PADELLARO IL TROMBATO TROMBA TUTTI, DA CONCITA A D'ALEMA (Non posso buttare giù Veltroni, si è buttato da solo) - IL CAV. Vince perché l’antiberlusconismo è stato abbandonato. VEDI IL conflitto d’interessi, MAI FATTO UNO straccio di leggE...

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Barbara Romano per "Libero"

«Mi piace molto l'espressione "trombato". È perfetta per me. Il mio è il classico caso di un direttore che è stato cacciato via». Classico mica tanto. Antonio Padellaro è il solo direttore di giornale ad aver ricevuto la lettera di licenziamento su carta intestata di un altro quotidiano. Letto il suo epitaffio sul Corriere della Sera il 28 maggio 2008, quando Walter Veltroni dichiarò in un'intervista di volere una donna alla guida dell'Unità, si è messo a scrivere il suo cahiers de doléances, "Io gioco pulito", appena uscito con la Baldini Castoldi Dalai.

Padellaro giovanePadellaro giovane

Dopodiché, ha chiamato a raccolta quel che resta degli antiberlusconiani. E ora scalda le rotative per dar vita a un suo quotidiano che dovrebbe chiamarsi "Il Fatto", in memoria di Enzo Biagi. «La nostra intenzione è di fare un giornale di giornalisti».

Perché, gli altri giornali chi li fa?
«Da noi i giornalisti non avranno una partecipazione solo professionale, ma anche finanziaria. Ci investirò la liquidazione dell'Unità».

Che ammonta a...
«È di poco superiore ai 100mila euro, anche perché io ho diritto al tfr. E sarà un giornale fatto per i lettori».

Che originalità.
«Nel senso che si manterrà esclusivamente con l'acquisto in edicola, perché ho l'impressione che di pubblicità ne avremo ben poca, vista la crisi dell'editoria».

E con la crisi che c'è nel mercato editoriale lei fonda l'ennesimo quotidiano. È pazzo?
«Non siamo pazzi, immaginiamo ci sia uno spazio editoriale».

E dove?
«Nell'elettorato incavolato del Pd. A Bologna e un signore mi ha detto: "Allora lo fate questo giornale o no? Ma se lo fate dovete bastonare anche i nostri, perché quello che hanno combinato è inaccettabile, io non voto più". Nelle elezioni in Abruzzo una parte degli scontenti si è rifugiata nell'astensione, una parte è andata a votare per Di Pietro».

Padellaro con CraxiPadellaro con Craxi

Allora farete il giornale di Tonino...
«Assolutamente no. Altrimenti avremmo chiesto a Di Pietro, che non ha giornali, di veicolare soldi al nostro quotidiano attraverso il suo gruppo parlamentare. Invece il nostro sarà un quotidiano senza legami di alcun genere».

Anche Piero Sansonetti fonderà un quotidiano. Se ogni direttore trombato fa il suo giornale, ci saranno più quotidiani che elettori di sinistra.
«È legittimo che un direttore trombato voglia fare il suo giornale. Il problema è se trova dei lettori. Se tu non trovi lettori sei trombato due volte. E io lo percepisco questo rischio sulla mia testa. Ma nella vita bisogna pur rischiare qualcosa».

Depressi come sono, perché nel centrosinistra dovrebbero comprare il giornale degli sconfitti?
«Il Pd è stato sconfitto perché non ha seguito la linea dell'antiberlusconismo. Noi avevamo ragione da vendere. Il segno è lo sfacelo in cui si trova la sinistra adesso. Trovo stupido che il nostro Paese debba avere un'opposizione sulle nuvole, che non ha una linea in antitesi a quella della maggioranza. Con l'antiberlusconismo l'Unità era riuscita a vendere 70mila copie».

Ma più lo attaccavate, più il Berlusca guadagnava consensi. Mai avuto il sospetto di aver fatto il suo gioco?
«No, i consensi non li guadagnava perché noi dell'Unità lo attaccavamo».

E allora perché?
«Perché chi era dall'altra parte ha lasciato campo libero. Dal 2001 al 2006 l'antiberlusconismo ha trionfato in questo Paese. I Ds, guidati da Piero Fassino, hanno vinto tutte le elezioni».

Concita De GregorioConcita De Gregorio

Sì, ma dal 2008 in poi il PdL stravince. Come lo spiega?
«Vince proprio perché l'antiberlusconismo è stato abbandonato. Facciamo l'esempio del conflitto d'interessi, che fa sbadigliare anche me».

Lei crede che agli italiani gliene importi qualcosa?
«È chiaro che alla gente non gliene frega niente. Ma perché il centrosinistra l'ha sbandierato inutilmente senza mai fare uno straccio di legge?».

Quando il Cavaliere scese in campo, nel 1994, lei fu uno di quelli che lo sottovalutarono?
«No. Io ero all'Espresso diretto da Claudio Rinaldi e fummo i primi a mettere in guardia il Paese».

E oggi che giudizio dà del governo Berlusconi?
«Sul terremoto si è mosso molto bene. Intanto perché era presente, così come a Napoli sull'immondizia. Sta comunicando bene che il governo, nelle situazioni di emergenza, c'è. Per il resto, il mio giudizio è negativo».

Tre anni fa lei parlava di un "Berlusconi cotto e finito". Si aspettava una tale resurrezione del Cav?
«No, quello fu un errore. L'altro fu alle elezioni del 2006, quando titolai "Berlusconi addio"».

Stesso errore che fece Eugenio Scalfari nel '94, quando Berlusconi si dimise. Come mai avete sbagliato tutti?
«L'errore è dovuto al fatto che Berlusconi ha una vitalità, fisica e politica, superiore a tutti gli altri leader».

Lei si aspettava di essere licenziato dall'Unità?
«Massì. La mia è una trombatura costante. Quando ero condirettore con Furio Colombo, lui era malvisto dal sinedrio diessino perché non faceva un giornale di partito. Ci rinfacciavano il finanziamento: "Ma come, voi prendete soldi dai Ds e ne parlate sempre male?"».

CONCITACONCITA

Quanto è libero un direttore nei confronti del partito che sovvenziona il giornale?
«È libero purché dica "voi siete liberi di cacciarmi, ma finché faccio il direttore, lo faccio come pare a me". Noi facevamo così e questo ci ha messo fin dall'inizio nella condizione di "trombandi". Infatti, tre anni dopo, Colombo fu accompagnato gentilmente alla porta. E lì decidemmo di fare staffetta».

Fatto sta che Marco Travaglio le rimprovera di «aver dato qualche contentino di troppo ai politici».
«I bilanci stavano in piedi perché i Ds e poi il Pd veicolavano soldi. Come fai a non tener conto che comunque un contributo arriva e che le voci del partito devono avere uno spazio nel giornale?».

Lei stesso nel suo libro dice che la sua Unità non si è fatta mancare nessuna «intervista inutile» ai leader amici. Marchettaro pure lei?
«Io non ho ricevuto niente in cambio di quelle presunte marchette. Fossi stato un marchettaro non avrei fatto scrivere Travaglio. A chi mi chiedeva la sua testa dicevo: "Piuttosto cacciatemi"».

Gliela chiedevano in tanti quella testa?
«Non ha idea delle telefonate che ricevevo...».

Sempre nel suo libro, ammette di aver saputo che nel suo circolo del Pd i dirigenti erano decisi a tavolino col Cencelli. È stato zitto. Perché?
«Per un malinteso senso patriottico. C'era il tentativo di risalita del Pd con Veltroni e mi è sembrato non fosse il momento di tirare fuori la cosa. Ma andava detto».

Renato SoruRenato Soru

Scrive anche che Veltroni si lamentava con voi perché davate «spazio eccessivo al governo Prodi». Interessante.
«Lui non voleva che si parlasse del governo Prodi perché, siccome era vissuto negativamente dell'elettorato, si rischiava di spostare sul Pd la sua fama negativa. Io replicavo che il governo Prodi aveva fatto anche cose molto positive e che bisognava parlarne nel bene e nel male. Ma secondo Walter si doveva parlare solo del Pd, perché è un partito a vocazione maggioritaria. Espressione che in questo momento mi fa un po' ridere».

Il Pd dovrebbe ri-allearsi con la sinistra radicale?
«Per forza, è l'unico modo per battere il centrodestra».

È stato Veltroni ad affossare il governo Prodi?
«No».

E allora com'è morto?
«Tutti i partiti e partitini che ne facevano parte non avevano capito che quella era l'ultima fermata. Prodi fu straordinario nel tentativo di tenere in piedi la baracca, ma l'istinto suicida dei gruppi ebbe la meglio».

Veltroni poi come se l'è cavata?
«Ha fatto il massimo in campagna elettorale per raggranellare quel 31%, ma il dopo-elezioni è stato un disastro».

Nel libro lei si prende gioco degli elettori del Pd che si illudevano di vincere. Ma anche lei si era "bevuto" la leggenda della rimonta di Veltroni.
«Io l'ho seguito nella parte finale del suo tour elettorale e in giro c'era un tale entusiasmo che dava davvero la sensazione di una rimonta».

VeltroniVeltroni

Ha conferito a Piero Fassino l'Oscar del politico più molesto. Cosa le diceva al telefono?
«Che si era rotto...le scatole. Diciamo così».

Prodi l'ha mai chiamata per lamentarsi?
«Mai. Ci sentivamo solo per scambiarci gli auguri».

D'Alema la svegliava spesso la mattina per un articolo che non gli piaceva?
«Mai ricevuto una telefonata da D'Alema. Solo una lettera scritta in gelido dalemese che cominciava con "Egregio direttore". La temperatura in redazione scese 20 gradi sotto zero».

È vero, come dicono all'Unità, che lei da direttore ha vissuto a lungo col "complesso di Colombo"?
«Sì, perché considero Furio uno dei più grandi giornalisti italiani».

E con gli editori che rapporto ha avuto?
«Avevo già avuto un rapporto non facilissimo con la vecchia proprietà, la Nie, che aveva deciso di sostituirmi con Rinaldo Gianola perché chiedeva interventi drastici che mi rifiutai di attuare. Io e Furio abbiamo solo scritto lettere di assunzione e non volevo passare per quello che faceva le ristrutturazioni per conservare la poltrona. Poi ci fu l'ipotesi Angelucci, coi quali ebbi un incontro molto cordiale. Però qualche giorno dopo Dagospia scrisse che il nuovo direttore sarebbe stato Antonio Polito. Poco dopo si appalesò Renato Soru».

E lei?
«Io ero felicissimo, perché avrebbe rimesso in piedi il giornale. Non avevo grandi speranze di restare. Solo, avrei gradito fosse stato Soru a dirmi "accomodati"».

Cosa provò nel leggere sul Corriere l'intervista con cui Veltroni la licenziava?
«Una gran rabbia, perché con Walter avevo un buon rapporto. Mi chiesi: "Ma perché non me lo dici in faccia?". È una legge base del comportamento civile...».

Fu una scelta sessista quella di Veltroni?
«Nel Pd c'è questa visione del politicamente corretto a tutti i costi, per cui le donne non vengono considerate brave di per sé, ma da tutelare nel recinto della quota».

Walter VeltroniWalter Veltroni

Un giudizio su Concita De Gregorio?
«Ho preso un impegno: non parlerò mai dell'Unità fino alla fine dei miei giorni».

La compra?
«No, la guardo on-line. Non è facile dopo otto anni vissuti alla grande, con una redazione con la quale ho lavorato benissimo, smettere improvvisamente. Ho preferito tagliare, come si fa con i grandi amori».

Le piace la nuova Unità?
«Trovo una contraddizione tra la forma grafica e i contenuti, che ho spiegato anche a Soru quando sono andato a trovarlo a Cagliari, a ottobre. La grafica è molto elegante, ma non si addice a un giornale di opinione, che ha bisogno di una prima pagina che dia la possibilità di una titolazione più forte. Così è un giornale senza vetrina, che non permette di valorizzare le cose di qualità che ci sono all'interno».

La De Gregorio dice che con lei l'Unità ha guadagnato copie.
«Se lo dice lei, vuol dire che è così».

Per l'esattezza, la nuova Unità avrebbe guadagnato circa 5mila copie. Con lei, invece, era passata dalle 70mila di Colombo a 42mila.
«Non è così. A me nessuno ha messo sul piatto 2,5 milioni di euro per rilanciare il giornale, né la campagna pubblicitaria e la possibilità di fare nuove assunzioni. Tutte cose che a Concita invece sono state date. Eppure io ho lasciato un giornale che, pur avendo uno sbilancio di 2 milioni di euro, ancora viveva».

Adesso, invece?
«In questo momento mi risulta che l'Unità rischi moltissimo, perché i 2,5 milioni di euro non sono stati investiti nella maniera giusta».

Walter Veltroni e Massimo D'AlemaWalter Veltroni e Massimo D'Alema

Che giudizio dà di Soru?
«È una persona enigmatica. A me è simpatico perché ha portato una ventata di rigore e di efficienza in Sardegna. Credo abbia perso perché non ha voluto alimentare il clientelismo».

Se l'aspettava che perdesse?
«Era nell'aria».

Era nell'aria anche che Soru intendesse sfilarsi dall'Unità?
«Non immaginavo che intendesse fare l'editore per un così breve tratto di strada».

Anche lei è tra quelli che pensano che Soru abbia comprato l'Unità per sostenere la sua ricandidatura in Sardegna e una volta sconfitto la voglia scaricare?
«Io credo che Veltroni gli abbia chiesto di risollevare l'Unità e che lui l'abbia fatto anche in funzione del suo futuro politico».

Il Cavaliere mette Soru nella lista dei leader di sinistra che ha sconfitto.
«Quando lui dice: "Ne ho fatti fuori otto", non dice il falso. Non ne ha fatti fuori due, però. Uno è Prodi, che lo ha battuto due volte».

E il secondo chi è?
«Cofferati. Quando portò tre milioni di persone al Circo Massimo, nel 2002, fu una grande prova di forza».

Berlusconi è sempre stato convinto che sia D'Alema il vero leader della sinistra.
«Se fosse così, lo sarebbe e basta. Ma non mi sembra che ora sia lui il leader del Pd. Anche lui ha preso delle scoppole niente male».

Massimo D'alemaMassimo D'alema

Che opinione ha di Dario Franceschini?
«Sta ridando un po' di energia a un partito demoralizzato. Ma mi è dispiaciuto che la sua prima mossa, all'assemblea nazionale, sia stata quella di dire sottovoce alla Finocchiaro: "Ho fatto raccogliere io le firme per Parisi". Ha dato la sensazione che stessimo sempre dentro una fiction».

Parisi racconta: «Conservo ancora un indimenticabile sms di Franceschini delle elezioni che dice: "Ce la stiamo facendo"». Come si può dare fiducia a uno così?
«Evidentemente ha preso il mio stesso abbaglio».

All'Unità sapevano che lei è andato a scuola dai gesuiti e che suo padre era stato un fascista convinto?
«Sì, perché lo dissi io».

E non glielo hanno mai rinfacciato?
«Che ho fatto la scuola dai gesuiti no, perché l'ha fatta anche Sansonetti. Mio padre era un fascista convinto, ma solo in gioventù. Mio zio Nazareno era un allievo di Giuseppe Bottai. La mia famiglia ha una certa storia nel Ventennio. Ma poi, ricominciando da zero, diventarono tutti alti burocrati. Mio padre divenne direttore generale della presidenza del Consiglio e mio zio direttore generale della Pubblica istruzione».

Non le hanno fatto pesare il non aver mai votato Pci?
«Forse qualcuno avrà storto un po' il naso. Io vengo da vent'anni di Corriere della Sera, dove sono entrato come mozzo e ho finito come capo della redazione romana, e da dieci anni di Espresso. Mi sono sempre mosso nel cosiddetto mondo laico. All'inizio ho votato anche per Bettino Craxi. Io porto sempre con me due sole tessere», che estrae dalla tasca dei jeans, «quella dei giornalisti e quella della Roma. Neanche tribuna: "distinti sud". Io me la pago».

I migliori ricordi del Corriere?
«Gli anni di Alberto Cavallari. Uscivamo dalla P2, il giornale stava per portare i libri in tribunale. E arrivò questo signore, che era corrispondente da Parigi della Stampa, che ci salvò. Mi affidò il compito della nota politica, ero nel gruppo dei "resistenti". Fu un periodo difficile, ma esaltante, finché Craxi non ottenne la testa di Cavallari».

Chi le piace a destra?
«Tremonti è un avversario degno, Bossi una grande novità della politica, Fini si sta comportando bene».

Perché dice cose "di sinistra"?
«No, perché dimostra di essere sempre più dentro il ruolo istituzionale che ricopre».

Quattro anni fa sfuggì al "gioco della Torre" di Sabelli Fioretti che le chiedeva di buttare giù Veltroni o D'Alema, rispondendo: "Tu mi vuoi far cacciare!". Ora che l'hanno cacciata, risponda.
«Non posso buttare giù Veltroni, si è buttato da solo».

 

 

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