ERA DI MAGGIO - LORIS D’AMBROSIO RIVELA AI PM “IL PUNTO CENTRALE” DELLE TRATTATIVE STATO-MAFIA, E CIOÈ LA NOMINA DI FRANCESCO DI MAGGIO A VICEDIRETTORE DEL DAP: “UNA DELLE COSE STRANE DI QUEL PERIODO’’ - SECONDO IL CONSIGLIERE DI NAPOLITANO, DI MAGGIO AVEVA OTTIMI RAPPORTI DENTRO LE CARCERI, E PUNTAVA ALL’ALLEGGERIMENTO DEL 41 BIS “DI SOGGETTI CHE COLLABORAVANO COME CONFIDENTI’’ - E SULLO STRANO SUICIDIO DI NINO GIOÈ: “MI HA SEMPRE STUPITO. È UNA COSA CHE MI TURBA TUTTORA”...

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per il "Fatto quotidiano"

"C'era Di Maggio seduto vicino la segretaria che stava scrivendo qualcosa... vidi che stavano preparando... questa attività ma non l'ho mai letto il decreto''. Via Arenula, giugno 1992, forse l'8 o il 9, certamente prima dell'11 giugno. Loris D'Ambrosio lavora al ministero della Giustizia, nella stanza di Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali, la stessa che fu di Giovanni Falcone, vede Di Maggio e la Ferraro impegnati a redigere "una sorta di dispositivo, che probabilmente doveva ancora essere sottoposto al ministro, al presidente del Consiglio, al presidente della Repubblica''.

È la bozza di nomina di Francesco Di Maggio a vicedirettore del Dap al fianco di Adalberto Capriotti, il capo dell'ufficio indicato dal Presidente Scalfaro. Per D'Ambrosio, che si decide a rivelare il dato solo nel secondo interrogatorio dei pm di Palermo, il 16 maggio scorso, quella nomina è "una delle cose strane di quel periodo''. Anzi, è "il punto centrale di questa storia'' della trattativa che si intreccia a sorpresa, nelle parole del consigliere di Napolitano, con il misterioso suicidio in carcere di Nino Gioè, il boss di Altofonte autore della strage di Capaci.

Chi ha spedito Di Maggio al Dap? D'Ambrosio se lo chiede parlando al telefono con Nicola Mancino il 25 novembre dell'anno scorso, durante una conversazione sul 41 bis e sul controllo delle informazioni provenienti dalle celle. Il Guardasigilli di allora, Giovanni Conso, ha detto di non conoscerlo e neanche Capriotti, il suo capo, lo conosceva. "Posso dire che questa è una singolarità rispetto alla prassi normale'', detta a verbale D'Ambrosio nel primo interrogatorio, il 20 marzo scorso. Ma allora, chi ha voluto Di Maggio al Dap?

"...cioè io credo che tutto questo sia nato tra Pomodoro e Ferraro, cioè questo è quello che io voglio dire, cioè Pomodoro, Ferraro e Di Maggio''. E quando il pm si dice "stranizzato'' dalla "possibilità che un magistrato se ne vada al ministero e dica: perché non mi nominate Vice Capo del Dap?'', D'Ambrosio replica così: "Cioè che poi loro avessero parlato anche con altri io francamente non lo so, cioè a me sembra strano che non avessero parlato con qualcun altro, detto onestamente''.

E quando il pm gli chiede se lui non si domandò perché fu scelto (e in quel modo tortuoso), il consigliere di Napolitano risponde: "Aveva detto che voleva fare in quel modo, aveva fatto questa scelta; io non chiedo perché avete scelto Di Maggio... perché l'unica domanda che potevo fare: perché avete scelto Di Maggio ? Eh, che potevo chiedere!''.

Numerosi infatti sono i dubbi sulle motivazioni che avrebbero spinto Di Maggio ad accettare l'incarico. "Gli dicevo: scusa, ma mi spieghi un attimo perché te ne vai dalla magistratura? Visto che perdi pure i soldi? Francamente non capisco...", dice al telefono con Mancino. La tesi del consigliere di Napolitano è che il prescelto non fosse "tanto favorevole" all'alleggerimento del 41 bis ("lo escluderei''), ma che fosse "di un'altra idea'', e la spiega ai pm il 16 maggio: c'erano "due scuole di pensiero: una era l'alleggerimento del 41 bis; l'altra era il colloquio investigativo, per consentire più agevole accesso nelle carceri agli amici di Di Maggio...''.

Eccolo, il punto. Per D'Ambrosio ciò che avrebbe spinto Di Maggio ad accettare la nomina al Dap era il suo interesse "all'alleggerimento (del 41 bis, ndr) di soggetti che in qualche modo collaboravano: non formalmente, ma come confidenti''. E chi erano i suoi amici? "Essendo figlio di un maresciallo dei carabinieri - prosegue D'Ambrosio - aveva dell'Arma un'altissima considerazione e aveva rapporti di conoscenza con molti suoi ufficiali, tra questi il col. Bonaventura, già stretto collaboratore di Dalla Chiesa, al pari degli ufficiali Ganzer, Mori, di Petrillo e Pignero''. Di Maggio, dunque, privilegiava la via del carcere, e, chiacchierando al telefono con Mancino, il consigliere del Quirinale aveva parlato anche dell'esistenza di alcune non meglio precisate "squadrette" all'interno dei bracci del 41 bis.

"Siccome lui (Di Maggio, ndr) era molto custodiale - detta a verbale il 20 marzo scorso - ecco, quindi è chiaro che Ragosa che era il capo delle squadre diciamo operative del Dipartimento Penitenziario, aveva un ottimo rapporto con lui, quindi si rapportava a lui''. Fino al punto, continua il consigliere del Quirinale, di "assisterlo in punto di morte''. Parlando a telefono con Mancino aveva aggiunto: "Tant'è che poi fu ucciso... cioè morì... un'altra cosa che io non ho mai seguito bene... cioè mi ha sempre stupito che Gioe' si suicidò".

Per D'Ambrosio il suicidio del boss di Altofonte, trovato impiccato nel luglio del '93 nella sua cella di Rebibbia, è' "un segreto'', come confida a Mancino che a vent'anni di distanza ancora oggi "ci portiamo appresso''. Gioè si impiccò in cella con i lacci della scarpe da ginnastica, lasciando una lettera-testamento nella quale citava Paolo Bellini, confidente dei carabinieri del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico, come un "infiltrato dello Stato".

E quando alla fine i pm gli chiedono perché nello stesso contesto delle carceri ha parlato a telefono con Mancino del suicidio di Nino Gioè, D'Ambrosio risponde: "Essendo lui (Di Maggio, ndr) un custodialista forte, avendo vicinanza con la cosa (Ragosa, ndr) che era il capo del Gom, no non c'era ancora il Gom, insomma che cosa in realtà è accaduto alle carceri in quel periodo? Questa la domanda che mi pongo io, la vera domanda al di là del 41 bis. Questo suicidio così è strano, mi ha turbato, ecco, mi turbò allora nel '93 e mi turba tuttora. Mi turba, insomma, ci penso ogni tanto!''.

 

LORIS D AMBROSIOnapolitano in tribunafalcone giovanniGiampaolo GanzerNICOLA MANCINO E MOGLIE MORI

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