APERTO PER SEMPRE! - I SINDACATI CONTRO IL “FAR WEST” DEGLI ORARI DI DEI NEGOZI - I CATTOCOMUNISTI DELLA REGIONE TOSCANA SI APPELLANO ALLA RELIGIONE: “LA CHIESA FACCIA SENTIRE LA SUA VOCE”! - BERNARDO CAPROTTI (ESSELUNGA) SI ALLUNGA CONTRO I SINDACATI: “FINIRA’ IL BALLETTO SETTIMANALE DELLE APERTURE A SINGHIOZZO, E PER I BUROCRATI ANDRÀ TROVATA UNA NUOVA E PIÙ PRODUTTIVA OCCUPAZIONE” - DE MASI CONTRO IL CONSUMISMO SENZA ORARI: “AL DANNO FINANZIARIO SI AGGIUNGERANNO QUELLI SULLA QUALITÀ DELLA VITA: PRODURRE DI PIÙ NON SIGNIFICA CONSUMARE DI PIÙ”…

1 - SINDACATI CONTRO IL LAVORO: NO AI NEGOZI SEMPRE APERTI
Martino Cervo per "Libero"

Armiamoci e liberalizzate. Uno dei pochi atti di governo diversi dalla calata della mannaia fiscale da parte dell'esecutivo Monti - la liberalizzazione degli orari degli esercizi di commercio - ha conosciuto ieri un iter tipico delle riforme in Italia: il ricorso.
Cosa prevede la legge che entra in vigore assieme all'apertura dei saldi (e che con le pensioni è uno dei provvedimenti in linea con la famigerata lettera della Bce, a differenza della pioggia di 50 tasse documentata da Libero)?

In sostanza che «gli esercizi del commercio in sede fissa e gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande non siano più soggetti al rispetto degli orari di apertura e di chiusura, dell'obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell'esercizio».

DIO NON VUOLE
La Regione Toscana ieri è arrivata a invocare l'intervento divino contro la norma del governo tecnico: «Pur recependo alcuni principi di liberalizzazione che provengono dal governo», ha fatto sapere un esponente dell'amministrazione a guida Pd, la Regione ritiene che «la liberalizzazione debba essere equa e non selvaggia nel rispetto dei diritti dei lavoratori e del piccolo commercio, come affermato anche dalle principali associazioni di categoria e dai sindacati».

«Non è il consumismo la risposta giusta alla crisi», ha aggiunto il presidente Enrico Rossi: «Ci aspettiamo che anche la Chiesa faccia sentire la sua voce. Si costringerà chi lavora nei negozi a gestione familiare ad essere incatenato al banco, con la saracinesca alzata giorno e notte, senza pause per 365 giorni all'anno. Dove finisce la persona, la sua vita privata, i suoi diritti?». Di qui il ricorso della Regione di fronte alla Corte Costituzionale, annunciato adombrando oscuri interessi della grande distribuzione: «Non sono queste le liberalizzazioni che ci aspettiamo».

In attesa di capire quali, va registrato che la resistenza al provvedimento (il quale, beninteso, non è certo la panacea di ogni male: è vero che un piccolo negoziante rischia di perdere clienti se il supermarket può restare aperto 24 ore su 24) è già bipartisan, come ha fatto capire ieri con argomenti non dissimili a quelli del rivale toscano.

IL RICORSO
In particolare sul caso dei supermercati lombardi, che hanno subito cercato di aprire la domenica, la linea di molti sindacati è questa: Maria Carla Rossi, della Filcam Cgil, ha detto che «le liberalizzazioni fatte in questo modo sono inutili e non porteranno né a un aumento dei posti di lavoro, né a un aumento dell'occupazione. Siamo in un periodo di recessione, e i cittadini spendono meno a prescindere dagli orari di apertura dei negozi». Altri hanno paventato rischi di aumento del lavoro nero. Pure Confesercenti come noto è contraria, tutelando gli interessi dei piccoli commercianti. Nel complesso, la linea dei sindacati è compattamente a sfavore della misura di Monti, vedendoci un pericoloso «far West», senza differenze apprezzabili tra Cisl, Uil e Cgil.

MENO LAVORO
C'è un punto su cui l'approccio sindacale sembra carente: se è vero che molti esercenti possono finire sfibrati da una concorrenza che si può permettere - per occupati e dinamiche produttive - orari più estesi o aperture domenicali, è altrettanto vero che la facoltà di tenere serrande alzate «fuori orario» può non solo favorire quei consumi (e quella crescita) che si invocano come un mantra, ma anche - presumibilmente - incentivare l'occupazione.

I supermarket che vorranno restare aperti di più dovranno in molti casi assumere o pagare straordinari. È sacrosanto vigilare con ogni forza per evitare che una liberalizzazione di questo tipo non si traduca in abusi o, peggio, in lavoro nero, ma non è per questo rischio che vale la pena osteggiarla frontalmente. Soprattutto, dà da pensare che una misura - forse l'unica - che sembra poter contrastare la pressa recessiva di Imu, aliquote, tasse sui bolli e accise trovi l'opposizione compatta dei sindacati. Specie laddove fa intravedere la possibilità di più lavoro.

2 - BERNARDO CAPROTTI: «QUESTA LEGGE CI LIBERA DA UN PO' DI BUROCRATI»
Da "Libero"

Cambia poco, se non altro mettiamo da parte un po' di regole inutili. Questo, in sintesi, il pensiero di Bernardo Caprotti, patron del gruppo Esselunga, davanti alle nuove disposizioni inserite nel cosiddetto decreto «Salva Italia», che tratta anche la liberalizzazione degli orari di vendita per gli esercizi al dettaglio. Il cambiamento è minimale (la materia è già stata oggetto, nel corso degli anni, di aggiustamenti normativi) ma non di poco conto.

Per ciò che concerne le fasce orarie d'apertura al pubblico non si registrano variazioni, mentre sotto il profilo del lavoro festivo e domenicale la nuova legge prevede il passaggio alle 47/48 domeniche l'anno contro le 20/25 di adesso. La modifica tocca specialmente il nodo della gestione delle aperture, fin qui regolamentate con ampia dose di libertà, ma soggette a vincoli territoriali legati a Regioni e Comuni. D'ora in avanti, invece, la facoltà di stabilire il calendario sarà unicamente degli esercenti, il che dovrebbe rappresentare - per i consumatori - un elemento di semplificazione: ci sarà più omogeneità.

Anche Esselunga, fra le più grandi sigle del settore, si appresta ad affrontare il cambiamento. E non senza la vis polemica che contraddistingue le uscite di Caprotti. La campagna pubblicitaria in uscita nei prossimi giorni, seppur rivolta alla clientela, non manca di pungere le istituzioni: «Quello che cambierà veramente - si legge nella nuova inserzione inviata ai giornali - è che sia chi vuol "fare la spesa" che noi operatori, saremo sgravati dal balletto settimanale di queste aperture a singhiozzo. Certamente per molte persone impiegate nelle "Regioni" e nei "Comuni" per gestire il balletto settimanale di cui sopra, assieme agli impiegati delle "associazioni", commercianti, ambulanti eccetera, andrà trovata una nuova e più produttiva occupazione».

3 - «UNA RIFORMA INUTILE CHE NON SERVIRÀ PROPRIO A NESSUNO»
Grazia Longo per "la Stampa"

Il professor Domenico De Masi è esperto di sociologia del lavoro ma anche ideatore del concetto di «ozio creativo» che elogia la lentezza e il tempo senza orologio.

Aspetti decisamente distanti dalla liberalizzazione degli orari delle attività commerciali.
«Ed è un vero guaio, tanto più che la riforma non risolverà per niente i nostri problemi economici. Anzi, al danno finanziario si aggiungeranno quelli sulla qualità della vita».

Perché?
«Il presupposto di partenza è sbagliato: produciamo di più per consumare di più. Non è vero, e lo dimostra il fatto che il nostro Paese è in continua decrescita. E poi: il reddito pro capite in Italia è di 35 mila dollari, in Cina di 4 mila dollari, in Brasile 7 mila e in India di 2 mila e 500 dollari. Non può crescere ancora, tanto più che il costo del lavoro è altissimo: a Milano un operaio costa 24 dollari, in Brasile 11, in Corea del Sud 4 e in Cina 1 solo dollaro. Il primo mondo, l'Occidente, non serve più: il terzo mondo si produce le cose da solo. Assurda quindi la corsa alla produzione e al commercio senza limiti di orario».

Gli economisti ritengono possa favorire lo sviluppo, perché lei è contrario?
«Il problema di questo governo tecnico di bocconiani è la convinzione che tutto possa essere affrontato da un punto di vista economico-produttivo, dimenticando gli altri aspetti, quelli della metaeconomia».

E cioè?
«Al di là dell'economia ci sono settori come la salute, la psicologia, la letteratura, la psicoanalisi, l'estetica, che non possono essere assolutamente trascurati. Per vivere meglio non è necessario lavorare incessantemente, produrre incessantemente: occorre anche vivere bene. Non si deve per forza andare al ristorante e spendere tanto denaro: si può mangiare anche a casa, insieme agli amici, ascoltando della buona musica».

In un mondo dove tutto corre, tutto è a passo accelerato, non è un po' un'utopia?
«È questione di cultura: dovremmo essere educati a gustare i bisogni non da un punto di vista quantitativo ma più introspettivo. Non solo, serve una rieducazione riferita a un mondo pensato come qualcosa che non può crescere all'infinito. E poi, guardi, a farci rimanere con i piedi per terra ci pensa proprio la realtà: la Cina è al primo posto per la produzione delle nanotecnologie e al terzo per le biotecnologie. Competere con queste realtà non ha senso. Come non lo ha aprire più a lungo i negozi sperando di poter svuotare i magazzini, che invece resteranno pieni».

 

Bernardo CaprottiDOMENICO DE MASI logo coop lombardiaEsselungazt25 negozio tods folla

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