IN THE MOODY’S FOR LOVE - UN ANNO FA, I PM DI TRANI CHIAMARONO MONTI PER UN PARERE SULL’INCHIESTA DEL RATING, MA LUI NON ANDÒ - ORA, DOPO AVER COMUNICATO IL SUO PASSATO IN MOODY’S, POTREBBERO SENTIRLO COME PERSONA INFORMATA SUI FATTI - LUI STESSO IL 13 GENNAIO, DOPO IL DOWNGRADE DI S&P ALL’ITALIA DA LUI GUIDATA, AVEVA PARLATO DI “ATTACCO ALL’EUROPA” - I PM PRONTI A DIMOSTRARE CHE S&P HA MANIPOLATO I MERCATI CON ANALISTI INESPERTI E TEMPISTICHE SCORRETTE…

Antonio Massari per il "Fatto quotidiano"

In estate gli avevano chiesto un aiuto, come rettore della Bocconi ed esperto di finanza mondiale, per districare la matassa dei report di Standard & Poor finiti nel fascicolo d'indagine. Da ieri - avendo saputo della nota ufficiale di Palazzo Chigi sul passato di Mario Monti in Moody's - la procura di Trani sta prendendo un'altra decisione: interrogare il presidente del consiglio come persona informata sui fatti. La questione sarà vagliata nelle prossime ore.

La sua testimonianza sarebbe importante per almeno due motivi. Il primo: appena insediatosi al Governo, dinanzi al report di S&P che declassava l'Italia, Monti parlò di "attacco all'Europa". Il secondo: avendo collaborato con Moody's, il presidente del Consiglio può - a maggior ragione - spiegare quelle parole. Perché "l'attacco all'Europa" - o meglio alla "zona Euro" - è il sottofondo che sembra sostenere tutta l'indagine condotta dal pm Michele Ruggiero e dal suo capo, il procuratore Carlo Maria Capristo, che per ben due mesi hanno intercettato i vertici di S&P.

Un sottofondo, appunto, nel senso che di questo presunto "attacco", negli atti dell'indagine appena chiusa, non c'è alcuna menzione. Il concetto è espresso in questi termini: S&P avrebbe operato una "destabilizzazione" dell'area euro e dell'Italia in particolare. Il metodo: artifici informativi e tempistiche non corrette nell'emanazione dei report. E sono state proprio le intercettazioni, oltre che l'analisi delle email interne al colosso del rating, a spingere gli inquirenti in questa direzione.

E così, considerato che Monti, già a gennaio, aveva espresso un pensiero simile a quello degli inquirenti, oggi avrebbe il modo di dare una mano concreta. All'epoca - per vie informali - rifiutò l'invito di vestire i panni dell'esperto, del "super consulente" della piccola procura pugliese. Ora - da persona informata sui fatti - può aiutare i pm a fare chiarezza.

Una chiarezza tanto più necessaria, alla luce delle intercettazioni e delle email, come quella "valorizzata" dagli inquirenti soltanto pochi giorni fa: Renato Panichi, Responsabile Team Banche italiane Standard & Poor's, a ridosso di un ulteriore report negativo sul sistema bancario italiano, scrive agli analisti. Nel testo, si legge che Panichi è in totale disaccordo con la valutazione, parla di situazione "esattamente contraria", ed invita i colleghi a rettificare il tiro. Ma questo non avviene.

Quell'inciso, sul sistema bancario italiano, non sparirà mai. Per gli inquirenti, questa mail, fa il paio con un'intercettazione telefonica di sei mesi prima. Siamo in estate e la responsabile di S&P Italia parla al telefono con Deven Sherma, il numero uno dell'agenzia in Usa. La Panichi si lamenta del grado di professionalità degli analisti che redigono i report per l'Italia, chiede di avere a disposizione dei "senior", ma anche questa richiesta non troverà risposta.

La procura di Trani ascolta in diretta il tracollo di Sherma, che aveva declassato anche gli Usa, sulla base di un presunto errore da 3 miliardi di dollari, e viene silurato all'istante, dopo la reazione di Barack Obama. La piccola procura con vista sul mare, sulla scorta di una denuncia del senatore Idv Elio Lannutti, tra agosto e settembre 2011, entra così nei templi della finanza mondiale, ascolta le reazioni dei capi, fino al numero uno, Sherma (poi silurato per aver osato mettere in discussione la stabilità degli Usa). Ma quel che importa, per l'indagine italiana, è altro: la violazione di alcuni principi "etici" alla base dei report.

La qualità degli operatori che li redigono, la tempestività della loro pubblicazione. Sulla qualità degli analisti - a giudicare dall'intercettazione tra Sherma e Pierdicchi e dalla mail di Panichi - sono proprio i vertici italiani di S&P ad avere forti dubbi. Sulla tempestività usata per la pubblicazione dei report, invece, la procura è convinta di avere il cosiddetto asso nella manica. Siamo sempre nell'estate 2001, tra agosto e settembre, e l'ennesimo report è pronto. È negativo.

Dovrebbe essere pubblicato rapidamente ma, invece, gli investigatori ascoltano gli analisti di S&P prendere tempo: "Berlusconi deve andare al Quirinale. È meglio aspettare", dicono, in sintesi, gli analisti intercettati. E non si tratta di una questione che riguarda soltanto Berlusconi. Tra i motivi che portavano S&P a considerare l'Italia poco affidabile, oltre quelli finanziari, c'erano delle considerazioni politiche: il Paese era in una sorta di "stallo", nell'incapacità di rimediare alla crisi con una serie di riforme.

Pochi mesi dopo, però, Berlusconi lascia il posto a Monti. Lo spread sale vertiginosamente. Il nuovo presidente del Consiglio organizza una conferenza stampa il 4 dicembre, di domenica, ed è chiaro il segnale per gli investitori prima che, il lunedì, aprano i mercati: siamo pronti alle riforme e a un'inversione a "U". Lo "stallo", quindi, sta per essere superato. Eppure il giorno dopo arriva un "credit watch" negativo, una sorta di preavviso di declassamento, che arriva puntuale il 13 gennaio, nonostante il clima politico - almeno quello, sia cambiato. Ed è in quell'occasione che Monti parla di attacco all'Europa. La procura è della stessa idea. E il presidente del Consiglio, da esperto, potrebbe spiegare cosa intendeva dire, davvero, con quelle parole.

 

logo moody MARIO MONTI ELIO LANNUTTI

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