giulio regeni

CHI STA MENTENDO SUL CASO REGENI, IL DUO RENZI E GENTILONI, IL "NYT" O BARACK OBAMA? - PER IL “NEW YORK TIMES”, GLI STATI UNITI ACQUISIRONO LE PROVE CHE IL RICERCATORE ERA STATO RAPITO, TORTURATO E UCCISO DAI SERVIZI DI SICUREZZA EGIZIANI E AVVERTIRONO L’ITALIA - RENZI SMENTISCE E FA L'INDIANO E GENTILONI...

DAGONOTA - Il NYT ha una posizione ideologica contro Al Sisi. Per cui ha mal digerito la normalizzazione dei rapporti dell'Italia con l'Egitto. È vero comunque che i servizi americani dissero alcune cose ai nostri 007 ma non fornirono le prove perché, non fidandosi, avevano paura di bruciare le fonti...

 

1 - CHE FIGURA DA CIOCCOLATAI

Giulio RegeniGiulio Regeni

Fausto Carioti per “Libero quotidiano”

 

Adesso Paolo Gentiloni deve sperare che l' ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama o John Kerry, all' epoca responsabile della politica estera americana, smentiscano tutto (ieri non l' hanno fatto) e che la mole di materiale raccolta dal New York Times sul caso Regeni e i silenzi del governo italiano si fermi qui.

 

Dopo la lunghissima inchiesta ricca di dettagli e testimonianze pubblicata due giorni fa, deve pregare che non spunti anche il pezzo di carta o un' altra prova capace di confermare, al di là di ogni dubbio, quanto scritto dal giornale statunitense. La vicenda, già molto imbarazzante per palazzo Chigi, si trasformerebbe in un disastro.

 

VIGNETTA GIANNELLI - AL SISI COLLABORA SUL CASO REGENIVIGNETTA GIANNELLI - AL SISI COLLABORA SUL CASO REGENI

Al termine di un lavoro investigativo durato mesi, il New York Times scrive di avere avuto da tre ufficiali dell' amministrazione Obama la conferma dell' esistenza di «prove esplosive», raccolte dai servizi americani, sul ruolo degli uomini del presidente Abd al Sisi nel rapimento e nell' uccisione di Giulio Regeni. «Avevamo prove incontrovertibili sulla responsabilità ufficiale dell' Egitto. Non c' erano dubbi», racconta una di queste fonti. «Non era chiaro chi avesse dato l' ordine di rapirlo e presumibilmente di ucciderlo», riferisce un' altra delle tre gole profonde, «ma non avevamo dubbi che ai massimi vertici sapessero tutto. Non so se la responsabilità fosse loro. Ma sapevano».

 

Il problema, per Gentiloni, è che chi ha spifferato tutte queste cose ha raccontato che anche a Roma sapevano tutto. «Su raccomandazione del dipartimento di Stato e della Casa Bianca», scrive il quotidiano mettendo insieme le testimonianze raccolte, «gli Stati Uniti passarono al governo Renzi le conclusioni cui erano giunti».

PASSAPORTO DI GIULIO REGENI PASSAPORTO DI GIULIO REGENI

 

Con un' unica accortezza: gli americani non condivisero con gli italiani il «dato grezzo» raccolto dalla loro intelligence, cioè il documento o l' intercettazione, né dissero quale delle tre agenzie di sicurezza egiziane fosse dietro alla morte di Regeni. In altre parole, i servizi statunitensi hanno saputo la cosa da uno o più informatori piazzati all' interno dei servizi di al Sisi e ci hanno detto quello che sapevano, senza compromettere però l' identità dei loro "collaboratori".

 

Da qui, la domanda che mette a nudo l' allora premier, Matteo Renzi, e colui che all' epoca era il suo ministro degli Esteri, Gentiloni: perché hanno fatto finta di nulla?

matteo renzi e barack obama 16matteo renzi e barack obama 16

Le rivelazioni piombano su palazzo Chigi nel momento peggiore: poche ore dopo aver deciso di spedire al Cairo l' ambasciatore Giampaolo Cantini (a Ferragosto, mentre tutti hanno la testa altrove), a suggello della normalizzazione dei rapporti con al Sisi. Al quale, peraltro, nel frattempo abbiamo continuato a vendere armi e tecnologia militare.

 

Il presidente egiziano che uccide e chiude in carcere gli oppositori, il capo di un regime che sul caso Regeni ha preso l' Italia in giro in tutti modi, al punto da inventare piste false e piazzare il passaporto del ragazzo nella casa di un bandito comune, ucciso dalla polizia apposta per poterlo incolpare dell' omicidio, è anche il migliore amico che l' Italia possa avere da quelle parti, perché da lui passano i contratti sui giacimenti dell' Eni, la guerra all' Isis e i rapporti col generale libico Khalifa Haftar.

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Chi conosce la politica internazionale sa che gas e lotta al terrorismo sono ragioni valide per chiudere tutti e due gli occhi dinanzi a qualunque altra vicenda. Ma sono anche ragioni inconfessabili, tanto più per un premier e un leader progressista, obbligati per contratto a professare una certa dose di idealismo. Il povero Gentiloni, che ora si difende negando di avere ricevuto «elementi di fatto» da Washington, non ha fatto altro che seguire i precetti della realpolitik, al pari di tutti gli altri.

 

Angela Merkel ha cenato con al Sisi davanti alle piramidi e Donald Trump lo ha ricevuto alla Casa Bianca: nessuno dei due, però, aveva come convitato di pietra un ragazzo di 28 anni torturato e ucciso dagli sgherri del presidente egiziano e questo, ora che gli arcana imperii stanno diventando di pubblico dominio, può fare un' enorme differenza.

KERRY GENTILONIKERRY GENTILONI

 

2 - RENZI FA ASSE CON GENTILONI: “OBAMA NON CI FORNÌ DOCUMENTI SU REGENI”

Fabio Martini per www.lastampa.it

 

È la sera di Ferragosto e dagli Stati Uniti è appena planata sulla deserta Roma politica una perturbazione che sembra potersi trasformare in uragano politico. Da poco è stato diffuso l’articolo del New York Times sulle presunte notizie trasmesse un anno fa dal presidente degli Stati Uniti al governo italiano sul caso Regeni: una rivelazione così “scandalosa” da costringere a parlarsi via telefono i due governanti che in questo anno e mezzo hanno deciso la linea sulla vicenda: Matteo Renzi (presidente del Consiglio dal febbraio 2014 al dicembre 2016) e Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri quando il caso scoppiò e da nove mesi capo del governo. Uno scambio di informazioni non destinato alla pubblicazione, ma due sere fa necessario per entrambi. 

 

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È Renzi che dice a Gentiloni: «Lo sai, con Obama, ci siamo visti tante volte, abbiamo parlato anche dal caso Regeni, ma mai una volta il presidente degli Stati Uniti mi ha fatto rivelazioni o fornito documenti. Né ha mai sentito il bisogno di metterci in allerta». E Paolo Gentiloni? Da ministro degli Esteri, a suo tempo, parlò del caso col suo omologo di allora, il segretario di Stato John Kerry, ma anche in questo caso senza mai ricevere elementi di fatto e tantomeno «prove esplosive». 

 

E soprattutto - ecco il punto - non furono suggerite tracce che fossero diverse da quelle già in possesso dei Servizi italiani. Davanti all’articolo del New York Times Matteo Renzi ha preferito non impegnarsi in esternazioni pubbliche e Paolo Gentiloni ha preferito affidarsi a una nota impersonale. Certo, le opposizioni stanno cavalcando il caso e quanto ai genitori di Giulio Regeni - spinti dall’indignazione e dal dolore perché la verità della morte del figlio non arriva mai - considerano il ritorno di un ambasciatore al Cairo come una prova di cedimento.

 

renzi al sisirenzi al sisi

Con un effetto-paradosso: in queste ore, per i rimbalzi delle “rivelazioni” del New York Times e per la “riapertura” dell’ambasciata italiana in Egitto, i governi Renzi e Gentiloni si ritrovano sulla difensiva, pur avendo cavalcato in questo anno una linea dura, almeno per gli standard della diplomazia internazionale in casi analoghi. Artefici di questa linea, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Marco Minniti, fino al dicembre 2016 coordinatore dell’attività dei Servizi. 

AL SISI RENZI AL SISI RENZI

 

In tutta la prima fase (febbraio-settembre 2016) in prima linea è restato Gentiloni, allora ministro degli Esteri. È stato lui a voler incontrare i genitori di Giulio Regeni, è stato lui a proporre un gesto molto forte come il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto. Ed è stato Matteo Renzi, in precedenza protagonista di una forte apertura di credito al leader egiziano Al-Sisi (visita al Cairo, ricambiata a Roma, partecipazione al Forum di Forum economico Sharm el-Sheikh con Kerry) a prendere due decisioni che hanno lasciato il segno: oltre al ritiro dell’ambasciatore Massari dal Cairo nell’aprile 2016, anche l’indisponibilità a chiudere il caso con un «capro espiatorio» proposto in via ufficiosa dagli egiziani.

giulio regeni paz zarategiulio regeni paz zarate

 

Ma dopo il segnale dato agli egiziani col ritiro dell’ambasciatore, da un anno a questa parte Palazzo Chigi e Farnesina hanno iniziato a tessere la rete per riaprire i canali diplomatici con l’Egitto. Per realpolitik, perché l’Egitto è un Paese strategico. Ma anche perché, come sostiene da tempo una militante dei diritti civili come Emma Bonino, la presenza di un ambasciatore aumenta la pressione su una realtà come quella egiziana. 

AL SISI RENZI  AL SISI RENZI

 

E infatti il ritorno di un ambasciatore al Cairo sarà accompagnato da una serie di misure preparate dalla Farnesina tutte finalizzate al caso-Regeni. Nell’ambasciata al Cairo sarà presente in modo permanente un esperto italiano incaricato della cooperazione giudiziaria sulla vicenda del ricercatore.

 

Al giovane ucciso in Egitto verranno intitolate l’Università italo-egiziana e l’auditorium dell’Istituto Italiano di Cultura; verranno organizzate cerimonie commemorative nel giorno della sua scomparsa in tutte le sedi istituzionali italiane in Egitto. E saranno potenziati diversi progetti di cooperazioni nel campo della tutela e della promozione dei diritti umani, anche di cittadini egiziani che chiedessero asilo in Italia.

 

giulio regeni    giulio regeni

3 - IL MISTERO DELLA MORTE DI GIULIO REGENI NON È UN MISTERO. TUTTI HANNO CAPITO PERCHÉ È STATO UCCISO, TUTTI SANNO COME - REGENI OPERAVA COME INCONSAPEVOLE PEDINA NELLE MANI DELLA PROFESSORESSA DI ORIGINE EGIZIANA ABDELRAHMAN DELL’UNIVERSITÀ DI CAMBRIGE, VICINA ALLA FRATELLANZA MUSULMANA, CHE LO AVREBBE USATO PER RACCOGLIERE INFORMAZIONI PER CONTO DEI SERVIZI SEGRETI INGLESI

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/mistero-morte-giulio-regeni-non-mistero-tutti-hanno-154412.htm

 

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