A INCHIODARE RENZI SUL DECRETO-LAVORO È STATA LA “TRIMURTI BERSANIANA” DAMIANO-EPIFANI-FASSINA - NACCARATO GUIDA I PRIMI MALPANCISTI ALFANOIDI: “DOV’È LA NOSTRA IDENTITÀ, DOV’È IL NOSTRO PROGRAMMA? PRIMA AVEVAMO IL GOVERNO LETTA-ALFANO E ORA ABBIAMO IL GOVERNO RENZI”

1. COSÌ I REDUCI BERSANIANI HANNO INGUAIATO IL GOVERNO
Laura Cesaretti per ‘Il Giornale'

Non c'è dubbio che stavolta dallo scontro che ha imposto il voto di fiducia sul decreto lavoro escano sconfitti i moderati di Ncd, e vincitori loro, la sinistra del Pd. Quella che sembrava ormai destinata alla rottamazione ma che sul testo del ministro Poletti ha tentato di prendersi una (piccola) rivincita, e canta vittoria: «Non si riforma il mercato del lavoro a colpi di diktat - dice Gianni Cuperlo - In questo senso il confronto in commissione alla Camera è stato utile e costruttivo».

Una rivincita tutta o quasi di facciata, a sentire i renziani: «Non è che se i rinnovi del contratto a tempo determinato sono otto il provvedimento è di destra, e se invece sono cinque diventa di sinistra: si tratta solo di dispute ideologiche», sottolinea il responsabile Lavoro del Pd, Davide Faraone.

Ma quelle piccole correzioni strappate in commissione sono diventate la bandiera di una componente interna divisa e provata dopo mesi di trattamento Renzi, che ha puntato tutte le sue carte per uscire dall'angolo e far vedere che ancora conta qualcosa sulla partita della riforma del lavoro. Perché si tratta di una bandiera identitaria, certo, e perché su quel terreno ha potuto giocare di sponda con la Cgil di Susanna Camusso. Ma anche e soprattutto perché, per una volta, si è trovata in condizioni di vantaggio.

Nella commissione Lavoro della Camera, dalla quale il decreto è uscito modificato, la vecchia sinistra laburista e filo-Cgil è infatti in netta maggioranza rispetto all'ala riformista, grazie ad una composizione disegnata in era bersaniana. E il presidente è Cesare Damiano, ex sindacalista Fiom ed ex ministro del Lavoro, strenuo oppositore di Renzi negli scorsi mesi e allergico alla parola «flessibilità».

È stato lui ad imporre una serie di audizioni con le «parti sociali», sindacati in testa, per aggirare il no alla concertazione del premier e per allungare i tempi, e pilotare le modifiche. A dargli manforte sono stati l'ex segretario Guglielmo Epifani, già leader della Cgil e l'ex vice-ministro Stefano Fassina, aspirante leader della sinistra Pd. Ma anche i Giovani Turchi, più dialoganti con Renzi, sul decreto lavoro hanno fatto muro: «Ora è a stento potabile. Se Alfano vuol riaprire la discussione lo faccia pure. Così reintroduciamo anche la causale», minacciava ieri Matteo Orfini.

A Renzi e Poletti è toccato rassegnarsi e far buon viso a cattivo gioco: inghiottire alcune modifiche «che avremmo preferito non fare», come ammettono i renziani, per non spaccare il partito alla vigilia delle elezioni, lasciandosi uno spiraglio al Senato, dove la discussione si riaprirà. Il rischio, altrimenti, era di ritrovarsi con un decreto votato a larga maggioranza dalla Camera, con i voti di Forza Italia (che apprezzava la versione iniziale) ma senza quelli di un pezzo di Pd. E con un terremoto di polemiche che è facile immaginare, con ripercussioni pericolose sul voto del 25 maggio.

Superata la boa delle elezioni e incassato quello che Renzi spera sia un risultato «oltre le aspettative» per il Pd, il premier ha tutte le intenzioni di rifarsi con il Jobs act, la delega al governo per unificare e semplificare le leggi sul lavoro, per introdurre un contratto generale d'inserimento triennale a tutele e oneri crescenti e il sussidio universale di disoccupazione. Quello, assicurano i suoi, sarà il vero terreno di prova per l'innovazione. Anche lì il governo dovrà fronteggiare l'assalto della sinistra filo-sindacale, che darà battaglia per imporre vincoli alla flessibilità. Ma le elezioni saranno lontane, «e la minoranza stavolta non avrà scelta, e dovrà adeguarsi», assicurano i renziani.

2. NCD, LA TRUPPA DI ANGELINO INDECISA A TUTTO
Carlo Tecce per ‘Il fatto Quotidiano'


Così come ti ho creato, ti distruggo. No, non adesso, ci sarà tempo per distruggere. Paolo Naccarato, senatore cosentino, ex responsabile o innovatore, promotore di quel documento che il 2 ottobre avviò la scissione a destra, non è pentito, ma non ha voglia di sentire il brivido di un pentimento: "Io sono un padre fondatore del Nuovo Centrodestra, ma non avverto l'energia che ci aveva animato, non avverto la determinazione che ci aveva generato. Dov'è la nostra identità, dov'è il nostro programma?".

Il foglietto che plasmò Naccarato, assieme all'allora ministro Gaetano Quagliariello, a Maurizio Sacconi, a Carlo Giovanardi, assicurò un pacchetto di 23 voti a Palazzo Madama al titubante Angelino Alfano, che prese coraggio, che rinnegò il padre di Arcore: "Io posso dire, senza temere rettifica, che prima avevamo il governo Letta-Alfano e ora abbiamo il governo Renzi".

Che fare? "Non provocare confusione, non forzare l'acceleratore e poi battere in ritirata". Naccarato ce l'ha con l'offensiva, presto dissolta, contro la riforma del lavoro di Giuliano Poletti: "Ho letto dichiarazioni di fuoco, poi è rientrato tutto. Va bene, le idee di Sacconi sono ottime, ma evidentemente non potevamo creare una crisi di governo per un paio di commi. Ma dobbiamo dimostrare che siamo cresciuti".

E qui Naccarato s'avventura in metafore che Alfano non faticherà a comprendere: "Angelino s'impegna, vuole imporre il nostro progetto. Mi chiedo: lo sentiamo il peso di aver superato il tirocinio, di aver vicino la laurea, di aver a portata di mano una brillante incoronazione? O presentiamo le prove, certifichiamo che siamo diventati adulti, oppure nulla ha senso. Me lo lasci dire, però, io non ho perso la speranza e credo in Ncd. Non sapete quante pressioni abbiamo dovuto subire quando abbiamo lasciato il Pdl e Berlusconi. Ne abbiamo pagato il prezzo, facciamo che non sia stato vano".

Che succede in Ncd? C'è una questione di spazi da risolvere: la truppa di Alfano è schiacciata, a destra c'è il riformatore costituente Silvio Berlusconi che va in sintonia con Matteo Renzi, a sinistra c'è il medesimo Renzi che governa in solitaria. Quel che conta, e quel che modifica lo spazio, sono i numeri essenziali che Ncd controlla a palazzo Chigi e che Naccarato rappresenta in qualche misura.

Il partito ancora non cammina, per sublimare la metafora di Naccarato, e già partono le lettere (e poi le smentite) di protesta: la gestione troppo accentrata dei ministri, la fusione a freddo con l'Udc e, soprattutto, le candidature europee di Giuseppe Scopelliti, condannato in primo grado per abuso e falso e di Lorenzo Cesa, indagato per finanziamento illecito (Finmeccanica).

Da Roberto Formigoni e Luigi Compagna, i senatori vaganti e delusi sono tanti, seppur ancora sottotraccia, ancora armati di tattiche più che di intenzioni bellicose. I sondaggi interni danno Ncd-Udc al 6 per cento e qualche decimale: un risultato per grattare un po' di seggiole a Strasburgo, ma non necessario per garantire quelli che terrorizzati si guardano intorno e vedono il vuoto di una prossima legislatura.

 

BERSANI LETTA RENZI bersani renzi Veltroni Franceschini Epifani Bindi e Scola renzi e epifani fassina alla direzione pd Giuliano Poletti PAOLO NACCARATO ENZO CARRA Maurizio Sacconi Stefano Fassina e Matteo Orfini

Ultimi Dagoreport

gualtieri rocca metropolitan zingaretti carocci

DAGOREPORT - QUELLO CHE CAROCCI NON DICE! CI SONO PASSAGGI SOTTACIUTI, OMISSIONI E CLAMOROSI “NON DETTI” NEGLI AFFONDI DI VALERIO CAROCCI SULLA QUESTIONE DELLA RICONVERSIONE DELL’EX CINEMA METROPOLITAN, CHIUSO DAL 2010, CHE DIVENTERÀ UN'ATTIVITÀ COMMERCIALE. QUELLA CHE VIENE DESCRITTA PIGRAMENTE COME “UNA SPECULAZIONE”, PREVEDE IL MANTENIMENTO DI UNA SALA DA 100 POSTI, IL RECUPERO DI DUE CINEMA STORICI COME "L'AIRONE" E "L'APOLLO" E GARANTISCE 60 NUOVI POSTI DI LAVORO - ALLA FACCIA DELL’IDEOLOGIA, QUI SI PARLA DI CREARE LAVORO, RIQUALIFICARE AREE DEL CENTRO STORICO, TEMI CHE IL “PRINCIPE ROSSO SUL PISELLO”, ORA CHE SI CANDIDA A UN RUOLO POLITICO SFIDANDO GUALTIERI, DOVREBBE AVERE A CUORE - VA INOLTRE RICORDATO CHE…

giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT- LA DUCETTA È NEI GUAI. VANNACCI STA RISVEGLIANDO L'ANIMA FASCISTA DI UN PEZZO D'ITALIA, A PARTIRE DAGLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA CHE SI SENTONO TRADITI DAL CENTRISMO DELLA MELONI PREMIER - CON LA LEGA AL 5% E FORZA ITALIA AL 7%, NEI PALAZZI ROMANI SONO TANTI CHE DANNO PER CERTO, O QUASI PROBABILE, CHE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE FINIRÀ NEL CESTINO - MELONI NON HA PERÒ ALTRA SCELTA CHE INTESTARDIRSI PER FAR PASSARE LO “STABILICUM”: CON IL SISTEMA ELETTORALE VIGENTE, LA BATOSTA SAREBBE NON PROBABILE MA CERTA - CHE FARE: PORTE APERTE ALLA “VERA DESTRA” DI VANNACCI PER NON PERDERE LA CUCCAGNA DI PALAZZO CHIGI? - INTANTO, UN INGRESSO NELLA MAGGIORANZA DI FUTURO NAZIONALE NON CONVIENE AL GENERALE. MA IL PIÙ GROSSO OSTACOLO PER MELONI SI CHIAMA…

riccardo chiaberge luciano canfora donald trump

AVANTI POPOLO, ALLA RISCOSSA! – RICCARDO CHIABERGE: “HA RAGIONE TRUMP, LO SPETTRO DEL COMUNISMO TORNA AD AGGIRARSI IN TUTTO IL MONDO. È A BARI CHE SI RINTANA IL GRANDE VECCHIO, LA GUIDA SUPREMA DI QUESTA BIECA CONSORTERIA IDEOLOGICA: IL PROFESSOR LUCIANO CANFORA. NEL SUO NUOVO LIBRO, ‘COMUNISMO. UN’ALTRA STORIA’, L’INSIGNE FILOLOGO ASSICURA CHE IL MOVIMENTO FONDATO DA MARX E LENIN È PIÙ VIVO CHE MAI, E STA RINASCENDO SU SCALA MONDIALE COME REAZIONE ALL’IMPERIALISMO. SI CAPISCE L’ALLARME DI DONALD: URGE ORDINANZA RESTRITTIVA CONTRO IL PROFESSORE. UN NUOVO FRONTE CHE TROVA NEL COMPAGNO PUTIN IL SUO LEADER NATURALE….“

giorgia meloni donald trump

DAGOREPORT - CON QUALE FACCIA GIORGIA MELONI SI PRESENTERÀ AL SUMMIT NATO DI ANKARA? CHE FARÀ AL COSPETTO DEL TRUMPONE CHE L’HA SBERTUCCIATA CON UN TERRIBILE “MEME”, CHE È IL LIVELLO PIÙ BASSO DI PERCULAMENTO SOCIAL, COSA MAI SUCCESSA PRIMA CON ALTRI LEADER DI GOVERNO EUROPEI? - UN “MEME” CHE VUOLE DIRE “STAI LONTANO DA ME”, “NON SEI PIÙ UNA MIA FAN”, QUINDI NON CI PROVARE AD AVVICINARTI PER UNA FOTO ACCANTO AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI - SE NEL BREVE LO SCAZZO CON IL CALIGOLA POTREBBE ANCHE AIUTARLA NEI SONDAGGI, SULL’ALTRO PIATTO DELLA BILANCIA, L’ITALIA BASTONATA DA TRUMP VIENE PERCEPITA IN MANIERA COSÌ IRRILEVANTE CHE CI SI PUÒ ANCHE PERMETTERE QUESTO BULLISMO SOCIAL, CON MELONI TRASFORMATA IN PUNCHING-BALL DA PALESTRA - DAL MOMENTO CHE TRUMP TRADUCE IL RAPPORTO DI AMICIZIA IN “TU FAI QUELLO CHE TI DICO IO”, DA QUI AL VOTO, L'EX "GIORGIA DEI DUE MONDI" PUÒ PERMETTERSI MESI DI INSULTI E POLEMICHE CON IL PRESIDENTE DEGLI USA?

alfredo mantovano

DAGOREPORT - ALLA MALCONCIA MELONI NON BASTAVA L'''EMINENZA NERA'' FAZZOLARI: DIAMO IL BENVENUTO ALL'"EMINENZA BIANCA", ALFREDO MANTOVANO - IL PIO SOTTOSEGRETARIO DI PALAZZO CHIGI È STATO SILENTE PER DUE ANNI E MEZZO, POI IMPROVVISAMENTE HA APERTO LE VALVOLE: SABATO È ARRIVATO PERFINO A MINIMIZZARE IL VIAGGIO DI PAPA LEONE A LAMPEDUSA (MELONI CI E' ANDATA PRIMA!) – L'EX MAGISTRATO HA RITROVATO LA FAVELLA QUANDO E' FINITO SOTTO SCHIAFFO DELL'ARMATA BRANCA-MELONI PER LA DISASTROSA GESTIONE DEL CASO ALMASRI, SEGUITA DALLA PRIMA E PESANTISSIMA BATOSTA SUL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, DI CUI MANTOVANO ERA L’ARCHITETTO – IL SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO È RIUSCITO A ENTRARE IN ROTTA DI COLLISIONE CON TUTTI: DAL VATICANO AL QUIRINALE, FINO AL  DEEP STATE (CORTE DEI CONTI) - E QUANDO ARRIVA IL MOMENTO DELLA REGIA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MANTOVANO RIESCE A SCAZZARSI CON CROSETTO, SALVINI, PIANTEDOSI, ABODI, GIULI...

elly schlein giuseppe conte matteo renzi alessandro onorato silvia salis

DAGOREPORT – CON L'ARMATA BRANCA-MELONI TRAVOLTA DAL BOMBASTICO VANNACCI E DA MILLE PROBLEMI IRRISOLTI, CONTINUA L'IRRESPONSABILE TAFAZZISMO DELL'OPPOSIZIONE - LA DISFIDA TRA SCHLEIN E CONTE PER CHI SARÀ IL CANDIDATO PREMIER ALLE POLITICHE 2027: CHE FARE? PRIMARIE ''SECCHE'' O CON BALLOTTAGGIO? - RIPIENA COME UN BIGNÉ DI AMBIZIONE, ELLY SA BENISSIMO CHE SOLO VINCENDO LE PRIMARIE HA LA GARANZIA DI POTER UN DÌ TRASLOCARE A PALAZZO CHIGI. ALTRIMENTI, UNA VOLTA APERTO IL TAVOLO CON I LEADER DEL CAMPOLARGO, FINIREBBE SUBITO MESSA DA PARTE COME PREMIER, A FAVORE DI UNA PERSONALITÀ CON CAPACITÀ DI GOVERNO - RINGALLUZZITA DA FRANCESCO BOCCIA E DAL SUO CIRCOLETTO DEL NAZARENO (I VARI BONAFONI, TARUFFI, BRAGA, FURFARO), ELLY NON SI RENDE CONTO DI POTER VANTARE, COME SUA UNICA ESPERIENZA POLITICA, IL RUOLO DI ‘’ASSESSORE CON DELEGHE AL WELFARE E AL COORDINAMENTO DI UN NUOVO PATTO PER IL CLIMA’’ DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA: UN PO' POCO PER OCCUPARSI DELLA GOVERNANCE DI UN PAESE ALLA FRUTTA - A FAVORE DI ELLY: L'ALLEANZA CON M5S E LA NECESSITA' DI DAR VITA ALLA ''TERZA GAMBA'' CENTRISTA - IL CASO SALIS - RENZI, "IL MALE NECESSARIO" PER MANDARE A CASA I MELONI MARCI...