kayla lemieux

TETTA CHE SCOTTA – IL CASO DI KAYLA LEMIEUX, LA PROFESSORESSA TRANSGENDER CANADESE CHE SI PRESENTA IN CLASSE CON UNA PROTESI DI DUE TETTONE ENORMI, ALIMENTA POLEMICHE NEL PAESE – L’ISTITUTO PRESSO CUI LAVORA DIFENDE LA PROF, MENTRE I GENITORI DEGLI STUDENTI SONO IMBESTIALITI PER LE MAMMELLONE, E C’È PERFINO CHI DICE CHE LA SUA FIGURA SERVA IN REALTÀ A RIDICOLARIZZARE DECENNI DI BATTAGLIE LGBT...

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Pierangelo Maurizio per “la Verità”

 

Il principio di libertà, questa volta, deve vedersela con due forme sferiche oblunghe, in perenne sfida con la forza di gravità. È l'enorme protesi mammaria ostentata da Kayla Lemieux, una professoressa transagender. Insegna tecnologia, più o meno le nostre applicazioni tecniche, alla Oakville Trafalgar High School, nell'Ontario, in Canada. Fino allo scorso anno il prof Lemieux era un uomo, poi si è ripresentata a scuola donna con il corollario di due seni mastodontici e proporzionati capezzoli sempre puntati come missili.

 

 Il caso sta facendo molto discutere un Paese che non può certo essere tacciato di omo o transfobia. Per dire, sono pienamente legali le adozioni da parte delle coppie omosessuali; idem il cambio di sesso. Fin dagli anni Ottanta sono state varate leggi ad hoc per garantire stessi diritti a proposito di alloggi, pensioni, assistenza sanitaria e per evitare ogni forma di discriminazione. Piena parità anche in tema di abusi, stesse norme sia per omo che per etero.

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In questo quadro, pesano le protesi alle quali la professoressa Kayla non intende rinunciare. Gli studenti, figuriamoci, tutti adolescenti, non hanno perso occasione per girare un video, durante le lezioni, di lei impegnata nel maneggiare una sega elettrica, video diventato subito virale. Le famiglie sono in subbuglio. C'è anche chi avanza il sospetto che questa figura caricaturale serva in realtà a ridicolarizzare decenni di battaglie Lgbt. Il che può essere.

 

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Proprio la legislazione molto avanzata rischia di gettare il Canada in un dilemma che sembra il classico cul de sac. La scuola ha spiegato che «proibirle di indossare quelle protesi sarebbe illegale» e che Kayla Lemieux è «una brava insegnate». Il provveditorato scolastico della regione di Haltan, di cui Oakville è appunto il capoluogo, ha emesso un comunicato ecumenico: «La Oakville Trafalgar High School riconosce i diritti di studenti, persone, tutori e membri della comunità a un trattamento equo senza discriminazioni basate sull'identità di genere e l'espressione di genere.

 

Cerchiamo di promuovere un ambiente di apprendimento positivo e di garantire un ambiente inclusivo per tutti gli studenti, il personale e la comunità». Peggio la toppa del buco. Perché con tutta evidenza la questione non viene presa di petto. Il problema è la dimensione senologica. Ma, una volta che ci si è avventurati sul terreno impervio del discriminare le discriminazioni, chi stabilisce, e soprattutto perché, quali sono misura e fattezza congrue e socialmente accettate di una protuberanza siliconica? 

 

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Kayla Lemieux è diventata naturalmente il bersaglio privilegiato di tutti i blog suprematisti, para-nazisti e fuori di testa vari. Sul compassato Corriere Canadese (anche in italiano) un collega si è chiesto: «Domani mattina uno potrebbe decidere di presentarsi a scuola completamente nudo, pronto a difendere il suo libero diritto di espressione».

 

Insomma, le propaggini oversize dell'insegnante trans sono quanto mai divisive. Ora, nel più che liberal Canada, si affaccia un quesito: se in ambiti come la scuola, l'istituzione dove si formano le persone, vadano stabiliti limiti precisi, compreso il modo in cui ci si presenta.

 

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La materia ci riguarda, con le sue mille implicazioni, alcune anche drammatiche (basterebbe ricordare il suicidio della prof transagender veneziana Cloe Bianco). Al di là dei casi personali, anche da noi è ricorrente il tema dell'abbigliamento da discoteca (o peggio) trasferito in classe, dei centimetri di pelle scoperti. Che sia il caso di riaffidarsi, oltre che al buonsenso, al pudore? Anzi, al «comune senso del pudore»?

 

 Vale a dire a quella riservatezza che dovrebbe riguardare l'apparato di riproduzione e, dunque, il sesso. Che, al contrario di quanto si creda generalmente, è ancora vigente nel nostro codice penale (art. 529 e 527). Sarebbe da chiedersi che senso abbia - e ce l'ha - e perché, lascito «fascista» del codice Rocco, sia ancora nel nostro ordinamento.

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