FURBETTI ANCHE CON LE TASSE - ALTRI ADDEBITI PER FIORANI E BONI. LA PROCURA RITIENE CHE ABBIANO FORZATO I SISTEMI INFORMATICI DELLA BPI TRATTENENDO LE IMPOSTE SUI CAPITAL GAIN DEI CLIENTI, ANCHE QUELLE DI CONSORTE E SACCHETTI..
Francesca Folda per Panorama, in edicola domani
Bancopoli si allarga e si approfondisce. Non solo altri insospettabili del mondo della finanza finiscono nel registro degli indagati della procura di Milano (sono circa 80 i nomi iscritti), ma nuovi reati vengono contestati a chi è già in carcere.
Oltre ad appropriazione indebita, riciclaggio, manipolazioni del mercato, associazione per delinquere, a Gianpiero Fiorani e al suo braccio destro Gianfranco Boni, entrambi rinchiusi a San Vittore dal 13 dicembre, viene addebitata la truffa ai danni dello Stato. Dopo aver concertato scalate, organizzato speculazioni illecite e prelevato i risparmi dai conti dei correntisti morti, secondo le accuse i due grandi manovratori della banca lodigiana avrebbero forzato il sistema informatico della Popolare italiana trattenendo le imposte sui capital gain che avrebbero dovuto versare a nome dei loro clienti. Un giochetto facile che, per quanto è stato finora accertato dagli inquirenti avrebbe portato a Fiorani e Boni un gruzzolo extrabilancio di circa 3,5 milioni di euro.
Erano stati gli ispettori della Banca d'Italia, circa due settimane fa, a segnalare l'ennesima anomalia. Gli esperti di via Nazionale avevano notato che in Bpi non quadravano i conti sulle imposte versate per i capital gain, in particolare quelle relative alle plusvalenze ottenute da Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, ex numero uno e due dell'Unipol. Ogni banca infatti si comporta da sostituto d'imposta: preleva e versa su un «conto erario» quanto dovuto dai clienti a cui è intestato un dossier titoli, grazie anche all'aiuto di un sistema informatico che calcola l'importo della tassa da versare allo Stato per ciascuna operazione. Ebbene, dagli estratti conto di Consorte e Sacchetti che la Guardia di finanza ha monitorato, risultavano stornate le cifre che i due uomini al vertice dell'Unipol avrebbero dovuto pagare in imposte sui guadagni ottenuti grazie alle operazioni finanziarie di successo compiute su conti Bpi: 3,6 milioni di euro. Boni, ex direttore generale della banca lodigiana, e Fiorani, amministratore delegato, avrebbero, secondo l'ipotesi degli investigatori, forzato il sistema di «back office» del conto erario riuscendo a far risultare che, per quelle stesse operazioni, allo Stato erano dovuti appena 20 mila euro (effettivamente versati).
È questo uno dei numerosi episodi su cui i pm Greco e Fusco hanno chiesto chiarimenti ai due arrestati nei lunghi interrogatori a San Vittore fra Natale e Capodanno. Di fronte all'ampiezza degli elementi raccolti dalla Guardia di finanza non sembra che Fiorani e Boni abbiano avuto molto spazio per negare.
Resta da accertare se la stessa procedura, di cui Consorte e Sacchetti si sono detti vittime inconsapevoli, ha riguardato le imposte sulle plusvalenze maturate dal finanziere bresciano Emilio Gnutti e dagli altri clienti privilegiati della Bpi, che in qualche caso potrebbero essere tornate nelle tasche dei compagni di scalata grazie a prestanome, conti esteri o passaggi di denaro illeciti che devono ancora essere individuati.
L'inchiesta, intanto, continua ad allargarsi e la mattina del 31 dicembre, quando già le vacanze degli investigatori erano state rimandate più volte, è stata necessaria una ulteriore riunione nell'ufficio del procuratore aggiunto Francesco Greco. Erano presenti il pm Eugenio Fusco (titolare dell'inchiesta assieme a Giulia Perrotti), gli ufficiali del nucleo provinciale della Guardia di finanza di Milano, quelli del nucleo speciale di polizia valutaria e il responsabile della polizia giudiziaria. Obiettivo, valutare l'iscrizione di altri nomi e altri reati nel registro degli indagati. In quell'occasione è stato definito anche l'allargamento della squadra: per non tralasciare nessuno degli spunti investigativi che emergono a mano a mano che si scoperchia il pentolone della Bpi, nel pool milanese che si occupa di reati finanziari sono stati arruolati tre magistrati: Sergio Spadaro, Gaetano Ruta e Carlo Nocerino (al fianco di Greco pure nel caso Parmalat), se non altro per liberare i pm coinvolti nell'inchiesta Antonveneta-Bpi da altri fascicoli, come quello Bipop Carire appena arrivato da Brescia e quello sul caso Parmalat ereditato da Monza.
Anche se ai magistrati non sembra che Fiorani abbia ancora imboccato la via di una completa collaborazione, dalle dichiarazioni rese da indagati e testimoni (come quelle, per ora secretate, di Boni e dell'agente di borsa Bruno Bertagnoli), continuano ad aprirsi spunti investigativi. E la procura non intende trascurarli.
A partire dai tentativi di scalata a Bnl e Rcs Mediagroup che hanno movimentato l'estate della finanza italiana, per andare a ritroso fin dove non cade la mannaia della prescrizione, attraverso il grande affare Telecom e le operazioni su titoli come Kamps o Autostrade.
Certe speculazioni appaiono troppo frequenti, facili, azzeccate. Praticamente a colpo sicuro. Seguendo il filo della tentata scalata ad Antonveneta non si arriva al bandolo della matassa, ma a una ingarbugliata e tentacolare rete di businessmen, banchieri, giocatori di borsa e uomini politici, pronti a tutto in nome di guadagni facili. Su di loro si concentra ora l'attenzione. Dopo l'intero gruppo dirigente di Bpi, i prestanome lodigiani, i clienti privilegiati bresciani e i compagni di scalate romani e bolognesi, sono questi nuovi nomi a finire nel mirino della procura, che sembra procedere senza concedersi neanche il tempo necessario per studiare a fondo carte sequestrate e verbali di interrogatorio. Un ritmo che non sarà spezzato neanche dall'arrivo degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Roberto Castelli dopo la pubblicazione delle intercettazioni tra il leader dei Ds Piero Fassino e Consorte che ha fatto aprire anche a Milano un'inchiesta per violazione del segreto d'ufficio.
RAFFICA DI REATI PER BONI E FIORANI
Tutte le accuse contro la coppia che guidava la Banca popolare italiana
Gianpiero Fiorani e Gianfranco Boni sono nel mirino della procura di Milano per il reato di associazione per delinquere (articolo 416 Codice penale) finalizzata ad abusare di informazioni privilegiate e a manipolare il mercato (i cosiddetti insider trading e aggiotaggio, previsti dagli articoli 184 e 185 Testo unico della finanza), a ostacolare l'esercizio delle azioni di vigilanza della Consob (articolo 2638 Codice civile), erogare finanziamenti a società di cui loro stessi sono soci occulti o a loro prestanome (articolo 136 Testo unico in materia bancaria o creditizia). Oltre che per riciclaggio (articolo 648 Codice penale) e appropriazione indebita (articolo 646 Codice penale) continuati (articolo 81 Codice penale) e aggravati (articolo 61 Codice penale).
Accanto ai loro nomi, iscritti nel registro degli indagati dal 17 maggio 2005, si sarebbe aggiunto in questi giorni il reato di truffa ai danni dello Stato (articolo 640 Codice penale).
Fiorani è inoltre indagato a Roma dal 12 luglio per falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo all'attività di vigilanza, nell'ambito delle inchieste su Antonveneta, Bnl e Rcs, che il pm Achille Toro ha appena lasciato dopo essere stato indagato per violazione di segreto d'ufficio. La stessa procura capitolina il 12 dicembre scorso aveva chiesto il rinvio a giudizio di Fiorani per il crac Parmalat.
Dagospia 04 Gennaio 2006
Bancopoli si allarga e si approfondisce. Non solo altri insospettabili del mondo della finanza finiscono nel registro degli indagati della procura di Milano (sono circa 80 i nomi iscritti), ma nuovi reati vengono contestati a chi è già in carcere.
Oltre ad appropriazione indebita, riciclaggio, manipolazioni del mercato, associazione per delinquere, a Gianpiero Fiorani e al suo braccio destro Gianfranco Boni, entrambi rinchiusi a San Vittore dal 13 dicembre, viene addebitata la truffa ai danni dello Stato. Dopo aver concertato scalate, organizzato speculazioni illecite e prelevato i risparmi dai conti dei correntisti morti, secondo le accuse i due grandi manovratori della banca lodigiana avrebbero forzato il sistema informatico della Popolare italiana trattenendo le imposte sui capital gain che avrebbero dovuto versare a nome dei loro clienti. Un giochetto facile che, per quanto è stato finora accertato dagli inquirenti avrebbe portato a Fiorani e Boni un gruzzolo extrabilancio di circa 3,5 milioni di euro.
Erano stati gli ispettori della Banca d'Italia, circa due settimane fa, a segnalare l'ennesima anomalia. Gli esperti di via Nazionale avevano notato che in Bpi non quadravano i conti sulle imposte versate per i capital gain, in particolare quelle relative alle plusvalenze ottenute da Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, ex numero uno e due dell'Unipol. Ogni banca infatti si comporta da sostituto d'imposta: preleva e versa su un «conto erario» quanto dovuto dai clienti a cui è intestato un dossier titoli, grazie anche all'aiuto di un sistema informatico che calcola l'importo della tassa da versare allo Stato per ciascuna operazione. Ebbene, dagli estratti conto di Consorte e Sacchetti che la Guardia di finanza ha monitorato, risultavano stornate le cifre che i due uomini al vertice dell'Unipol avrebbero dovuto pagare in imposte sui guadagni ottenuti grazie alle operazioni finanziarie di successo compiute su conti Bpi: 3,6 milioni di euro. Boni, ex direttore generale della banca lodigiana, e Fiorani, amministratore delegato, avrebbero, secondo l'ipotesi degli investigatori, forzato il sistema di «back office» del conto erario riuscendo a far risultare che, per quelle stesse operazioni, allo Stato erano dovuti appena 20 mila euro (effettivamente versati).
È questo uno dei numerosi episodi su cui i pm Greco e Fusco hanno chiesto chiarimenti ai due arrestati nei lunghi interrogatori a San Vittore fra Natale e Capodanno. Di fronte all'ampiezza degli elementi raccolti dalla Guardia di finanza non sembra che Fiorani e Boni abbiano avuto molto spazio per negare.
Resta da accertare se la stessa procedura, di cui Consorte e Sacchetti si sono detti vittime inconsapevoli, ha riguardato le imposte sulle plusvalenze maturate dal finanziere bresciano Emilio Gnutti e dagli altri clienti privilegiati della Bpi, che in qualche caso potrebbero essere tornate nelle tasche dei compagni di scalata grazie a prestanome, conti esteri o passaggi di denaro illeciti che devono ancora essere individuati.
L'inchiesta, intanto, continua ad allargarsi e la mattina del 31 dicembre, quando già le vacanze degli investigatori erano state rimandate più volte, è stata necessaria una ulteriore riunione nell'ufficio del procuratore aggiunto Francesco Greco. Erano presenti il pm Eugenio Fusco (titolare dell'inchiesta assieme a Giulia Perrotti), gli ufficiali del nucleo provinciale della Guardia di finanza di Milano, quelli del nucleo speciale di polizia valutaria e il responsabile della polizia giudiziaria. Obiettivo, valutare l'iscrizione di altri nomi e altri reati nel registro degli indagati. In quell'occasione è stato definito anche l'allargamento della squadra: per non tralasciare nessuno degli spunti investigativi che emergono a mano a mano che si scoperchia il pentolone della Bpi, nel pool milanese che si occupa di reati finanziari sono stati arruolati tre magistrati: Sergio Spadaro, Gaetano Ruta e Carlo Nocerino (al fianco di Greco pure nel caso Parmalat), se non altro per liberare i pm coinvolti nell'inchiesta Antonveneta-Bpi da altri fascicoli, come quello Bipop Carire appena arrivato da Brescia e quello sul caso Parmalat ereditato da Monza.
Anche se ai magistrati non sembra che Fiorani abbia ancora imboccato la via di una completa collaborazione, dalle dichiarazioni rese da indagati e testimoni (come quelle, per ora secretate, di Boni e dell'agente di borsa Bruno Bertagnoli), continuano ad aprirsi spunti investigativi. E la procura non intende trascurarli.
A partire dai tentativi di scalata a Bnl e Rcs Mediagroup che hanno movimentato l'estate della finanza italiana, per andare a ritroso fin dove non cade la mannaia della prescrizione, attraverso il grande affare Telecom e le operazioni su titoli come Kamps o Autostrade.
Certe speculazioni appaiono troppo frequenti, facili, azzeccate. Praticamente a colpo sicuro. Seguendo il filo della tentata scalata ad Antonveneta non si arriva al bandolo della matassa, ma a una ingarbugliata e tentacolare rete di businessmen, banchieri, giocatori di borsa e uomini politici, pronti a tutto in nome di guadagni facili. Su di loro si concentra ora l'attenzione. Dopo l'intero gruppo dirigente di Bpi, i prestanome lodigiani, i clienti privilegiati bresciani e i compagni di scalate romani e bolognesi, sono questi nuovi nomi a finire nel mirino della procura, che sembra procedere senza concedersi neanche il tempo necessario per studiare a fondo carte sequestrate e verbali di interrogatorio. Un ritmo che non sarà spezzato neanche dall'arrivo degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Roberto Castelli dopo la pubblicazione delle intercettazioni tra il leader dei Ds Piero Fassino e Consorte che ha fatto aprire anche a Milano un'inchiesta per violazione del segreto d'ufficio.
RAFFICA DI REATI PER BONI E FIORANI
Tutte le accuse contro la coppia che guidava la Banca popolare italiana
Gianpiero Fiorani e Gianfranco Boni sono nel mirino della procura di Milano per il reato di associazione per delinquere (articolo 416 Codice penale) finalizzata ad abusare di informazioni privilegiate e a manipolare il mercato (i cosiddetti insider trading e aggiotaggio, previsti dagli articoli 184 e 185 Testo unico della finanza), a ostacolare l'esercizio delle azioni di vigilanza della Consob (articolo 2638 Codice civile), erogare finanziamenti a società di cui loro stessi sono soci occulti o a loro prestanome (articolo 136 Testo unico in materia bancaria o creditizia). Oltre che per riciclaggio (articolo 648 Codice penale) e appropriazione indebita (articolo 646 Codice penale) continuati (articolo 81 Codice penale) e aggravati (articolo 61 Codice penale).
Accanto ai loro nomi, iscritti nel registro degli indagati dal 17 maggio 2005, si sarebbe aggiunto in questi giorni il reato di truffa ai danni dello Stato (articolo 640 Codice penale).
Fiorani è inoltre indagato a Roma dal 12 luglio per falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo all'attività di vigilanza, nell'ambito delle inchieste su Antonveneta, Bnl e Rcs, che il pm Achille Toro ha appena lasciato dopo essere stato indagato per violazione di segreto d'ufficio. La stessa procura capitolina il 12 dicembre scorso aveva chiesto il rinvio a giudizio di Fiorani per il crac Parmalat.
Dagospia 04 Gennaio 2006