ULTIMA CARTA PER IL COMPAGNO BERSANOV: RICATTARE NAPOLITANO

Claudio Cerasa per "il Foglio"

Pier Luigi Bersani salirà oggi verso le 18 al Quirinale senza i numeri "certi" chiesti la scorsa settimana da Giorgio Napolitano come condizione necessaria per trasformare l'incarico offerto in una nomina utile a formare un nuovo governo. Le lunghe consultazioni portate avanti dal segretario del Pd non hanno dato i risultati sperati e dopo le chiacchierate con le parti sociali, con la Cgil, con Bagnasco, con Don Ciotti, con Saviano, con il Wwf, con il Touring Club e, infine, con tutti i partiti che fanno parte di questa legislatura (si chiude oggi verso le 16 con il Pd, che sarà veramente ricevuto dal segretario del Pd) Bersani, allo stato dei fatti, non ha in mano nessun accordo che possa tranquillizzare il Quirinale sulla questione numeri "certi".

Come sapete, il centrosinistra al Senato, sommando anche i voti di Scelta Civica (non scontati tra l'altro), ha un deficit di 16 senatori per avere la maggioranza e questi 16 senatori (di cui Napolitano vuole conoscere anche il nome e il cognome) non sono stati trovati da Bersani.

Non perché un'intesa fosse impossibile (il centrodestra è da dieci giorni che offre la sua disponibilità a condizione di avere la possibilità di scegliere con Bersani il nome del prossimo presidente della Repubblica) ma perché il segretario ha scelto una strada precisa: non chiedo accordi a nessuno, non faccio "inciuci" con nessuno, il governo se nasce deve nascere alle mie condizioni e non ho intenzioni di farmi rimproverare dai miei elettori per essere sceso a compromessi con il caimano brutto e cattivo.

Questa la premessa con cui Bersani si presenterà al Colle. Questa la linea rivendicata in questi giorni dal presidente incaricato. E stando così le cose non si capisce come potrebbe Napolitano dare il via al governo Bersani. Se non fosse che il segretario, una volta al Quirinale, tenterà di giocare l'ultima sua mano di poker con un grande bluff, che nel Pd pensano che possa persino funzionare.

Il grande bluff consiste in questo: consiste nell'andare al Colle e dire a Napolitano due cose: primo, caro presidente, sì, è vero, non ho i numeri certi che lei mi chiede me le assicuro che se lei mi consentirà di andare alle Camere a chiedere la fiducia del Parlamento il mio governo partirà e sono certo che nei prossimi giorni almeno un'intesa "tecnica" con la Lega e il Pdl sarà possibile trovarla, e magari alla fine Maroni chiederà ai suoi di uscire fuori da Palazzo Madama al momento delle votazioni (cosa che in linea teorica permetterebbe al governo Bersani di avere la fiducia al Senato); secondo, caro presidente, sì, è vero, non ho i numeri certi che lei mi chiede ma se davvero lei è contrario a far precipitare il paese nell'incubo elezioni-subito sappia che il mio partito non intende appoggiare nessun altro governo che non sia un governo guidato da me, e dunque se vuole evitare le urne sappia che l'unico modo per farlo è quello di mandarmi in Parlamento: se le cose vanno bene governo per un po'; se le cose vanno male, e se non dovessi prendere la fiducia al Senato, sarei comunque in carica per gli affari correnti e traghetterei, con calma, il paese verso nuove elezioni.

La mossa della disperazione di Bersani è dunque più o meno questa e, salvo accordi improbabili dell'ultimo istante, sarà con queste argomentazioni che il segretario del Pd salirà al Quirinale. E' una mossa da pokerista, naturalmente, ma è una mossa che, se formulata al colle sotto forma di quasi ricatto, potrebbe anche funzionare. Il tutto però parte da una considerazione che Bersani dà per scontata ma che nel Pd in molti non danno per scontato.

La considerazione è questa: Bersani dirà a Napolitano che il partito è con lui e che in caso di fallimento nessuno nel Pd si sogna di far partire un altro governo. Bersani pensa questo. Ma che le cose siano così, e che il Pd in caso di fallimento di Bersani continui a seguire la linea di Bersani, è tutto da dimostrare.

E probabilmente si questo punto il presidente della Repubblica potrebbe saperla più lunga del segretario del Pd. E in questo senso non è certo un caso che nel Partito democratico sia arrivata la voce che il presidente della Repubblica, nel caso in cui il tentativo Bersani non dovesse andare a buon fine, sarebbe pronto a dimettersi, per farsi rieleggere subito, e guidare ancora dal Quirinale, con poteri pieni, l'operazione governo del presidente.

 

 

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