1. IL PATTO FRA GENNARO ‘A CAROGNA E GLI ULTRÀ VIOLA DAVANTI AGLI AGENTI DELLA DIGOS 2. LA TRATTATIVA È VELOCE: “NOI NON TIFIAMO. E VOI?”, “ANCHE NOI RESTEREMO IN SILENZIO” 3. IL NUOVO URLO DI MARCO TARDELLI: “AI POLITICI IN TRIBUNA VORREI CHIEDERE: MA QUANDO AVETE VISTO PARLARE HAMSIK CON QUEL TIPO APPOLLAIATO SULLA CURVA, NON AVETE PENSATO DI SCENDERE IN CAMPO O ANDAR DEFINITIVAMENTE FUORI DAI COGLIONI? VIA DALLO STADIO, DA UN POSTO ORMAI IRRIMEDIABILMENTE TRASFORMATO IN ARENA, IN CUI SI CHIEDEVA IL PERMESSO PER GIOCARE A UN CAPO ULTRÀ E IN CUI SI FISCHIAVA L’INNO NAZIONALE?” 4. “POSSIBILE CHE DE LAURENTIIS PERMETTA AL SUO CAPITANO HAMSIK DI ANDARE A PARLARE CON UN CEFFO CHE HA UNA MAGLIETTA CHE INCITA ALL’ASSASSINO DI UN POLIZIOTTO?''

1. QUEL PATTO FRA ULTRÀ DAVANTI ALLA DIGOS
Guglielmo Buccheri per ‘La Stampa'

C'è stato un punto di svolta nella notte degli spari sul calcio. Sono le 21 e 15, dieci agenti della Digos sfilano dentro la pancia dello stadio Olimpico fino all'area ospitalità nascondendo due ultrà della Fiorentina: il passo è veloce, l'atmosfera tesa, molto tesa perché la finale di Coppa Italia fra il Napoli e il club della famiglia Della Valle è appesa a un filo.

Chi devono incontrare i capi del popolo viola? Ad aspettarli c'è «Gennaro ‘a carogna», pochi minuti prima seduto sulla balconata che divide la curva napoletana dal prato dello stadio. «Noi non tifiamo. E voi?», la domanda agli avversari fiorentini. «Anche noi resteremo in silenzio», la risposta di chi guida la curva della Fiorentina.

La trattativa è veloce. Pochi i protagonisti, ma decisi. Il capo-ultrà partenopeo aveva chiesto e ottenuto il colloquio con il capitano Marek Hamsik e ora il secondo tempo della partita più surreale del nostro calcio deve tradursi in un faccia a faccia fra capi popolo. La Digos ascolta, lo Stato è presente. «Gennaro ‘a carogna» detta la sua agenda.
Come sta il tifoso ferito? È sotto i ferri o c'è dell'altro? E voi viola rispetterete il silenzio? Tre interrogativi, tre risposte che vanno nella direzione cercata dalla curva partenopea. E la sfida può cominciare.

Dentro i settori del tifo più acceso, però, qualcosa non torna. Non tutti sono d'accordo nel tapparsi la bocca una volta che il pallone prenderà le sue direzioni in campo. E allora? «Ci hanno tirato i bomboni per invitarci a stare zitti. Loro in basso, noi più in alto», racconta Pasquale.

Sono quasi ventimila nel settore Nord dello stadio Olimpico. Ventimila e divisi fra oltranzisti e chi vorrebbe gridare forza Napoli e basta. «Ci chiedevamo cosa sarebbe potuto accadere se ci avessero aperto i cancelli. E se i romanisti si erano radunati là fuori? Lo scontro sarebbe stato inevitabile...», così Ciro, calmo e appassionato tifoso. Ma, là dentro, nella parte calda della curva, «in molti parlavano di organizzarsi per andare a Catania dove avrebbe giocato la Roma in campionato.

Gli ultras del Napoli e quelli etnei sono gemellati, l'occasione era ghiotta», riprende il filo del discorso Pasquale. Trattativa breve e riuscita, dunque. A Catania, ieri, non sono arrivati cento tifosi della Roma perché il treno sbarcato in Sicilia si è presentato vuoto. «C'era il rischio di agguati passando da Napoli», fa sapere un investigatore.

Passare da Napoli, oggi, per i giallorossi è come una dichiarazione di guerra che merita vendetta per la sorte dell'ultras in lotta con la vita. «La finale di Coppa Italia all'Olimpico è stato il nostro fiore all'occhiello in questi anni, guardate come è andata Lazio-Roma dell'anno scorso. Ora si rischia di aver rovinato tutto», una voce dal Viminale.
E, l'Olimpico, adesso potrebbe diventare stadio vietato proprio per le finali. A cominciare da Juventus-Napoli del prossimo agosto per la Supercoppa Italiana.

2. MARCO TARDELLI: "CHE PENA QUEI POLITICI RIMASTI IN TRIBUNA"
Malcom Pagani per ‘Il Fatto Quotidiano'


A un passo dai 60 anni, a Marco Tardelli sono rimaste più domande che risposte: "Ai politici in tribuna vorrei chiedere: ma quando avete visto parlare Hamsik con quel tipo appollaiato sulla curva, non avete pensato di scendere in campo o andar definitivamente fuori dai coglioni? Via dallo stadio, da un posto ormai irrimediabilmente trasformato in arena, in cui si chiedeva il permesso per giocare a un capo ultrà e in cui si fischiava ripetutamente l'inno nazionale?".

Con la solita chiarezza espositiva, l'uomo che emozionò Pertini a Madrid e vide da testimone oculare la notte dell'Heysel, osserva lo sport di un'esistenza intera morire a poco a poco: "E basta di dire che va tutto bene e che quello che è accaduto l'altra sera non ha nulla a che vedere con il calcio. La dinamica della sparatoria non è chiara e forse l'episodio è un regolamento di conti, ma è evidente che sono storie che nascono ai margini di un mondo che va completamente riformato.

Ci vogliono leggi durissime. Io sono in Inghilterra, a Londra. Qui hanno sconfitto gli hooligans. Ieri sera parlavano degli italiani e ci dicevano ‘animali'. Non riuscivo a dargli torto. Dentro e fuori dall'Olimpico c'erano gli animali. E con gli animali selvatici non si è gentili. Non si tratta. Ci si difende".

È indignato?
Disgustato. Se mi passa il paragone, in Italia non si è trattato neanche con le Brigate Rosse. Come si possa scendere a patti con i capi della curva mi rimane incomprensibile.

Le autorità negano.
Le autorità sanno perfettamente il tessuto sociale che è alla base di chi orchestra il gioco e detta le regole. Sanno cosa succede nelle curve. Vadano a prenderli. Liberino il calcio.

Come diceva Capello è prigioniero degli ultrà?
Di un universo in cui il presidente di una delle più importanti società italiane permette al suo capitano, Hamsik, di andare a parlare con un ceffo che ha una maglietta che incita all'assassino di un poliziotto. Ma le sembra possibile? Ma De Laurentiis non ha niente da dire in merito? La verità è che in Italia nessuno fa niente. Non si muove una foglia. La politica prende le distanze, passano due ore e si ricomincia sempre da capo.

In tribuna c'era molta politica.
Mi pare che il Presidente del Senato, Grasso, non abbia detto cose eclatanti né fatto la scelta giusta. Di fronte a quello scempio avrebbe dovuto andarsene immediatamente e si è mostrato debole. Scrivere che si sarebbe voluto essere altrove su un social network non equivale a lasciare la propria poltrona. Il teatro per marcare le distanze e dare l'esempio c'era. È mancato il coraggio.

Manca sempre?
Sempre. Anni di ragionamenti sulla violenza negli stadi e poi siamo sempre a chiederci come fanno i petardi a superare i controlli. Sabato a Roma c'era un'atmosfera tremenda, un'insopportabile aria di ricatto. Ecco, il pallone è ricattato da persone che hanno interessi economici radicati. Bisogna iniziare a colpire quelli, togliere ai teppisti la base d'approvigionamento, reagire con l'esclusione alla radice. Altrimenti non se ne esce.

Succederà qualcosa?
Mi piacerebbe, ma ne dubito. Lega e Federazione hanno le loro colpe, ma la responsabilità principale è della politica. Ogni domenica, dalle serie minori alla serie A si spendono milioni per controllare l'ordine pubblico. Forse è ora di ripensare al sistema in toto. Stabilire la sanzione e ristabilire il concetto di condanna. Se non è troppo tardi o troppo ingenuo credere possa accadere davvero.

 

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