LA MATITA NELL'OCCHIO - VIVA STEFANO DISEGNI CHE CI VENDICA, SVIGNETTANDOLI, DELLA DITTATURA DI SANTA MADRE DEL TUBO CATODICO - DA COSTANZO A FERRARA, DA DEL NOCE A SPOSINI, "TELESCHERNO" PER TUTTI...
Tratto da "Telescherno", di Stefano Disegni, Einaudi Stile Libero
Presentazione di Renzo Arbore
Caro Stefano Disegni,
seguendo ormai da tanti anni i tuoi disegni e riseguendo soprattutto ormai da tanti anni il tuo "Teleschermo" sull'inserto del «Corriere della Sera», quando è arrivata la telefonata in cui si chiedeva, malauguratamente proprio a me, una specie di prefazione, ho detto subito di sì.
Soltanto dopo ho scoperto che il tuo libro esce «per i tipi» (come si diceva un tempo...) della Einaudi, prestigiosa e storica casa editrice per la quale, giovanissimo, ho fatto il venditore «door to door» per guadagnare i miei primi soldarelli. E mi sono preoccupato. Sì, perché la nobile Einaudi (non certo tu) non si merita una prefazione in cui si parla senza mezzi termini di «tivvú paracula».
Lo so, nessuno si aspetterebbe proprio da me una parola così volgare, romanaccia e da osteria. Però è da tempo che cerco una definizione più precisa di questa per definire quello che tutta la tivvú (forse anche la mia, per certi versi) fa dalla mattina alla sera, un po' in omaggio al Dio Auditel, un po' in omaggio a quello che è... più facile fare per far parlare di sé. «Tivvú furbacchiona», «tivvú dritta», «tivvú degli espedienti» purtroppo non rendono proprio l'idea.
E allora? Che c'entri tu? Be', questa cosa io l'ho scoperta proprio guardando e riguardando le tue strisce. Sei stato il più puntuale a scoprire le magagne di quelli che la tivvú la fanno, una sorta di «vendicatore» di quelli che la «paraculaggine» (Einaudi, scusa ancora) la intuiscono, la capiscono subito, la scoprono, ma... non sanno disegnarla.
In un momento, per giunta, in cui la satira è quasi scomparsa dalla tivvú, e perfino quella a mezzo stampa, secondo me, è un po' in sonno. Ma soprattutto manca, in tivvú... la satira sulla tivvú, a parte qualche silenziosa «blobbata». E allora viva Stefano Disegni che «acchiappa» i tic, le défaillances, le... furbate (lo vedi, non suona come «parac... ») e con le sue modernissime e geniali caricature (il termine è certamente «vintage» ma anche questo non è sostituibile) ce le spiattella a pieni colori.
Un'altra cosa mi piace delle tue strip: l'uso accorto delle cosiddette «parolacce», quelle che ormai tutti usano visto che è il... «linguaggio parlato». Lo so che «quanno ce vò, ce vò» (come nel caso di questa prefazione) ma ti riconosco che tu le usi solo «quanno proprio ce vò», quando suonano giuste.
E a proposito di «suono», nelle tue storie secondo me c'è anche quello: suoni e ritmi che evidentemente ti porti dietro dalla tua passione per il blues e il rock. Così come si avverte il divertimento un po' da impunito che metti dentro le tue strisce sia in formato verticale che in formato orizzontale, a seconda dell'impaginazione (riflessione inutile quanto cretina... e quindi assolutamente personale).
La riflessione più utile, infatti, è che mi sono spesso rammaricato (essendo un appassionato di quella che io chiamo «rotocalchica») che certi articoli o «operine artistiche» come le tue dovessero vivere soltanto lo spazio di una settimana, cancellate dal numero nuovo in edicola.
Ben venga dunque questa raccolta delle malefatte tivvú, che ne racconta gli ultimi anni potentemente, dannatamente, semplicemente, allegramente e assolutamente... «evidentemente».
Dagospia 20 Giugno 2005
Presentazione di Renzo Arbore
Caro Stefano Disegni,
seguendo ormai da tanti anni i tuoi disegni e riseguendo soprattutto ormai da tanti anni il tuo "Teleschermo" sull'inserto del «Corriere della Sera», quando è arrivata la telefonata in cui si chiedeva, malauguratamente proprio a me, una specie di prefazione, ho detto subito di sì.
Soltanto dopo ho scoperto che il tuo libro esce «per i tipi» (come si diceva un tempo...) della Einaudi, prestigiosa e storica casa editrice per la quale, giovanissimo, ho fatto il venditore «door to door» per guadagnare i miei primi soldarelli. E mi sono preoccupato. Sì, perché la nobile Einaudi (non certo tu) non si merita una prefazione in cui si parla senza mezzi termini di «tivvú paracula».
Lo so, nessuno si aspetterebbe proprio da me una parola così volgare, romanaccia e da osteria. Però è da tempo che cerco una definizione più precisa di questa per definire quello che tutta la tivvú (forse anche la mia, per certi versi) fa dalla mattina alla sera, un po' in omaggio al Dio Auditel, un po' in omaggio a quello che è... più facile fare per far parlare di sé. «Tivvú furbacchiona», «tivvú dritta», «tivvú degli espedienti» purtroppo non rendono proprio l'idea.
E allora? Che c'entri tu? Be', questa cosa io l'ho scoperta proprio guardando e riguardando le tue strisce. Sei stato il più puntuale a scoprire le magagne di quelli che la tivvú la fanno, una sorta di «vendicatore» di quelli che la «paraculaggine» (Einaudi, scusa ancora) la intuiscono, la capiscono subito, la scoprono, ma... non sanno disegnarla.
In un momento, per giunta, in cui la satira è quasi scomparsa dalla tivvú, e perfino quella a mezzo stampa, secondo me, è un po' in sonno. Ma soprattutto manca, in tivvú... la satira sulla tivvú, a parte qualche silenziosa «blobbata». E allora viva Stefano Disegni che «acchiappa» i tic, le défaillances, le... furbate (lo vedi, non suona come «parac... ») e con le sue modernissime e geniali caricature (il termine è certamente «vintage» ma anche questo non è sostituibile) ce le spiattella a pieni colori.
Un'altra cosa mi piace delle tue strip: l'uso accorto delle cosiddette «parolacce», quelle che ormai tutti usano visto che è il... «linguaggio parlato». Lo so che «quanno ce vò, ce vò» (come nel caso di questa prefazione) ma ti riconosco che tu le usi solo «quanno proprio ce vò», quando suonano giuste.
E a proposito di «suono», nelle tue storie secondo me c'è anche quello: suoni e ritmi che evidentemente ti porti dietro dalla tua passione per il blues e il rock. Così come si avverte il divertimento un po' da impunito che metti dentro le tue strisce sia in formato verticale che in formato orizzontale, a seconda dell'impaginazione (riflessione inutile quanto cretina... e quindi assolutamente personale).
La riflessione più utile, infatti, è che mi sono spesso rammaricato (essendo un appassionato di quella che io chiamo «rotocalchica») che certi articoli o «operine artistiche» come le tue dovessero vivere soltanto lo spazio di una settimana, cancellate dal numero nuovo in edicola.
Ben venga dunque questa raccolta delle malefatte tivvú, che ne racconta gli ultimi anni potentemente, dannatamente, semplicemente, allegramente e assolutamente... «evidentemente».
Dagospia 20 Giugno 2005