UNA VOLTA CHE RENZI AVRÀ INCASSATO “ITALICUM” E RIFORMA DEL SENATO, NAPOLITANO SI DIMETTERÀ. E A QUEL PUNTO SI APRE UNA VORAGINE: CHI PIAZZARE AL QUIRINALE? AMATO, PRODI, DRAGHI, CHIAMPARINO, FASSINO, VELTRONI O D’ALEMA?

Marco Damilano per "l'Espresso"

Giorgio Napolitano manterrà fede a quello che ha detto in Parlamento al momento della rielezione. Approvata la legge elettorale farà un ragionamento, ricorderà che c'era un tempo di diciotto mesi per fare le riforme. Se ne andrà prima. E questo Parlamento dovrà eleggere il suo successore: lì ti voglio».

La previsione, questa volta, non arriva da un anonimo abitante del Palazzo ma da uno dei migliori amici del Presidente, Emanuele Macaluso, consegnata a "l'Espresso" in occasione dei suoi novant'anni e poi ripetuta su altri giornali. Parole riprese da una nota del Quirinale: il presidente «non avvalora né smentisce apprezzamenti, sollecitazioni o previsioni». Più una conferma che una smentita, a ben leggere.

E dunque tra i tanti sconvolgimenti della politica italiana è in arrivo nei prossimi mesi il passaggio più delicato, la successione di Napolitano al Quirinale. Non è una questione di settimane: il Capo dello Stato resterà al suo posto fino all'inizio del semestre di presidenza italiana Ue, il prossimo primo luglio, e oltre.

Ma la scadenza è già stata fissata dallo stesso Napolitano nell'ultimo messaggio di capodanno: «Spero di poter vedere nel 2014 almeno iniziata un'incisiva riforma delle istituzioni repubblicane», aveva scandito davanti alle telecamere. «Resterò fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora e non un giorno di più, dunque di certo per un tempo non lungo».

Quel momento si avvicina. Soprattutto se il calendario delle riforme annunciato dal premier Matteo Renzi dovesse essere mantenuto: entro le elezioni europee del 25 maggio approvazione al Senato della riforma elettorale (Italicum) con qualche modifica (che però renderebbe necessario un ritorno della legge alla Camera) e prima approvazione della riforma costituzionale che intende abolire gli attuali senatori, sempre a Palazzo Madama.

Se tutto questo dovesse realizzarsi si potrebbe avverare il proposito del presidente di lasciare il Quirinale «in un tempo non lungo», entro il limite dei diciotto mesi, di qui a ottobre, come ipotizzato da Macaluso. E lo stesso Parlamento che ormai quasi un anno fa lo elesse per la seconda volta, dopo il fallimento delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi e il crac del Pd, sarebbe chiamato a scegliere il successore. Dopo la rielezione di Napolitano un altro evento senza precedenti: mai la stessa assemblea ha eletto due presidenti.

I numeri sono gli stessi di un anno fa, ma lo scenario è interamente cambiato. Nel 2013 il partito di maggioranza, il Pd, era uscito annichilito dalle elezioni e la leadership di Pier Luigi Bersani era affondata al momento del voto per il Quirinale. Oggi il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, il premier Renzi, accumula l'incarico di presidente del Consiglio, di segretario del Pd e di regista delle riforme in asse con Silvio Berlusconi. Un triplo incarico che gli assegna un ruolo da playmaker che nessun leader in passato ha potuto sperare di ricoprire. Anche in vista della prossima scelta del nuovo presidente.

Il primo effetto dell'ascesa dell'ex sindaco di Firenze è stato lo spostamento del centro decisionale, dal Quirinale alla segreteria del Pd e poi a Palazzo Chigi: una "rottamazione soft", l'ha chiamata la giornalista dell'Huffington Post Angela Mauro (in "La volta buona. L'ascesa di Renzi a Palazzo Chigi", Editori Riuniti), se non di Napolitano, sicuramente dei governi del Presidente modello Mario Monti ed Enrico Letta, ideati e accuditi nelle stanze presidenziali più che in Parlamento o nelle segreterie dei partiti.

Un cambio di verso radicale, come recita lo slogan renziano: negli ultimi tre anni era stato il presidente a nominare i premier di turno - e perfino a decidere le sorti dei segretari del Pd - ora sarà il premier-segretario Renzi a scegliere il nuovo Capo dello Stato.

Di candidati con il curriculum in regola ce ne sono appena due: l'eterno Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale nominato da Napolitano, sarebbe il garante ideale del processo di riforma costituzionale, e Romano Prodi, uscito come un martire dalla giornata dei 101 franchi tiratori che ne bloccarono la corsa al Colle un anno fa, abituato a risorgere dalle sue cadute. Entrambi hanno un limite politico: Amato non piace a gran parte del Pd e della sinistra, Prodi è il nome più inviso a Berlusconi. Il Cavaliere si gioca tutto nella futura scelta presidenziale.

Un anno fa fu tra i grandi sponsor della rielezione di Napolitano, ma non gli è bastato a evitare la condanna definitiva della Cassazione e l'interdizione dai pubblici uffici, come sperava. L'alleanza con Renzi sulle riforme costituzionali gli offre una seconda possibilità, l'ultima, dopo la conferma dell'interdizione e il divieto di candidarsi alle elezioni europee: impossibile per il premier eleggere un presidente senza il voto di Forza Italia, verrebbe giù tutto il percorso di riforme, il governo e la legislatura.

Serve un nome che garantisca anche Berlusconi, sempre più in difficoltà, anche in vista di un'ipotetica grazia, quella che Napolitano si è sempre rifiutato di firmare o che ha legato a una condizione inaccettabile per il condannato di Arcore, come ha raccontato Fedele Confalonieri al "Foglio": «Avrebbe dovuto ritirarsi».

C'è chi ipotizza che il patto Renzi-Berlusconi sul Quirinale esista già: Rino Formica (anche lui, come Macaluso, amico del presidente) da settimane ripete che il patto B-R ha come obiettivo la sostituzione di Napolitano con un nuovo presidente, «il banchiere unico globale», il presidente della Bce Mario Draghi.

«Di Quirinale Berlusconi e Renzi e hanno parlato più volte», conferma il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini. E tra i forzisti c'è chi è convinto che l'unico in grado di firmare la pace con Berlusconi sia un nemico, il più ostile di tutti: Prodi. Non è sfuggito a Palazzo Grazioli il rifiuto del Professore di costituirsi parte civile al processo di Napoli per la compravendita dei senatori contro l'imputato Berlusconi, eppure fu il governo Prodi la prima vittima del passaggio di schieramento del senatore Sergio De Gregorio.

In alternativa c'è il candidato da sempre preferito dal Cavaliere, Massimo D'Alema. Attivissimo per conquistare un posto da commissario europeo, ha celebrato in pubblico la riconciliazione con il premier che lo ha rottamato in un incontro della fondazione Italianieuropei con il mondo dalemiano chiamato a festeggiare l'abbraccio tra Massimo e Matteo. «Non mi interessa l'archeologia, ma il futuro, anche sul piano personale», spiega D'Alema. Scurdammoce ‘o passato, l'ex leader Ds non si candiderà alle europee, il suo futuro è nelle istituzioni: internazionali o italiane.

La stessa evoluzione potrebbe interessare l'ex segretario del Pd Bersani: omaggiato dall'intero emiciclo parlamentare al ritorno in scena dopo la grave emorragia. Oppure un altro ex leader della sinistra apprezzato trasversalmente, Walter Veltroni. Anche se la figura preferita è un'altra: un ex sindaco (nel 2013 i renziani votarono per Sergio Chiamparino) o un sindaco in carica, il presidente dell'Anci Piero Fassino. Una figura di collaudata esperienza, lealmente fedele al premier, il che non guasta.

Ma nello schema di Renzi c'è molto di più della scelta di un nuovo presidente. C'è la riscrittura delle regole dello Stato che cambia la funzione del presidente. Non appare nell'agenda delle riforme, ma è il vero obiettivo. «Se l'operazione riesce, Renzi diventa una specie di De Gaulle e instaura un presidenzialismo di fatto. Il presidenzialismo è lui», spiega un osservatore acuto come Claudio Petruccioli.

Se Renzi ce la fa il presidente diventerebbe una figura puramente rappresentativa, come in Germania: l'architetto e senatore a vita Renzo Piano, uno degli italiani più conosciuti nel mondo, per dire, sempre citato dal premier a proposito delle periferie e delle scuole da «rammendare», gradito a sinistra e nel mondo grillino. In caso contrario, se Renzi fallisce, servirà ancora una volta un regista dal Colle capace di gestire l'ennesima drammatica transizione. Un politico saggio, accorto, abile a muoversi nella tempesta. Uno come Napolitano.

 

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