‘COLLE’ SOLITE IPOCRISIE - “LIBERO” E “IL GIORNALE” BACCHETTANO LA STIZZA ANTI-PM CHE NAPOLITANO TIRA FUORI SOLO ORA CHE RISCHIA DI ESSERE SPUTTANATO - SALLUSTI: “QUANDO CAPITÒ A BERLUSCONI SE NE È STATO ZITTO, DANDO FORZA A PM IMBROGLIONI E PERMETTENDO UN LINCIAGGIO MEDIATICO” - BELPIETRO: “NESSUNO PAREVA PREOCCUPATO CHE IL PREMIER FOSSE INDIRETTAMENTE INTERCETTATO. CERTO NON GLI EDITORIALISTI DI “REPUBBLICA”, ORA AFFLITTI COME POCHI”…

1 - SOLO ORA NAPOLITANO CAPISCE...
Alessandro Sallusti per "il Giornale"

Napolitano ha denunciato la Procura di Palermo per attentato alla Costituzione che garantisce riservatezza assoluta alle conversazioni telefoniche del capo dello Stato. La vicenda riguarda la complessa e antica questione della presunta trattativa tra Stato e mafia per allentare la carcerazione dura ai boss in cambio di una sospensione degli attentati che in quegli anni, primi anni Novanta, insanguinavano l'Italia.

Napolitano ne avrebbe parlato, appunto al telefono, in almeno due occasioni, con un ministro dell'epoca, Nicola Mancino, che preoccupato di essere trascinato dentro uno scandalo chiedeva protezione a destra e a manca. Quelle intercettazioni (sotto controllo era il telefono di Mancino) andavano distrutte a norma di Costituzione, ma così non è stato. Sono custodite in una cassaforte di Palermo e presto o tardi le leggeremo da qualche parte.

Cosa illegale, esattamente come le conversazioni carpite a Silvio Berlusconi senza l'autorizzazione del Parlamento.E qui sta il punto. Napolitano sta subendo lo stesso trattamento criminale fino a ieri riservato dai pm all'ex premier. La sua denuncia sarebbe più credibile se come custode della Costituzione e capo del Csm, il capo dello Stato fosse intervenuto negli anni e nei mesi scorsi a difesa dei diritti del presidente del Consiglio, non certo inferiore ai suoi.

Invece se ne è stato zitto, dando forza a pm imbroglioni e permettendo un linciaggio mediatico senza precedenti. Le conversazioni private di Berlusconi finirono sceneggiate in prima serata sulla Rai, perché mai quelle di Napolitano dovrebbero essere cancellate per sempre? Perché quando Berlusconi denunciava l'uso politico delle intercettazioni veniva deriso e ora Napolitano dovrebbe essere preso sul serio?

E come la mettono Bersani, Casini e soci che ora non è il Cavaliere ma il capo dello Stato a sostenere che ci sono pm mascalzoni? Che fanno, portano in piazza il popolo viola con la costituzione in mano a difesa della magistratura perché «se non ora quando»? Perché il Csm non si è ribellato all'interferenza del Quirinale?

Domande inutili, per tutte la risposta è una. Siamo circondati da una banda di ipocriti che usano la giustizia per fini politici. Godono delle disgrazie degli avversari anche se c'è il trucco e piangono come femminucce quando tocca a loro o ai loro amici. Noi, almeno, non cambiamo idea per convenienza e una volta tanto stiamo con Napolitano coda di paglia. Cioè dalla parte di un Paese civile.

2 - MA ERA DALLA PARTE DI CHI ATTACCAVA BERLUSCONI SPIATO...
Maurizio Belpietro per "Libero"

Che cosa sarebbe accaduto se nel 2007 Silvio Berlusconi, allora parlamentare semplice ma pur sempre ex presidente del Consiglio in procinto di ridiventarlo, avesse sollevato un conflitto di attribuzioni tra il suo ruolo di deputato italiano e la Procura di Napoli che lo aveva indirettamente intercettato nell'inchiesta sulla Rai? Risposta facile: la Corte costituzionale lo avrebbe rimpallato senza alcuna esitazione, sostenendo che la conversazione di un onorevole può essere involontariamente intercettata ma non usata contro di lui.

Ascoltare un rappresentante del popolo protetto dalle prerogative dovute al suo ruolo è vietato, ma se lo si sente per caso, mentre si è messo sotto controllo il telefono di altri, non si vìola la Costituzione. Dunque quelle frasi possono essere usate nel processo a carico di terzi e anche contro il parlamentare, a patto però che si chieda l'autorizzazione alla Camera di appartenenza.

Una falla giuridica che ha consentito per anni alle Procure di mezza Italia di mettere sotto controllo i telefoni di persone molto vicine a Berlusconi, rispettando formalmente la legge. L'ex presidente del Consiglio e leader del Pdl infatti non fu intercettato volontariamente mentre parlava con l'allora direttore della Rai Agostino Saccà, ma l'audio della sua telefonata finì sul sito dell'Espresso, dove chiunque lo avesse desiderato avrebbe potuto ascoltare la viva voce del Cavaliere mentre parlava di attrici e attricette.

Stessa cosa accadde un anno dopo, con le registrazioni fai da te di Patrizia D'Addario, depositate in procura a Bari. E poi fu la volta di Berlusconi con un commissario dell'Agcom e il direttore del Tg1, ascolto disposto dalla Procura di Trani. Quindi le intercettazioni di Arcore, con contorno di dive e aspiranti tali, questa volta su ordine dei pm di Milano. Infine di nuovo i pubblici ministeri di Napoli, tramite l'inchiesta su Valter Lavitola, presunto giornalista in contatto con il presidente del Consiglio.

Indagini dopo indagini, sbobinatura dopo sbobinatura, sputtanamento dopo sputtanamento: tutto grazie al trucchetto delle intercettazioni involontarie. Perché un pm quando si attaccava al telefono per ascoltare un presunto criminale poteva non sapere e una volta saputo che cosa poteva fare? Rinunciare a inseguire il colpevole? Buttar giù il telefono e non ascoltare più il presidente del Consiglio mentre parlava con un pericolosissimo Augusto Minzolini? Ovvio che no.

La legge davanti a tutto. Anche quando Berlusconi parlava con Putin, come accadde una volta mentre alcuni signori intercettavano un telefono intestato alla presidenza del Consiglio. Pure in quel caso la giustificazione fu: ma come facevamo a sapere che l'utenza fosse in uso al premier? Per noi a chiamare poteva anche essere un usciere di Palazzo Chigi. Certo. Anche intercettando le celle telefoniche in un raggio di cento metri attorno a Villa San Martino, ad Arcore, non era matematico incappare in una telefonata di Berlusconi, ma era altamente probabile.

Eppure nessuno si è mai posto il problema istituzionale. Né quando il Cavaliere era «solo» capo del centrodestra e deputato della Repubblica né quando poi era ritornato a rappresentare il Paese come presidente del Consiglio. Nessuno allora pareva preoccupato del fatto che il capo del governo fosse posto indirettamente sotto intercettazione. Certo non gli editorialisti di Repubblica, che ora paiono afflitti come pochi per questa faccenda delle intercettazioni del Quirinale.

All'epoca Eugenio Scalfari non sembrava preoccupato che «gli intercettatori non avessero interrotto immediatamente il contatto» appena udita la voce del presidente del Consiglio, come oggi lo è per «il gravissimo illecito» commesso da chi ha registrato le conversazioni di Giorgio Napolitano.

Ora il direttore-fondatore salmodia dalle pagine di Repubblica, bacchettando i giornali che non denunciano la gravità di questo comportamento (quello di aver intercettato il capo dello Stato e conservato le registrazioni, ndr), allora invece di additare al pubblico «la grave infrazione» della Procura, era in prima fila a fare domande a Berlusconi, accusando chi intendeva limitare l'abuso giudiziario delle conversazioni telefoniche di voler mettere il bavaglio all'informazione e le manette ai pm.

Ora i costituzionalisti, da Valerio Onida a Michele Ainis, lamentano l'incursione di campo dei pm, a difesa delle prerogative del presidente della Repubblica e di due ministri come Nicola Mancino e Giovanni Conso, entrambi finiti sotto il torchio di Antonio Ingroia per la trattativa tra Stato e mafia e di conseguenza indagati. Ma Berlusconi non era anch'egli un ministro, anzi il primo ministro? E per lui le guarentigie non c'erano oppure in quel caso la Costituzione si poteva trascurare?

Perfino l'inquilino del Colle, un ottuagenario che non rischia niente se non di incrinare la patina immacolata che si è dato, pare allarmato. Al punto di aver affidato all'Avvocatura generale dello Stato l'incarico di rappresentarlo nel giudizio per conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo.

Una nota del Quirinale informa che il presidente si è deciso a tale passo per impedire che «si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell'occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Tralasciando la frase accidentata, abbiamo un solo commento: ben svegliato Presidente. Ha impiegato quasi sette anni, ma alla fine si è accorto che si comincia con un potere dello Stato e si finisce con lui.

 

 

ROMANA LIUZZO ALESSANDRO SALLUSTI MAURIZIO BELPIETRO BERLUSCONI NAPOLITANO napolitano - berlusconiNICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANObersani casini AGOSTINO SACCA AUGUSTO MINZOLINIeugenio scalfari Valerio OnidaMICHELE AINIS

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