I CAPODANNATI - I SOLDATINI DI PIOMBO DEL CAPITALISMO ITALIANO
DA ABETE A VALORI, L'ALFABETO DELLA PENISOLA DEI FAMOSI
I 40 UOMINI CHE CREDONO DI GOVERNARE LA POLITICA E LA FINANZA

1 - ABETE LUIGI
Ha tremato, ha sudato e alla fine è dimagrito. Per Luigino Abete, esponente della "lobbycontinua" romana, il 2006 è stato un anno in salita. La scalata dei francesi di Bnp Paribas ha rischiato di farlo saltare dalla poltrona di presidente della banca di via Veneto. Solo dopo che i francesi gli hanno chiesto di rimanere al vertice dell'Istituto, Luigino ha tirato un sospiro di sollievo. Al ruolo di banchiere si è affezionato e gli piace quel compenso da un miliardo di vecchie lire che rappresenta una ragione di tranquillità. Alle sue spalle c'è un'esperienza di piccolo imprenditore che ha ereditato dal padre Antonio una tipografia privilegiata nella stampa dei biglietti per le Ferrovie. Ha studiato al liceo Massimo (lo stesso di Mario Draghi e di Luchino di Montezemolo) e dei Gesuiti conserva i tratti e la falsa modestia. Oltre alla carica di presidente di Bnl, è presidente dell'Unione Industriali di Roma, una poltrona alla quale dedica scarsa attenzione. Ciò che gli interessa è soprattutto la politica e la cordata che lo vede legato al giro di Dieguito Della Valle, Franco Bassanini e WalterEgo Veltroni. Il sogno della sua vita è quello di arrivare in Campidoglio. Dovrà aspettare.

2 - ARPE MATTEO
L'inventore della fisiognomica Kaspar Lavater, avrebbe potuto scrivere su quest'uomo un trattatello divertente. Matteo Arpe (per gli amici Matteuccio) appartiene infatti a quella categoria di persone che per i tratti somatici restano ragazzi durante tutta la vita. E' il più giovane banchiere italiano (42 anni) ma la convivenza con Cesarone Geronzi e con le grandi partite della finanza lo ha incallito. Il 2006 non è stata una passeggiata per l'amministratore delegato di Capitalia che si è laureato alla Bocconi nell'87 e ha bevuto il latte di Mediobanca fino al 2000. Matteuccio si è trovato a dover fare i conti con vicende impreviste quale l'interdizione di Geronzi dall'esercizio della presidenza, e ha cercato di difendere il lavoro di questi anni. La fusione tra BancaIntesa e SanPaolo è caduta come un fulmine a ciel sereno e in quei giorni difficili ha cercato di difendersi come meglio poteva. Qualcuno ha sussurrato che fornicasse con i soci olandesi di Abn Amro, ma le voci sono rientrate di colpo quando Cesarone Geronzi è ritornato sulla plancia di comando. Tra i due si è giocata nel 2006 una partita freudiana: il grande vecchio non ha perso smalto e visione strategica; l'eterno giovane ha messo sul piatto il valore patrimoniale della banca che ha rivoltato come un guanto. Tra una partita di calcetto e un weekend nell'alto Lazio con il suo amico Puri Negri, Matteo Arpe cerca di capire il suo futuro. Sembra che la sua frase preferita sia: "the game is over", il gioco è chiuso. In realtà è più aperto che mai.

3 - BAZOLI GIOVANNI
Gli aggettivi si sprecano: è il Picasso della finanza, il Mozart dell'economia, il Cuccia-bianco della cattolica provincia bresciana dove la Dc non tramonta mai. Chi più ne ha più ne mette per definire Abramo-Bazoli, mistico, ieratico, grande tessitore di strategie. Per questo avvocato che fu chiamato all'inizio degli anni '80 a risanare il Banco Ambrosiano dopo la P2, è stato un anno di grande fulgore. La mossa vincente l'ha fatta nel mese di agosto dopo aver ricevuto da Cesare Geronzi uno schiaffo d'orgoglio. Alla mancata fusione con Capitalia, che il bresciano pensava di incorporare dentro BancaIntesa, è seguito il banchetto della Sant'Intesa. Mentre gli uomini della finanza stavano con il piede a mollo nelle acque della Sardegna, Bazoli ha preso a dialogare con il massiccio Enrico Salza e lo ha convinto a portare il SanPaolo, più bella banca italiana, in bocca a BancaIntesa. I lavoretti di contorno sono stati affidati ad Alfonso Iozzo e a Corrado Passera, ma il capolavoro l'ha fatto lui creando d'un sol colpo la prima banca italiana. L'uomo è furbo e dietro il profilo biblico nasconde la convinzione di essere il più intelligente d'Italia. Etica e mercato, religione e politica: sono questi i territori nei quali si muove con disinvoltura considerando Prodi una sua invenzione. Con falsa umiltà ha dichiarato in ottobre che "non è più tempo di leader fuori dai partiti". La frecciata era indirizzata a Berlusconi e a quelli come Luchino di Montezemolo e Mario Monti che pensano di sacrificarsi per la politica. In realtà Abramo-Bazoli è convinto che un leader fuori dai partiti ci sarebbe. E' nato a Brescia, ha 74 anni ed è stato amico di Papa Montini.

4 - BENETTON ALESSANDRO
Ha aspettato a lungo, troppo, adesso è arrivato il suo momento. Per l'erede dei fratelli Benetton il 2007 sarà l'anno della sfida. Si è scaldato i muscoli a bordo campo per troppi anni; ha giocato con la Formula1 e ha messo al mondo i figli con Deborah Compagnoni. Gli esami sono finiti e per questo 42enne dorato che assomiglia a John John Kennedy è l'appuntamento della verità. Il padre Luciano gli ha passato il testimone alla testa della Holding di famiglia, e lo zio Gilberto si sta ancora leccando le ferite per il modo disastroso con cui ha gestito la vicenda Autostrade-Abertis. Quello dei Benetton è diventato un impero che dai gomitoli di lana è passato alle utilities con enormi plusvalenze. Il disegno industriale non è chiaro e il mondo politico guarda questa famiglia di Treviso con una certa diffidenza. Hanno i piedi in troppe scarpe, hanno le tasche che grondano di denari: dove vogliono arrivare? La risposta dovrà darla John John Benetton.

5 - BERNABÈ FRANCO
Il suo nome salta fuori quando si libera una poltrona ed è un po' triste vederlo associato al mercatino del sottogoverno. Franchino non ama i riflettori e da quando ha lasciato l'Eni e TelecomItalia, ha fatto una scelta di vita diversa. Gli piace l'estero, gli piace la Cina dove è entrato nel board della prima compagnia petrolifera, gli piace la banca (soprattutto la Rothshild che lo ha preso come vicepresidente per l'Europa). Ha tentato di mettere in piedi un'attività privata nel mondo Internet che finora non gli ha dato grandi soddisfazioni economiche, ma il mondo Fiat e il giro di Palazzo Chigi lo considerano una riserva preziosa. Prima o poi risorgerà.

6 - BOERI TITO
Lo chiamano il Tom Cruise della Bocconi per il volto da ragazzino e il sorriso con cui accompagna le stilettate intellettuali. Gli piace bacchettare gli sprechi della pubblica amministrazione, le arretratezze del sistema creditizio, e il riformismo mancato del suo collega economista Tommaso Padoa-Scoppia. Ma la vera missione impossibile di Tito Boeri, l'economista 48enne professore della Bocconi (la madre di tutti i sapientoni), resta l'atteso salto di qualità della sua creatura multimediale: il sito internet LaVoce.info al quale da quattro anni dedica gran parte delle sue fatiche. Nel corso del 2006 il portale, divenuto il salotto dell¹intellighenzia riformista italiana, è stato visitato da 2 milioni di persone con una media di 9mila contatti al giorno e 12 milioni di pagine scaricate. Ma per rafforzare la redazione servono oggi altri 75mila euro, che Boeri intende raccogliere attraverso la nuova campagna di sottoscrizione lanciata sul sito. La strada è lunga perché in due settimane sono entrati nelle tasche de LaVoce.info solo 2.500 euro, ma l'economista che indossa il girocollo con la disinvoltura del Grande Gatsby, non si scompone e conta di riscuotere presto un sostanzioso premio in termini di immagine con la nuova edizione del Festival di Trento, dedicata al tema "Capitale umano, capitale sociale". L'evento, che si terrà dal 31 maggio al 3 giugno 2007, si è già assicurato la presenza del premio Nobel Gary Becker. Un gioco da ragazzi per il Tom Cruise della Bocconi.

7 - BRAGGIOTTI GERARDO
Non chiamatelo Braggiottino, perchè si offende. Ha 53 anni, un curriculum di prim'ordine e una rete di relazioni internazionali che vanno dalla City a Wall Street. Per l'ex-numero uno di Lazard il 2006 è stato l'anno dei pantaloni lunghi che ha mostrato costruendosi la sua banca. L'ex-rampollo d'arte, figlio di Enrico già presidente di Comit e consigliere di Mediobanca, ha messo in piedi qualcosa di più di una boutique finanziaria. Banca Leonardo è il sogno della sua vita che lo ha portato a occupare il 48esimo posto nella lista dei 100 uomini più influenti del capitalismo europeo. E' nato a Casablanca e nello sguardo severo conserva i tratti dei marocchini incazzati. A Milano dicono che se la tira in maniera spaventosa, ma a Torino è stimato e ben voluto. Grazie ai suoi buoni uffici la Sacra Famiglia degli Agnelli ha messo al sicuro il controllo della Fiat. Poca vita mondana, amici selezionati e un'irrefrenabile vocazione da primo violino. Nel suo dna c'è la stessa cultura severa di Matteo Arpe e Alberto Nagel, gli uomini con i quali è cresciuto a fianco di Cuccia e di Maranghi. Se ne parlerà ancora.

8 - CARDIA LAMBERTO
Nella galleria dei gran commis di Stato occupa un posto di primo piano. Il magistrato di Tivoli dal 2003 è presidente della Consob, ma si porta sulle spalle un curriculum invidiabile. Dopo la laurea in Giurisprudenza all'Università di Roma nel '58 è diventato magistrato della Corte dei Conti, poi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Dini. E' sulla breccia da decenni e non c'è politico della Prima Repubblica che non lo abbia conosciuto e utilizzato. Il vero "padrino" di Cardia è sempre stato Giulio Andreotti, l'ombelico italiano del potere. Qualcuno lo ricorda accanto a Moro e al ministro dell'Agricoltura, Umberto Delle Fave, quello che un giorno alla Festa della Montagna pronunciò davanti a centinaia di studenti la celebre frase: "cari ragazzi, quando tra pochi anni queste piante saranno secolari...". Cardia ha dato una sferzata alla Consob che nel 2006 è entrata di punta nelle vicende più importanti della finanza italiana. A nominarlo in via Isonzo è stato Berlusconi, ma a dispetto delle voci che sono corse a dicembre su una possibile sostituzione, anche Prodi gli ha riconfermato la fiducia.

9 - CATANIA ELIO
Per questo ingegnere elettronico che si chiama Catania ed è nato a Catania il 5 giugno 1946, è stato un anno da dimenticare. Non solo ha perso la carica di presidente e amministratore delegato delle Ferrovie, ma è diventato il simbolo dei neoboiardi che prima di essere liquidati ricevono un pacco di milioni. Quando arrivò nel palazzo-obitorio di Porta Pia, Catania fece l'elogio della cultura dell'efficientamento, un concetto raccapricciante che secondo la sua visione da ex-uomo Ibm avrebbe dovuto portare a "un'attenzione ossessiva per il cliente". Forse l'attenzione per il cliente è stata così esagerata da fargli dimenticare i bilanci dell'azienda sui quali è caduta la scure della politica. Senza tanti complimenti il Governo dell'Unione lo ha mandato a casa mettendogli in tasca 7 milioni di euro. Quando è uscito dalle Ferrovie si è trascinato un mare di polemiche per gli appalti che i suoi fedelissimi avevano assegnato (senza gara) all'Ibm, il primo amore della sua vita professionale.

10 - CELLI PIER LUIGI
Dopo una brutta parentesi per malattia, i neuroni di Pier Luigi Celli hanno ripreso a girare vorticosamente. Il colpo d'ala del manager di Verrucchio (provincia di Rimini) è stato nel 2006 la pubblicazione del libro "Un anno nella vita". L'ha pubblicato l'editore Sellerio ed è un libretto pieno di ragionamenti sensati che fanno pelo e contropelo ai luoghi comuni della cultura aziendale. All'attività di scrittore il 64enne ex-direttore generale della Rai (dalla quale si divise con tre righe secche nel febbraio 2001) ha aggiunto una voglia irrefrenabile di rilanciare la Luiss, l'università di Confindustria. Il giochino accademico gli piace e gli fa dimenticare esperienze come quella al vertice di Ipse che hanno rappresentato una parentesi poco gratificante. Nel panorama dei manager italiani resta una delle poche teste pensanti.

11 - CIMOLI GIANCARLO
Più che un uomo è un paradosso. La sua resistenza e l'attaccamento alla poltrona sono di tipo marmoreo come di marmo è il panorama di Filizzano, la località di Massa Carrara dove questo ingegnere chimico è nato nel dicembre del 1939. Dopo essersi laureato al Politecnico di Milano con il premio Nobel Giulio Natta, Cimoli ha fatto una lunga carriera nella chimica e nel '96 è stato chiamato da Prodi a dirigere le Ferrovie dello Stato. Secondo la ricostruzione del giornalista di "Repubblica" Marco Panara, in quell'epoca nessuno conosceva il suo nome. A tirarlo fuori sarebbe stato Guido Rossi che ne parlò con Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro. Da quel momento il sodalizio con Carletto è diventato di ferro e il manager riesce nel maggio del 2004 ad acciuffare la poltrona dell'Alitalia. Qui comincia il suo irresistibile declino. Prima di lui c'erano stati 13 amministratori delegati ma nessuno (a parte il fuggevole Zanichelli) è riuscito a tirarsi addosso tante polemiche. L'assenza di un piano industriale e la presenza al suo fianco di una corte affollata di belle donne, gli ha letteralmente distrutto l'immagine. Adesso il Governo sta decidendo sulla privatizzazione della Compagnia e l'esito della trattativa sarà decisivo per la sua sorte. "Comprereste un aereo usato da Cimoli?". La risposta è scontata.

12 - CIPOLLETTA INNOCENZO
Per l'economista romano il 2006 è stato un anno fortunato. Da quando ha deciso di non perdere più tempo a scrivere i discorsi per Luchino di Montezemolo, ha imboccato di corsa la strada del sottogoverno ed è salito sul treno delle Ferrovie. L'entità dello stipendio che percepisce dall'azienda non si conosce, ma è sicuramente inferiore a quella del suo predecessore Elio Catania. Di gran lunga superiore è invece l'abilità a muoversi nel Palazzo e a raccogliere i frutti delle fatiche trascorse sui libri. Con l'amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti è riuscito a stabilire una certa convivenza, e con il mondo di Confindustria conserva un rapporto solido in qualità di presidente della casa editrice del "Sole 24 Ore". Nel giugno scorso ha organizzato con successo il Festival dell'Economia che si è svolto a Trento, un'iniziativa che sarà replicata nel 2007, e che dovrebbe consentirgli di conservare il profilo di fine economista. In realtà il suo pensiero si è un po' arrugginito perchè ha perso la voglia di scrivere. Ha perso anche la carica di presidente di Ubs Corporate Finance Italia, ma il naso lungo e la testa fine lo candidano a navigare senza timore nel mare della politica.

13 - COLAO VITTORIO
Da un lato la scuola degli alpini e il servizio come ufficiale nell'Arma dei Carabinieri; dall'altro, la laurea alla Bocconi (la madre di tutti i sapientoni), il master ad Harvard e la militanza McKinsey. Due volti dello stesso uomo che ha gestito il "Corriere della Sera" facendo affidamento sulle sue doti: la cultura dell'efficienza targata McKinsey con i manager e un'intransigenza quasi militare con i giornalisti. Un atteggiamento che ha tenuto fino all'estate scorsa, quando, complici la mancata acquisizione della francese Emap (conclusa invece dalla Mondadori) e i bassi margini di profitto della Casa editrice, Colao Meravigliao è stato sfiduciato dagli azionisti di Rcs Mediagroup e costretto a lasciare la carica di amministratore delegato. Per tutta risposta, il 45enne manager bresciano è tornato agli antichi amori. Dopo aver detto addio agli open space di via Solferino (tanto odiati dai giornalisti che non ha mai amato) Colao Meravigliao ha preso un aereo per Londra dove ad attenderlo c'era la poltrona di vicepresidente di Vodafone, il suo grande amore professionale. Gli resta il ricordo di un mondo che non ha capito come è quello dell'editoria, dove ha scoperto anche il brivido di un "baco informatico" dentro il computer.

14 - CONTI FULVIO
E' a capo di un impero, ma nessuno se ne accorge. Fulvio Conti, il manager romano 59enne che guida l'Enel, non riesce a diventare un leader. Eppure la sua carriera tra Londra, Bruxelles e New York, è ricca di esperienze. Ha lavorato nel petrolio e nella chimica, nelle ferrovie e nei telefoni, finché non è approdato come direttore finanziario all'Enel dove avrebbe dovuto esplodere. Gli è esplosa in mano un'operazione che sin dall'inizio sembrava velleitaria e puntava a conquistare le roccaforti elettriche dei francesi. In un batter d'occhio a Parigi Suez e Gaz de France si sono sposate lasciando Conti sulle rive della Senna. Ha una voce baritonale, ma gli manca il carisma per arrivare alla Scala.

15 - COPPOLA DANILO
Il suo nome è balzato alle cronache nel 2005 tra i "furbetti del quartierino", poi l'immobiliarista romano ha scelto il profilo basso e un look più discreto. Si è tagliato i capelli cotonati che lo facevano somigliare a un torero spagnolo e si è dedicato interamente agli affari. Con le plusvalenze guadagnate attraverso la cessione ai francesi della sua partecipazione in Bnl ha rafforzato l'impero delle costruzioni che il padre Paolo aveva cominciato a costruire nella zona Sud di Roma. Il "Sole 24 Ore" ha cercato con un paio di articoli di metterlo al tappeto e lo ha definito "il ragazzo di periferia dal grilletto facile". Coppola non si è fatto impressionare da queste insinuazioni; ha preso l'aereo ed è andato a sedersi davanti alla scrivania del direttore Ferruccio De Bortoli per raccontare la sua storia. Da quel momento il giornale di Confindustria ha smesso di sparargli addosso, ma il 39enne finanziere ha capito l'importanza della carta stampata. Ed eccolo mettere le mani in autunno sul Gruppo "Perlafinanza" che pubblica il quotidiano "Finanza&Mercati" e altre testate specializzate. Una volta entrato dentro i conti della casa editrice Coppola si è messo le mani nei capelli. Resta misteriosa la ragione per cui il giovane immobiliarista abbia deciso di fare il salto nella carta stampata. E c'è chi dice che sia la testa di ponte del suo amico costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone.

16 - DAL PINO PAOLO
Non deve essere facile mantenere solidi rapporti con un presidente come il faraone Sawiris di Wind che inchioda per ore i manager intorno a un tavolo e si ferma soltanto per la preghiera in direzione della Mecca. Una sfida che Paolo Dal Pino ha saputo vincere, raccogliendo sulle sue spalle anche la pesante eredità di Tommaso Pompei. Nato a Milano il 26 giugno del 1962, il manager che ha inventato Kataweb, è riuscito a imprimere la sua impronta dentro Wind, rilanciando la società dopo una difficile transizione. Un cammino lungo il quale Dal Pino ha dovuto mettere in campo tutta l'esperienza maturata nella ristrutturazione di Seat Pagine Gialle, nella gestione delle attività sudamericane di Telecom, fino al debutto su internet delle attività editoriali del Gruppo "L'Espresso".

17 - DE BENEDETTI CARLO
Non è stato un anno brillante per l'Ingegnere che è sempre considerato un protagonista dell'economia e della finanza. Nel 2005 aveva agitato le acque con una clamorosa intervista sull'Avvocato in cui aveva espresso giudizi poco generosi. A luglio dello stesso anno si era incontrato a lume di candela con Berlusconi per un abbraccio anomalo che aveva fatto gridare a una nuova "Yalta". L'idea al centro della tavola imbandita da Gianni Letta in via della Camilluccia, era quella di costruire una scatola salvaimprese. Sempre nel 2005 aveva concesso al "Corriere della Sera" un'intervista politica in cui definiva Prodi "amministratore straordinario" e assegnava a Rutelli e Veltroni la costruzione del futuro. Dopo questa sortita clamorosa che spalancava le porte a un'era kennediana De Benedetti è sparito dalla scena. La società salvaimprese nella quale ha imbarcato come soci Goldman Sachs e Dieguito Della Valle, ha fatto soltanto un'operazione e si è tirata fuori da qualsiasi ipotesi di salvataggio dell'Alitalia. L'Ingegnere ha un figlio Rodolfo che porta avanti con bravura le attività finanziarie, mentre l'altro figlio, Marco, ha lasciato Telecom con la rabbia in corpo e con il desiderio di fare entrare il fondo americano Carlyle in qualche spezzatino telefonico. Le soddisfazioni migliori gli arrivano dalla corazzata della "Repubblica" e dell'"Espresso" mentre tiene ben nascosta la tessera del nuovo Partito Democratico.

18 - DELLA VALLE DIEGO
Se lo ricorderà per anni quel 18 marzo 2006 quando a Vicenza il Cavaliere di Arcore gli fece scendere il sangue dal cervello alle scarpe. Per Dieguito Della Valle l'attacco a freddo del Cavaliere è stato una botta micidiale. Dopo quell'Assemblea di industrialotti incazzati Dieguito si è dimesso dal direttivo di Confindustria "per avere le mani libere e per non coinvolgere Luca". E' l'inizio di una parabola in discesa che ha visto lo scarparo marchigiano ripiegare sui propri affari senza straparlare di politica come aveva fatto con disinvoltura. L'ultima esternazione risale al mese di aprile quando in un'intervista al "Corriere della Sera" parla di un esecutivo di tecnici pilotato da Mario Monti e fa l'elenco dei giovani 40enni che da destra e da sinistra potrebbero rappresentare il futuro dell'Italia. Dentro ci infila tutti: Enrico Letta, Rutelli, Melandri, Veltroni, Alemanno, Urso, Prestigiacomo e soprattutto il suo amico fraterno Clemente Mastella. Poi conclude con una strizzatina d'occhio a Casini "futuro leader di garanzia". Da quel momento tace e se non fosse per Calciopoli di lui si sarebbero perse le tracce. Rispunta fuori nel mese di agosto per un attacco a Guido Rossi che accusa di senescenza e di incompetenza. Un anno disastroso per Mr Tod's che non riesce a rimettere fuori la testa e lega le sue speranze al futuro dell'amico Luchino di Montezemolo. Per gli imprenditori è diventato un "signor nessuno". Per i Giovani Industriali era un mito che aveva avuto il coraggio di attaccare i furbetti, i lanzichenecchi e il pio-Governatore Fazio. L'unica mossa buona del 2006 è stata di riportare in Italia dal Lussemburgo la holding che controlla le sue società.

19 - DRAGHI MARIO
È passato esattamente un anno dalla nomina alla guida della Banca d'Italia. Il 30 dicembre 2005 il neo-Governatore salì al Quirinale per essere ricevuto da Carlo Azeglio Ciampi che ne aveva appena ratificato la nomina. Da allora sono passati 365 giorni, caratterizzati da una forte discontinuità rispetto al passato (soprattutto quello recente segnato dalle inopportune ingerenze nel sistema finanziario del pio-Governatore, Antonio Fazio). Nato a Roma nel 1947 e svezzato (insieme a Luchino di Montezemolo e Luigino Abete) dai gesuiti del Liceo Massimo, Draghi si forma nel mondo anglosassone dove arriva a ricoprire la carica di vicepresidente di Goldman Sachs, la ricca banca d'affari ribattezzata Golden Sachs ("Sacchi" d'oro). Nella casa vicino ad Harrod's ha vissuto i suoi anni più intensi fino a tornare in Italia per la sfida più difficile. Nel suo primo anno il Governatore, che ha un carattere riservato e si nutre di barrette termiche, è sfuggito ai riflettori, ma tutti hanno capito che qualunque mossa del risiko bancario deve passare dal suo tavolo. E sono in molti a pensare che quest'uomo dall'aria gelida sia una "riserva" per la Repubblica.

20 - ELKANN JOHN
C'è una frase dell'economista Milton Friedman che suona nelle orecchie del 31enne Jaki come un tormentone: "la gioventù è una malattia da cui tutti guariscono". Lui vorrebbe guarire da questa malattia, ma dovrà aspettare ancora prima di diventare presidente della Fiat. Gli nuoce quell'aria da eterno ragazzo che si porta addosso con leggerezza ed eleganza. E' nato a New York, conosce le lingue alla perfezione, ha vissuto in Inghilterra e in Brasile, ha frequentato il liceo Victor Duruy di Parigi, e ha una sfrenata passione per Internet. La madre Margherita, pittrice e poetessa, lo ha costretto a leggere i capolavori di Balzac e a sopportare con pazienza le imprevedibili trasgressioni del fratello Lapo. Quando parla in pubblico appare incerto e privo dello spessore di un grande manager. Nella Sacra Famiglia degli Agnelli l'hanno messo sotto tutela di Luigi Gabetti il quale ha dichiarato poco prima di Natale che il "ragazzo" diventerà presidente soltanto nel 2008. La sua poltrona è occupata da Luchino di Montezemolo che ha una gran voglia di fare il "salvatore della Patria" nel Grande Centro. Se il quadro politico dovesse precipitare, il principino cosmopolita potrebbe approdare finalmente sulla poltrona del nonno.

21 - GALATERI DI GENOLA GABRIELE
È presidente di Mediobanca dall'aprile del 2003, quando l'Avvocato lo indica come la persona adatta per sedere sulla poltrona più comoda del salotto buono della finanza italiana. Ma, nonostante la frenetica vita milanese, lui resta un piemontese di razza. Figlio di un alto ufficiale dell'esercito, il banchiere 59enne si è laureato in legge e ha conseguito un master in Business Administration alla Columbia University di New York. Schivo e poco amante della mondanità, ai salotti preferisce le ampie sale del suo tranquillo castello nella campagna cuneese o la spiaggia ligure di Varigotti. La sua vita è da sempre segnata dal rapporto con la Sacra Famiglia degli Agnelli dai quali viene nominato nel 1993 direttore generale dell'Ifil e dell'Ifi, le due casseforti di famiglia. Con molta umiltà, una volta arrivato ai vertici dell'azienda, confessa: "non sono un manager industriale, non è di me che ha bisogno la Fiat". Un atto da gentiluomo che gli vale la prestigiosa poltrona di Mediobanca. Su questa poltrona ha governato per 50 anni Enrico Cuccia e il paragone con Galateri è davvero difficile. Nel 2007 dovrà tenere a bada le smanie del direttore generale Alberto Nagel e prepararsi alla madre di tutte le battaglie che vedrà Mediobanca come pedina decisiva nella partita delle Generali. Lui è sereno perchè da circa un anno ha scoperto un nuovo amore femminile che insieme alle stock options gli rende la vita più facile.

22 - GENTILONI PAOLO
Ha l'aria del ragazzo per bene che non riuscirà mai a "mordere" nella politica. Bisognerà aspettare il 2012 prima di vedere il definitivo passaggio della televisione italiana al digitale terrestre. È questo solo uno dei punti più delicati di una riforma delle emittenze, che prevede l'approdo al satellite di Rete4 e di RaiTre, e che ha segnato il 2006 di questo ministro 50enne, sposato con l'architetto Emanuela Mauro. Nella Margherita gli riconoscono una competenza capillare su questi temi e lui ripaga i suoi fan con quell'aria triste e secchiona che ha conquistato lo stesso Cicciobello Rutelli. Amante della lirica e avido lettore di Montalban, Gentiloni dovrebbe massacrare il Cavaliere di Arcore, ma sulla sua strada troverà sempre quel D'Alema che verso la fine dell'anno ha ripetuto il suo elogio al "patrimonio di Mediaset".

23 - GERONZI CESARE
E' l'ultimo grande sopravvissuto della Prima Repubblica, il figlio di una famiglia "dignitosamente povera dei castelli romani" che nel 1960 ha indossato il saio della Banca d'Italia per iniziare una irresistibile carriera. Geronzi non è un uomo, è una pianta della foresta amazzonica con mille cerchi. A ogni cerchio corrisponde un'epoca della politica, un partito, un leader. Il cuore della pianta è stato per decenni Giulio Andreotti che lo ha sostenuto dai tempi in cui lavorava alla Cassa di Risparmio di Roma e che continua a dargli la sua stima. La cronaca del 2006 lo ha seguito implacabile: le avventure della Gea, le vicende Parmalat e Bagaglino, la "persecuzione" dei magistrati. Su questi capitoli Cesarone ha volato alto riducendoli a poco più di pettegolezzi. I soci del Patto di sindacato, costruito scientificamente a tavolino, gli hanno rinnovato la fiducia in Capitalia e in Mediobanca. E di fronte agli olandesi di Abn Amro, che si erano fatti prendere dalla fantasia di un'Opa, il banchiere romano ha detto semplicemente "vedo" per scoprire quattrini inesistenti. Solo Gaucci gli ha fatto saltare i nervi con le sue rozze insinuazioni. Per il resto il grande sopravvissuto della Prima Repubblica è convinto di riuscire a governare Capitalia anche a dispetto di Bazoli e di chi lo vorrebbe in mezzo al fiume. Ma il 2007 sarà l'anno della verità.



24 - GIAVAZZI FRANCESCO
"Il mio caro allievo Giavazzi", lo apostrofava per i corridoi del Mit Franco Modigliani, aggiungendo a ruota: "non sa l'economia, ma l'imparerà". Sono questi i primi passi del 57enne ingegnere bergamasco, tifoso dell'Inter e prestato con successo all'economia. Laureato al Politecnico di Milano è stato il primo in Italia, insieme a Mario Draghi, a studiare negli Stati Uniti. Erano gli anni '70 e Riccardo Faini se lo ricorda, insieme all'attuale Governatore della Banca d¹Italia, "quando mi accolsero davanti alla stazione di Boston nell'agosto del '76". Trenta anni dopo Giavazzi è il guru bocconiano, pontifex maximus del coraggio riformista che, non più tardi dell'agosto scorso, ha ingaggiato un duello all'arma bianca con il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Scoppia, cui imputava uno scarso coraggio nelle politiche correttive della spesa pubblica inserite in Finanziaria.

Per contestare le sue tesi, il ministro di Belluno ha inviato una e-mail a 93 "amici della parrocchietta" attirando a sé l'ilarità di molti e accendendo un duello paragonabile solo agli storici parapiglia tra Marlène Dietrich e Greta Garbo. Ma oggi il guru bocconiano pensa ad altro. E mentre continua a lanciare palle incatenate dalle colonne del "Corriere della Sera" in nome del coraggio riformista, è impegnato nell'organizzazione del prossimo Festival dell'Economia di Trento insieme agli amici Tito Boeri e Innocenzo Cipolletta.

25 - GUARGUAGLINI PIERFRANCESCO
E' il Comandante Supremo di Finmeccanica, un uomo tosto dal fiuto imprenditoriale che ha fatto del suo Gruppo un'armata potente. Dal 2002 è presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, un Gruppo che conosce fin dall'inizio degli anni '60 quando è entrato in Alenia. E' un grande tifoso della Juve e di Giuliano Amato con il quale ha studiato in gioventù. Le sue origini maremmane gli impediscono di parlare un inglese accettabile, ma negli Stati Uniti è riuscito a piazzare con l'aiuto di Berlusconi gli elicotteri della Casa Bianca. Guarguaglini non si accontenta di questi successi e con l'aiuto del direttore generale Giorgio Zappa, che smania dalla voglia di prendere il suo posto, colleziona commesse militari in Turchia, in Inghilterra e in altre parti del mondo. Al suo fianco c'è una generalessa dai capelli biondi che frequenta il salotto dell'Angiolillo con pellicce e brillantozzi vistosi. E' Marina Grossi, seconda moglie e capo di Selex, una perla dell'elettronica militare. L'hanno accusato di essere vicino ad Alleanza Nazionale, ma la commessa da 400 milioni di euro che Giuliano Amato gli ha affidato per il programma Tetra gli dà respiro fino al 2008 quando si rinnoveranno le cariche di Finmeccanica.

26 - MARCHIONNE SERGIO
E' l'uomo dell'anno, il salvatore della Fiat, il top manager più ammirato. Quando è arrivato a Torino alla fine di maggio del 2004 era un oggetto misterioso. Sulle spalle si portava l'origine italo-canadese e un curriculum svizzero. I nipotini di Gramsci lo vedevano entrare all'alba dentro il Lingotto e uscire a notte fonda. Ogni sabato raggiungeva la sua casa sul lago svizzero di Zug per star vicino alle due figlie e ascoltare la musica classica. C'è voluto il lancio della Grande Punto per convincere la Sacra Famiglia degli Agnelli che questo 54enne di Chieti, avrebbe potuto riportare la Fiat alle glorie del passato. L'uomo è tenace e parla senza peli sulla lingua. Ha rinnovato tutto il management della Casa Automobilistica e si è seduto alla mensa insieme agli operai di Mirafiori ("una mensa che era da barboni, alla Oliver Twist"). A Palazzo Chigi Prodi lo considera il campione del rinascimento italiano, mentre alla Cgil sono abbagliati per la sua capacità di stabilire nuove relazioni industriali. Sotto il look sbarazzino e casual, c'è l'obiettivo di arrivare entro il 2010 a 5 miliardi di utile operativo e a una produzione di quasi 3 milioni di automobili. E' l'esatto contrario di Luchino di Montezemolo: non ama l'esposizione mediatica e considera l'incidente di Lapo Elkann una porta sbarrata al rientro del giovane erede. Nell'unica intervista senza freni concessa a Paolo Madron il 20 dicembre ha rivelato le sue origini modeste. "Mio padre si chiamava Concezio, era maresciallo dei Carabinieri e la mia famiglia era molto cattolica". Una carta di identità che non ha nulla a che vedere con la Sacra Famiglia degli Agnelli che lo ritiene un vero "miracolo".

27 - MARINI FRANCO
"Ho visto la prima volta il mare durante una gita dell'Azione Cattolica; ho dato il primo calcio a un pallone tra le mura di un oratorio e ho corteggiato la prima ragazza nella mia parrocchia". Queste parole di Franco Marini danno il segno dell'imbarazzo che deve aver provato il neoeletto Presidente del Senato durante quell'abbraccio con il divo Giulio, appena sconfitto nella corsa a Palazzo Madama. "Come non potevo essere democristiano?", si sarebbe giustificato ridendo il sindacalista nato a San Pio delle Camere (provincia de L'Aquila) il 9 aprile 1933 e salito sulla poltrona della seconda carica dello Stato il 29 aprile di quest'anno. Laureato in giurisprudenza, la sua militanza politica è stata segnata dagli anni trascorsi alla Cisl, tra l'85 e il '91, dalla guida del Partito Popolare italiano, ma anche dalla carica di ministro del Lavoro, ricoperta proprio sotto il VII Governo Andreotti. La sua road map a Palazzo Madama passa attraverso le parole "dialogo" e "intesa", un equilibrio che l'ha fatto entrare nella lista dei candidati alla successione a Prodi in caso di una prematura caduta del Professore. Lui ovviamente nega e, non appena può, torna nel suo paesino da 500 anime, arrampicato sul versante sud del Gran Sasso, dove tutti lo accolgono come un vero leader. Per questo politico della vecchia razza democristiana si pronostica la presidenza del Consiglio di un governo istituzionale. Al Quirinale qualcuno lo ama.

28 - MARCEGAGLIA EMMA
"Aver fatto la cameriera a Londra mi ha insegnato un senso di umiltà che è sempre bene avere". E chissà se la modestia appresa nei trascorsi di ragazza au pair le servirà nella sfida che l'attende per il 2007: la corsa alla poltrona di presidente di Confindustria. Luchino di Montezemolo, d'altronde, ha parlato chiaro indicando lei come una possibile candidata alla sua successione, al punto che la 41enne Emma, imprenditrice dell'acciaio e vicepresidente dell'Associazione degli Industriali, sembra averlo preso sul serio. Barbara Palombelli l'ha descritta come "una bellissima ragazza cui sono toccati in sorte i bei colori del profondo Sud, capelli corvini mossi, pelle olivastra abbronzata e occhi neri tagliati all'insù". Ma, nonostante il fisico asciutto e la statura minuta, la donna è volitiva e ha risposto al caloroso attestato di stima del suo presidente smarcandosi con una finta alla Zidane. Nelle ultime settimane dell'anno ha preso ad accarezzare gli imprenditori del Nord-Est, che considerano Luchino un "comunista", e si oppongono alla quotazione in Borsa del "Sole 24 Ore". Per la Emma nazionale è una mossa sul filo del rasoio.

29 - MIELI PAOLO
Il giro di boa del 2006 Paolo Mieli non lo compie con i botti di Capodanno, ma il 28 marzo quando dalle colonne del "Corriere della Sera" lancia il suo manifesto elettorale in favore del Professore di Bologna e della coalizione di centrosinistra. All'interno dell¹articolo dal titolo "La scelta del 9 aprile" il direttore del quotidiano di via Solferino, oltre ad augurarsi la vittoria dell¹Ulivo, individua i futuri leader delle due coalizioni che si sfidano nella tornata elettorale. Francesco Rutelli, Piero Fassino, Marco Pannella, Enrico Boselli e Fausto Bertinotti da un alto; Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, dall'altro. Poche righe che racchiudono al meglio il concetto di "terzismo", coniato dallo stesso Mieli e che gli è valso l'attacco di Eugenio Scalfari: "assai labile mi appare il confine tra terzismo, opportunismo e trasformismo". Ma, nonostante il coro di critiche sollevato dall'endorsement del 9 aprile e seguito da un calo di vendite del "Corriere della Sera", il direttore, nato a Bergamo nel '49 e già alla guida della "Stampa" di Torino, continua a dettare l'agenda politica italiana e a timonare indisturbato la corazzata di via Solferino.

30 - MONTEZEMOLO LUCA
Che cosa farà da grande Luchino di Montezemolo? Questa domanda fa perdere il sonno alle ragazze di tutta Italia che Luchino ha sedotto con il suo profilo da inesauribile tombeur. La domanda però gira anche nel Palazzo perchè i segni lanciati dal presidente di Confindustria, Fiat, Ferrari, Luiss, PoltronaFrau, Fiera di Bologna e chi più ne ha più ne metta, fanno capire che questo bolognese 59enne potrebbe riservare ancora molte sorprese. Tra un anno scade il suo mandato alla testa degli imprenditori e non è uomo da stare con le mani in mano. Le mani le usa per contare i milioni di euro che gli sono arrivati dalla quotazione in Borsa di PoltronaFrau, ma le usa anche per stringere alleanze sottili e sotterranee con quel giro di quasi 60enni che prenderà il posto di Prodi e Berlusconi. L'anagrafe è a suo favore e in un asse di potere che va da Draghi a Rutelli, da Monti a Veltroni, c'è spazio anche per una discesa in campo dell'uomo più fortunato d'Italia. Il primato della fortuna, cioè di quel "Fattore C" che apparteneva a Romano Prodi, è stato conquistato con molta fatica e con qualche incertezza.

Davanti al Capo dello Stato e in altre occasioni, il povero Luchino ha commesso gaffes clamorose. Questo è il prezzo dello "stress da presidenza", una fatica micidiale che lo porta a confondere le cariche e le casacche, ma che gli rende un sacco di onori e di quattrini. Qualcuno ha già prefigurato per lui una storia parallela a quella del Cavaliere di Arcore. Fino a poco tempo fa Luchino non poteva fregiarsi del titolo di imprenditore. Dopo la quotazione in Borsa di PoltronaFrau è diventato un padrone da mille miliardi di vecchie lire (più qualche miliardo raccattato qua e là). Il suo sacrificio per la politica è atteso con ansia dalle studentesse della Luiss. Il Paese potrebbe anche farne a meno perchè di quest'uomo conosce le numerose virtù e le altrettanto numerose debolezze.

31 - MONTI MARIO
Forse avrebbe voluto fare il Governatore della Banca d¹Italia; forse gli sarebbe piaciuto essere nominato ministro della Repubblica; forse si aspettava di essere acclamato come l'uomo di riferimento del nascente Grande Centro. Ma il 2006 di Mario Monti è stato un po' diverso. Figlio di un direttore di banca e di una madre allegra e sorridente, da cui dice di non aver ripreso, il 63enne economista è stato consulente di Goldman Sachs e Commissario europeo alla Concorrenza. Discreto, amante dei toni bassi e sempre lontano dalle luci della ribalta, dice di preferire i numeri e le regole ai furori e ai sentimenti della piazza. Oggi si divide tra la carica di presidente della Bocconi (la madre di tutti i sapientoni) e l'impegno come editorialista del "Corriere della Sera". Gli piace schiaffeggiare con garbo il Governo Prodi, colpevole di averlo tenuto ai margini delle poltrone. Quando passeggia in riva al lago in compagnia dei cani si perde nel sogno di un Grande Centro dove vorrebbe recitare da protagonista.

32 - MORATTI LETIZIA
Nella storia di Milano è la prima donna a diventare sindaco. Nelle elezioni del 2006 ha raccolto il consenso delle sciure e delle truppe cammellate della Casa della Libertà. Ha il profilo di un cammeo risorgimentale che nemmeno una collana di perle preziose riesce ad animare. Gli amici la chiamano "donna Letizia di Rivombrosa" e in famiglia temono i suoi scatti d'ira. Alle spalle ha un curriculum dentro il quale hanno trovato posto esperienze nel brokeraggio, nella Rai (dove è stata nominata presidente nel 1994) e nel Governo (ministro dell'Istruzione nel 2001). Solo Rupert Murdoch è riuscito nel '98 a metterla alla porta. Adesso a Palazzo Marino si comporta da scudiero di partito e privilegia i manager di chiara provenienza politica. I milanesi la guardano con un misto di odio e di ammirazione. Molti di loro non hanno digerito la sceneggiata del 25 aprile quando ha portato il padre 85enne (medaglia d'argento al Valor Militare, deportato a Dachau) a sfilare per le strade di Milano.

33 - MORETTI MAURO
E' salito sul treno del nuovo Governo che lo ha messo a capo delle Ferrovie. Dei treni conosce tutto perchè è stato sindacalista Cgil e ha condotto battaglie furibonde contro l'Azienda di Stato. Adesso si muove in un ufficio di 300 mq, ma ogni giorno alza la scure per tagliare la testa a qualche dirigente e per mettere a posto i conti dell'Azienda. E' nato a Rimini nel 1953 e quando apre la bocca tradisce un forte accento di Romagna. E' un dalemiano di ferro che ama circondarsi di una piccola schiera fedelissima, e lavora come un matto. Vuole sapere tutto di tutti e dal palazzo-obitorio delle Ferrovie esce sempre per ultimo. Lo accusano di gestire il potere in maniera troppo solitaria, ma lui se ne frega e va avanti come un bulldozer. Ha capito che questa è l'occasione della vita e non vuole perdere il treno per le critiche e per l'invidia dei suoi predecessori.

34 - PADOA-SCHIOPPA TOMMASO
Un economista brillante. Così si diceva del professore 66enne di Belluno prima che arrivasse al Governo. Le premesse c'erano tutte perchè era stato presidente della Consob, vicedirettore della Banca d'Italia, membro della Bce e soprattutto pupillo di Carlo Azeglio Ciampi. Non è un bell'uomo: ha una chiostra di denti cavallina che trasforma il sorriso in una smorfia. Ma questi sono dettagli infimi e non è questa certamente la ragione per cui ha deluso gli italiani e i suoi colleghi di Governo. Nella gestione della Finanziaria si è perso in un labirinto di contraddizioni che hanno duramente scalfito la sua immagine. Sotto quell'aria di borghese elegante e colto, che negli ultimi anni aveva trascorso ore romantiche nei bistrot di Parigi insieme alla nuova compagna Barbara Spinelli, si è visto un vuoto di idee raccapricciante. La comunità degli economisti - capeggiata da Francesco Giavazzi - si diverte a staccargli le piume e c'è chi prevede che sullo scoglio delle riforme più importanti, Padoa-Schioppa segua le orme di Mimmo Siniscalco per tornare alle letture di Kundera nei bostrot di Parigi.

35 - PROFUMO ALESSANDRO
Il giornalista-scrittore Edmondo Berselli l'ha definito un vecchio boyscout, "il capobranco più cattivo e determinato". Qualcuno addirittura gli ha affibbiato il soprannome di "iena", ma per questo banchiere genovese di 60 anni gli aggettivi si sprecano. I giornali tedeschi lo chiamano "Alessandro il Grande" e hanno seguito con occhio vigile la marcia sulla banca tedesca Hpv che ha spalancato ad Unicredit i mercati dell'Est. Dopo questa operazione si è allargato in Austria, in Polonia e alla fine di dicembre anche in Russia. Va avanti come un panzer e con gli ingredienti di una cultura accumulata in McKinsey dove ha lavorato poco dopo la laurea alla Bocconi. Il profilo McKinsey se lo porta addosso come un abito mentale cucito con il filo dell'arroganza, ma la sua abilità è ampiamente riconosciuta. Mentre gli altri banchieri italiani come Bazoli e Geronzi si guardano a vista, Profumo ha portato la sua banca a occupare il quarto posto nell'area dell'euro. Le sue frequentazioni politiche vanno verso la sinistra di Prodi, Rutelli e D'Alema. Nelle ultime settimane del 2006 ha dovuto però girare lo sguardo sulle vicende italiane perchè con la nascita della Sant'Intesa capeggiata da Abramo-Bazoli e con i movimenti dentro Mediobanca, il ruolo di primo attore rischia di essere compromesso. All'Est qualcosa di nuovo, in Italia qualcosa di vecchio: dovrà tenerne conto.

36 - ROSSI GUIDO
Maledetta Calciopoli! Chi glielo ha fatto fare al superavvocato di infilarsi nel tunnel dello scandalo estivo che ha squassato il mondo del pallone? Lui è un genio, un Michelangelo del diritto che per colpa di Moggi e della Fiorentina, si è preso le bacchettate dell'"Economist" ed è stato dileggiato perfino dallo scarparo Dieguito Della Valle. Stiamo scherzando? Dentro la vita di Guido Rossi c'è spazio solo per la gloria e per il successo. E soprattutto per il potere che da 50 anni lo vede ricevere davanti alla sua scrivania un pellegrinaggio di imprenditori e di finanzieri carichi di problemi e di quattrini. Forse superGuido si ama troppo e il vizietto della vanità lo porta a scendere su terreni inconsueti. Forse non ha capito che la sua voglia di regole deve fare i conti con la sregolatezza e il malcostume degli italiani che se ne fregano del diritto societario.

Il colpo d'ala del 2006 è arrivato il 15 settembre quando Tronchetti Provera ha rassegnato le sue irrevocabili dimissioni dalla presidenza di TelecomItalia. La mole massiccia di Guido Rossi è entrata in campo per prendere le redini di un'azienda che aveva guidato anni prima. Qualcuno ha insinuato che dietro l'operazione ci fosse una quantità di scheletri da coprire con la sua sapienza giuridica. Sono solo cattiverie anche se è nota la forza del suo rapporto con la Procura di Milano e con quel Massimo D'Alema che rappresenta l'ombelico politico della grande finanza. Adesso superGuido ha scelto il silenzio e a parte qualche prefazione (esaltata sulle colonne del "Corriere della Sera" da Paolino Mieli) sta portando avanti la sistemazione di Telecom. A Tronchetti Provera non resta che preparare i soldi per la parcella.

37 - RUGGIERO RICCARDO
Ha concluso il 2006 con i brividi poi alla vigilia di Natale è arrivato lo spiraglio di luce. E' difficile rinunciare a uno stipendio di 17 milioni di euro quale è stato quello del 2005, ed è difficile immaginare per questo manager napoletano 47enne una vita lontano da TelecomItalia. Per settimane lo hanno dato per spacciato e sembrava che Guido Rossi lo sostituisse con Vito Gamberale e Francesco Caio. Per il momento l'euforico Ruggiero, che in famiglia chiamano "frettella" e che si è visto ritirare la patente perchè guidava a 311 all'ora sulla Porsche Carrera, resta al suo posto. Ma dovrà fare i conti con Carlo Buora (il colonnello di fiducia di Tronchetti Provera) e con un'organizzazione che distribuisce in quattro aree operative l'attività di Telecom. Il braccio di ferro non è finito ed è probabile che nel 2007 "frettella" debba mettere le sue carte e le stock options dentro una valigia per un'altra esperienza.

38 - TRIPI ALBERTO
L'inverno a Cortina d'Ampezzo, l'estate a Ponza. Cascasse il mondo questo imprenditore romano 66enne che vive tra gli stucchi di Palazzo Colonna, non rinuncia a prendersi le sue libertà. Da quando ha messo in piedi il Gruppo AlmavivA (16mila dipendenti, circa 800 milioni di fatturato) è diventato il primo industriale della Capitale. Il 22 agosto mentre si trovava sulla sua barca ha avuto un capogiro: gli ispettori del ministero del Lavoro hanno annunciato in quel giorno le conclusioni di un'indagine sui precari dei call center, con l'obbligo di assumerli tutti e di pagare pesanti sanzioni.

Da quel momento la sinistra rifondarola ne ha fatto un simbolo della moderna catena di montaggio. Tripi ha cercato di far capire alla destra e alla sinistra che aveva sempre operato nel rispetto della legge Biagi, ma i politici (anche quelli più vicini a Prodi) hanno preferito cavalcare la demagogia. Nonostante una sentenza del Tar che gli dava ragione sulla questione dei precari, l'ex-uomo Ibm all'inizio di dicembre ha fatto un blitz strepitoso con l'assunzione di 6.300 lavoratori a progetto. I politici si sono ben guardati dal battergli le mani, ma lui tira avanti e con l'aiuto del figlio Marco (37 anni, laureato in Economia) ha aperto a Belo Horizonte un complesso che nel 2008 occuperà oltre 6.000 dipendenti. Per quell'anno dovrebbe sbarcare in Borsa e occupare in Confindustria la carica di vicepresidente.

39 - TRONCHETTI PROVERA MARCO
Brizzolato, abbronzato, ammaccato. E' stato un anno disastroso per il marito di Afef, che dopo un'estate carica di attese, ha dovuto ritirarsi dietro le quinte con la coda tra le gambe. Al pettine sono venuti i problemi e i debiti di TelecomItalia, ed è apparso lo spettro del baratro. Il manager 58enne, considerato in modo troppo generoso come l'erede di Gianni Agnelli, ha fatto appena in tempo a non cadere nel vuoto. Ad agosto era salito sullo yacht dello "squalo" Rupert Murdoch con la convinzione di stringere un accordo storico, ma l'australiano dal pelo lungo lo ha ributtato in mare senza complimenti. Da quel momento la nave di Tronchetti ha perso la bussola e ha cercato di giocare d'anticipo rivelando al mondo intero l'Affare Rovati. Nella sua testa si era fatta strada l'idea di poter vendere Tim e di rimettere a posto i conti con la cessione della Rete.

Il disegno è saltato per il maldestro comportamento del consigliere economico di Romano Prodi. Le acque della politica si sono rotte ed è venuta alla luce una polemica furibonda che ha fatto ridere il mondo intero. Prodi ha balbettato strane giustificazioni e ha accusato Tronchetti di scorrettezza. Al manager che ha sempre sognato di essere il re assoluto dei telefoni, non è rimasto che l'onore delle armi. Intorno a lui girano ombre e le voci sussurrate di spioni e di intercettatori. Sono capitoli misteriosi che verranno archiviati come tante altre storie italiane. Quello che conta è il bilancio di immagine del capitano d'industria che esce dal 2006 con le ossa rotte.

40 - VALORI GIANCARLO ELIA
Per gli amici è un fenomeno, un esempio di vitalismo superiore che gli consente di restare sulla scena dal 1967. In quell'anno il suo "padre putativo" Ettore Bernabei se lo portò in Rai come assistente. Il ragazzo di Meolo si distinse subito per la sua capacità nelle relazioni con i potenti. Ed è questo il tratto distintivo della sua carriera che lo ha portato a incrociare capi di stato, dittatori, grandi finanzieri. Il suo ufficio in via Bellini, dove ha sede Sviluppo Lazio, è tappezzato dai ritratti autografati dei Capi della Terra, ma i tre grandi amori del Professore sono la madre, la Cina e Israele. Per la madre ha un'autentica venerazione legata al ricordo del salvataggio eroico di decine di ebrei italiani. In Cina è riuscito a rimanere amico di tutti i governanti che si sono succeduti dal comunismo di Mao Tse Tung a quello "capitalista". La vera lobby alla quale si sente legato è però quella della finanza ebraica e parigina. Con Antoine Bernheim, il patron delle Generali, ha rapporti quotidiani e non è un caso se oltre alla Legion d'Onore conferita nel '92 da Mitterand, gli è stato anche riconosciuto il titolo dell'Accademia di Richelieu. A Roma si dice che "meglio essere amico di Valori, piuttosto che nemico". L'uomo è temuto, D'Alema lo considera un crocevia importante e a Palazzo Chigi si guardano bene dal sottovalutarlo. Solo con Berlusconi non c'è stato alcun feeling. E adesso si prepara a lanciare nel 2007 la Banca del Mediterraneo, uno strumento che considera di gran lunga superiore alla presidenza degli Industriali del Lazio. Per queste cariche - dice Valori - vanno bene gli uomini come Luigino Abete.


Dagospia 02 Gennaio 2007