IL PARADOSSO DI TRUMP: PIÙ COLPISCE L'IRAN E PIÙ LO RAFFORZA – L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “TEHERAN NON DEVE VINCERE. LE BASTA RESISTERE ABBASTANZA A LUNGO DA TRASFORMARE HORMUZ NEL PRINCIPALE PUNTO DI PRESSIONE CONTRO GLI USA E CONTRO L'ECONOMIA GLOBALE. IL RISCHIO DI DESTABILIZZAZIONE ENERGETICA RENDE IL MONDO SEMPRE PIÙ DIPENDENTE DA UNA SOLUZIONE DIPLOMATICA. GLI USA HANNO COSÌ TRASFORMATO LO STRETTO NEL PROPRIO PRINCIPALE SVANTAGGIO NEGOZIALE. È IN QUESTO QUADRO CHE VA LETTO IL SUMMIT DI PECHINO. WASHINGTON NON RIESCE PIÙ A GESTIRE HORMUZ SENZA COINVOLGERE LA CINA. XI VUOLE EVITARE IL CAOS SENZA FAVORIRE UNA VITTORIA AMERICANA…” – L’INTRECCIO DI INTERESSI CINA-USA TRA TAIWAN E HORMUZ
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
donald trump - stretto doi hormuz
Al suo rientro dalla Cina, Trump si trova davanti alla decisione forse più pericolosa della sua presidenza. Il Pentagono prepara possibili attacchi contro l'Iran […]
Parallelamente proseguono i tentativi diplomatici per ottenere un compromesso sul nucleare iraniano e sulla riapertura di Hormuz che consenta alla Casa Bianca di evitare una nuova escalation senza apparire indebolita.
La guerra contro l'Iran sta entrando nella sua fase più difficile: quella in cui la superiorità militare americana non garantisce più automaticamente una vittoria strategica. Teheran non deve vincere. Le basta resistere abbastanza a lungo da trasformare Hormuz nel principale punto di pressione contro gli Usa e contro l'economia globale.
Hormuz influenza simultaneamente prezzi energetici, inflazione, traffici marittimi, crescita asiatica e consenso politico americano. Non a caso, a Teheran qualcuno lo ha definito «l'arma nucleare» iraniana.
Ed è qui che emerge il paradosso più pericoloso per Washington. Più aumenta la pressione militare sull'Iran, più cresce la leva strategica di Teheran attraverso Hormuz, perché il rischio di destabilizzazione energetica rende il mondo sempre più dipendente da una soluzione diplomatica. Gli Usa hanno così trasformato lo Stretto nel proprio principale svantaggio negoziale.
È in questo quadro che va letto il summit di Pechino.
TRUMP PUBBLICA MAPPA DELLO STRETTO DI HORMUZ RIBATTEZZATO 'STRETTO DI TRUMP'
[…] la crisi iraniana ha mostrato che Washington non riesce più a gestire Hormuz senza coinvolgere la Cina. Xi guida il principale cliente energetico di Teheran ed è uno dei pochi leader con reale capacità di pressione sull'Iran. È il segnale dell'ingresso pieno della Cina nella gestione strategica del Medio Oriente.
Trump è arrivato a Pechino sperando che Xi contribuisse a stabilizzare Hormuz. Ma la Cina può permettersi di non avere fretta. Per Pechino il conflitto produce quattro vantaggi simultanei: logora risorse e attenzione strategica americana proprio mentre Washington dovrebbe concentrarsi sull'Indo-Pacifico; destabilizza economicamente l'Occidente; rafforza il peso globale cinese nelle supply chain; alimenta la narrativa di Xi secondo cui l'ordine internazionale dominato dagli Usa è entrato in una fase di erosione storica.
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xi jinping donald trump foto lapresse
Pechino non vuole un collasso dell'Iran, che resta insieme fonte energetica, partner anti-occidentale e leva geopolitica contro Washington. Ma non vuole nemmeno una guerra fuori controllo che faccia esplodere i mercati energetici globali. Per questo mantiene una posizione volutamente ambigua: abbastanza cooperazione da evitare il collasso energetico mondiale, ma non abbastanza da rafforzare Trump.
È la strategia della stabilità controllata: evitare il caos senza favorire una vittoria americana. Nonostante il collo di bottiglia di Hormuz, infatti, una quota rilevante del petrolio del Golfo continua a raggiungere la Cina, mentre il petrolio pesa nel mix energetico cinese molto meno che nelle principali economie occidentali e asiatiche avanzate.
TRUMP E LO STRETTO DI HORMUZ - VIGNETTA BY NATANGELO
Nel frattempo, Teheran sembra avere già neutralizzato parte della leva americana. Consentendo il passaggio di alcune petroliere cinesi attraverso lo Stretto, l'Iran ha ridotto la possibilità per gli Usa di usare Hormuz come strumento di pressione verso Pechino.
Hormuz e Taiwan iniziano a intrecciarsi. Crescono a Washington i timori che la Cina possa chiedere maggiore ambiguità americana su Taiwan in cambio di un aiuto reale sulla stabilizzazione dello Stretto.
Non esistono prove di uno scambio diretto. Ma resta il fatto che Trump stesso ha ammesso di avere discusso con Xi sia della crisi iraniana sia del pacchetto di armi da 14 miliardi per Taiwan.
Emerge così una possibile "fusione dei teatri": Medio Oriente e Indo-Pacifico non più quadranti separati, ma fiches dello stesso tavolo negoziale. Trump, definendo il pacchetto militare per Taiwan una «negotiating chip», rompe implicitamente un tabù storico della strategia americana in Asia.
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donald trump xi jinping foto lapresse
È la logica del Trump "Transactionalist-in-Chief": trattare dossier strategici, alleanze e sicurezza globale come asset negoziali. Ma il solo fatto che un presidente americano discuta con la Cina delle vendite di armi a Taiwan manda un messaggio strategico profondo a partner e avversari: tutto è negoziabile.
È qui che emerge il vero dilemma cornuto di Trump. Se non riprende la pressione militare sull'Iran, rischia di apparire debole dopo avere trasformato la guerra in una prova della credibilità americana.
Se invece riaccende il conflitto, rischia di trascinare gli USA in una guerra regionale lunga e destabilizzante. Anche per questo spera nella Cina.
Per decenni Washington ha garantito deterrenza militare, ordine marittimo e stabilità energetica globale. Oggi resta la principale potenza militare del pianeta, ma controlla sempre meno le conseguenze strategiche delle proprie guerre.
xi jinping e donald trump a pechino foto lapresse.
TEMPTATION ISLAND - VIGNETTA BY ROLLI - IL GIORNALONE - LA STAMPA
DONALD TRUMP XI JINPING

