L’IRAN OSCURA INTERNET E FA CAUSA A BEN AFFLECK

Silvia Bizio per "La Repubblica"

Dopo aver ricevuto l'Oscar per il suo Argo, Ben Affleck trema al pensiero di essere oggetto di una fatwa da parte dell'Iran. L'Iran si è dichiarato ufficialmente offeso dal ritratto che viene fatto del suo popolo nel 1979 al tempo della crisi degli ostaggi americani a Teheran, tanto che si dice stia preparando una causa internazionale contro i produttori di Hollywood. La repubblica islamica d'Iran sta pensando di portare in tribunale i produttori di Argo per aver offeso l'immagine del paese col suo «ritratto non realistico della nazione».

La decisione di far causa a Affleck e produttori (tra i quali c'è George Clooney), è stata presa da un gruppo di funzionari del ministero della cultura iraniano dopo una proiezione in un cinema di Teheran organizzata ad hoc lo scorso lunedì. «Dare un premio a un film anti-iraniano è un attacco propagandistico contro la nostra nazione e l'intera umanità» è la dichiarazioni ufficiale del gruppo autodefinito "L'imbroglio di Hollywood", secondo i media iraniani, fra i quali il quotidiano Shargh.

Il governo iraniano avrebbe addirittura arruolato per preparare la causa l'avvocatessa francese Isabelle Coutant-Peyre, conosciuta per aver assunto la difesa del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos lo Sciacallo. A Hollywood si discute già molto del possibile pasticcio, anche se tutti ritengono che una causa contro Argo da parte dell'Iran sia una chiara violazione delle norme internazionali.

Anche se il film di Affleck non è stato distribuito nei cinema iraniani, ha avuto una circolazione pirata su dvd di contrabbando e download clandestini da Internet, suscitando un acceso dibattito che ha messo anche in mostra un gap generazionale. Gli iraniani che hanno preso parte alla rivoluzione khomeinista del 1979 dichiarano di detestare il ritratto della Teheran offerta da Argo, mentre i più giovani, nati dopo il 1980, esprimono una maggior curiosità riguardo a una differente prospettiva su quei «mitici» eventi, favoleggiati dai genitori.

D'altronde non è la prima volta che l'Iran accusa Hollywood di dipingere un quadro distorto del paese. Nel 2009 l'Iran ha preteso scuse formali da attori e manager di Hollywood sostenendo che film come 300e Non senza mia figlia erano un "insulto" all'Iran.


2. IRAN, WEB CENSURATO PER IL VOTO
Stella Morgana per http://espresso.repubblica.it/

«Gentile utente, questo sito è bloccato»: annuncio frequente, schermata consueta per milioni di iraniani da anni. E adesso che la Repubblica islamica si prepara alle presidenziali di giugno, per l'occasione inasprisce la censura su Internet, o almeno ci prova.

E' di metà febbraio la notizia di una nuova lista nera dove sono snocciolate le attività vietate dal governo di Teheran e considerate «illegali»: promuovere campagne di boicottaggio delle elezioni, criticare in Rete i candidati, condividere in rete link di pagine web bloccate nel Paese (Facebook e Twitter in testa).

Nell'indice proibito sono enumerati anche reati piuttosto vaghi come: "Disturbo dell'opinione pubblica", "creazione di una cattiva immagine dell'Iran attraverso una mistificazione della realtà", secondo quanto ha detto all'agenzia Fars l'avvocato Abdolsamad Khoramshahi. In sanzioni potrebbero incappare, stando a quanto ha riportato inoltre l'agenzia semi-ufficiale Isna, tutti i siti on line del Paese che rimandano a Facebook e Twitter e che non rimuoveranno ogni riferimento ai social network.

Nella black list del governo ci sono anche decine di migliaia di siti di informazione.

Da tempo gli iraniani hanno trovato scappatoie per aggirare il blocco del Web con reti private e software che bypassano i filtri delle autorità, del resto questo è un Paese dove il 70 per cento della popolazione ha meno di trent'anni. Ma con l'approssimarsi delle elezioni la cyber guerra si è impennata e i Guardiani della rivoluzione sono tornati alla carica.

Da qualche giorno il governo iraniano è riuscito a intercettare e a bloccare alcune VPN (Virtual Private Network), ovvero reti private virtuali che, installate tramite un software facilmente reperibile su supporto cd (rigorosamente masterizzati) alle bancarelle dei mercati di Teheran o di altre città, permettono di aggirare la censura con un IP spesso americano o di Paesi europei e quindi di visualizzare i siti web bloccati.

Le connessioni VPN creano un network accessibile solo agli utenti autorizzati e perciò sono molto usate, per esempio, dalle aziende che hanno diverse sedi in giro per il mondo e che hanno necessità di lavorare su una rete comune per scambiarsi dati riservati.

In Iran sono diventate sotterfugio di milioni di internauti anche privi di specifiche competenze informatiche, vista la facilità di installazione e utilizzo, e di fatto rappresentano da anni il canale libero, anonimo e parallelo al web controllato dallo Stato.

Per evitare che tutte queste risorse si facciano beffa del regime di censura il 22 febbraio l'Iran National Cyber Space Center, organo del Consiglio Supremo del cyberspazio istituito nel marzo del 2012, ha diffuso un servizio VPN "ufficiale e legale", stando a quanto ha riportato l'agenzia Isna, per tutte le aziende, le organizzazioni, le università e le istituzioni che hanno necessità di comunicazioni con l'estero. L'istituto ha precisato anche che questa rete è disponibile solo previa registrazione all'indirizzo www.vpn.ir.

«Gli iraniani utilizzano software VPN e software anti-filtraggio per bypassare la censura online. Negli ultimi giorni però alcuni di questi strumenti non risultano funzionanti», conferma a 'l'Espresso' Golnaz Esfandiari, giornalista e blogger iraniana, corrispondente da Washington di Radio Free Europe, collaboratrice di Foreign Policy e autrice del noto blog Persian Letters (twitter @Gesfandiari).

Siti come Youtube, Facebook o Twitter sono inaccessibili per gli iraniani senza rete VPN, mentre Google o Yahoo, anche se sistematicamente oscurati, sono accessibili ma con tempi di caricamento lunghissimi.

La repubblica islamica ha in cantiere una specie di rete internet nazionale, un web "pulito" da contaminazioni esterne ed estranee alla morale islamica e ha già creato il suo Youtube fatto in casa, la piattaforma Mehr.ir.

Per evitare il rischio di attacchi informatici, nel mese di dicembre 2011 il viceministro iraniano per le Comunicazioni, Ali Hakim Javadi, ha annunciato il trasferimento del 90 per cento dei siti governativi dalle agenzie di hosting con sede all'estero, in gran parte in Nord America, a strutture informatiche locali. A Press Tv Javadi ha dichiarato che la mossa "è essenziale per proteggere i dati del governo" e quindi per la sicurezza nazionale, aggiungendo che tutti i siti dovrebbero seguire queste indicazioni. Nel giugno del 2010 la VirusBlockAda, una società bielorussa, aveva segnalato la presenza di un virus chiamato Stuxnet capace di infettare i pc e "spiarli".

La Symantec, produttrice di antivirus con base in California, aveva rilevato la presenza della maggior parte di computer infetti proprio in Iran. Da qui era partito il prevedibile 'j'accuse' di Teheran che attribuiva a Stati Uniti e Israele la diffusione del virus per controllare le attività iraniane legate allo sviluppo del controverso programma nucleare della repubblica islamica. «Il governo ha ragione a essere preoccupato per gli attacchi informatici, vista l'esperienza con il virus Stuxnet. Ma la paura non è l'unica ragione che lo spinge a bloccare migliaia di siti web, riguarda principalmente la sua natura repressiva sempre attiva a impedire la libera circolazione delle informazioni», spiega Esfandiari.

Natura repressiva che si alimenta di pubblici ammonimenti: il 19 febbraio di quest'anno quattro ayatollah sciiti (Nasser Makarem-Shirazi, Jafar Sohbhani, Hosein Noori Hamadani, Seyyed Sajjad Ali Alavi Gorgani) hanno emesso delle fatwa contro Rightel, operatore di telefonia mobile leader nel mercato internet 3G per l'Iran, che sarebbe reo di incentivare «l'accesso a contenuti peccaminosi», diffondendo «corruzione morale» tra gli iraniani, attentare alla «pubblica castità» attraverso servizi come le videochiamate.

Nell'ultimo rapporto di Reporter Without Borders sulla libertà di stampa l'Iran è al 174esimo posto su 179 Paesi, appena sotto la Cina e di due posizioni sopra la Siria, per la censura del web, il filtraggio dei contenuti online e a i continui arresti di giornalisti e blogger.

E mentre il governo si prepara alle presidenziali di giugno ostacolando la rete, si fa insistente il dibattito tra gli iraniani se votare oppure no. Così la mente torna a quattro anni fa, quando nel giugno del 2009 in migliaia di sostenitori del riformista Mir Hussein Mousavi scesero in piazza contro il vincitore Mahmoud Ahmadinejad scandendo slogan come: «Ladro, ridacci il nostro voto». E' possibile che "l'onda verde" o un movimento simile torni per strada? «Il sistema sembra determinato a fare in modo che le elezioni si svolgano "pacificamente". Le autorità non vogliono che si ripeta una crisi come quella. Finora non vedo alcun segnale che lasci pensare che l'Onda verde del 2009 possa ritornare in piazza in un prossimo futuro.

Il movimento è stato brutalmente soffocato e i suoi leader sono agli arresti domiciliari, altri attivisti sono stati rilasciati su cauzioni importanti che di fatto sono delle spade appese sopra la loro testa, e molti ancora sono stati costretti a lasciare il paese. La repressione è stata efficace. Ora le autorità aumentano il livello di censura per evitare che notizie ed informazioni arrivino agli iraniani. I recenti arresti di un discreto numero di giornalisti sono parte delle misure preventive per assicurarsi che non ci sarà alcun problema. Al momento, inoltre, non sembra che ci sarà un candidato riformista attorno al quale l'opposizione potrebbe radunarsi e mobilitarsi. Ma" conclude Esfandiari "la politica in Iran è imprevedibile».

 

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