del ristorante o si acquistavano lussuose Bmw X5, ma c'era perfino chi ci comprava un quintale e mezzo di mozzarella di bufala, a giudicare dalle ricevute di un caseificio sulla via Casilina.

Ecco perché ora ci aspettiamo che dopo la Camera anche il Senato imponga la trasparenza dei bilanci dei gruppi parlamentari. Con la stessa regola del controllore esterno, per favore. Come dimostra il caso di Montecitorio, la storia che questo lederebbe l'autodichìa, cioè il principio di autonomia del Parlamento, non sta in piedi.

La cosiddetta autodichìa riguarda l'istituzione, non associazioni private al suo interno. La dimostrazione? Spiegano gli esperti, che mentre le controversie fra i dipendenti del Parlamento e l'amministrazione delle due Camere viene regolata da organi interni, le cause fra il personale dei gruppi parlamentari e i gruppi stessi finiscono davanti al giudice ordinario. Più chiaro di così...

 

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