I REDATTORI DE L'UNITÀ PREOCCUPATISSIMI PER IL POSSIBILE INGRESSO MAGGIORITARIO (70%) DEL GRUPPO CASO NELLA PROPRIETÀ DEL GIORNALE - IL 26 MARZO UN GIORNO DI SCIOPERO.

1 - IL 26 MARZO UN GIORNO DI SCIOPERO.
Da www.unita.it

L'assemblea delle redattrici e dei redattori de l'Unità torna a esprimere fortissima preoccupazione per le notizie relative al possibile ingresso maggioritario (si parla del 70%) del Gruppo Caso nella proprietà del giornale. Le informazioni che riguardano la storia imprenditoriale di questa società, infatti, pongono forti e oggettivi interrogativi sulla sua affidabilità economica e sul suo rispetto dei più elementari diritti sindacali: è una storia di aziende e giornali aperti e chiusi, di licenziamenti in blocco, di lavoratori lasciati senza stipendio e senza lavoro.

Questo non può non preoccupare i giornalisti de l'Unità che pongono all'attuale proprietà un'esigenza inderogabile di trasparenza e di coerenza con la storia e l'identità del quotidiano: è necessaria una verifica approfondita non solo sulle garanzie che chi è interessato ad entrare nella compagine azionaria deve fornire, ma anche sul progetto editoriale indispensabile per il rilancio della testata. Esigenze già poste con forza quando si è presentata la possibilità concreta dell'ingresso della Tosinvest degli Angelucci nell'Unità.

Come in passato, chiediamo un'articolazione proprietaria che sia di garanzia e di equilibrio per i lettori, per l'attuale compagine azionaria, per la redazione e per l'area di riferimento culturale e politica del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Nessun percorso è obbligato se il prezzo da pagare è, come minimo, quello di una caduta d'immagine irreparabile per il giornale.

Questo chiama in causa direttamente il Partito democratico e il suo segretario Walter Veltroni, anche in considerazione del fatto che l'Unità gode del finanziamento pubblico dei Ds, che nel Pd sono confluiti.

L'urgente problema dell'assetto proprietario del giornale non può non essere centrale nell'agenda politica del Partito democratico nel suo complesso. Abbiamo apprezzato le dichiarazioni a sostegno all'Unità del segretario e di tanti esponenti del Pd e del centrosinistra. Ma queste da sole non bastano più. Al segretario del Pd ricordiamo che è questo il momento degli atti espliciti e conseguenti: per questo chiediamo a Walter Veltroni, già nostro direttore, un incontro in tempi brevi con l'intera redazione.

Il giornale rischia un deperimento. E il pericolo è che le capacità professionali di cui dispone possano essere mortificate da una affannata gestione editoriale e industriale. È una situazione di stagnazione che ha un'influenza negativa e non più accettabile sull'organizzazione del lavoro e sulla valorizzazione delle competenze del giornale.

Per tutti questi motivi i giornalisti de l'Unità - confidando anche nella comprensione e nella solidarietà dei lettori - ben consapevoli delle difficoltà del momento, e attenti alle risposte che potranno venire nei prossimi giorni, proclamano una giornata di sciopero per il 26 marzo 2008.

L'assemblea delle redattrici e dei redattori de l'Unità

2 - UN CASO SALVERÀ L'UNITÀ? DA MANAGUA SI FA AVANTI UN PRETENDENTE, CHE PERÒ, IN PASSATO...
Laura Maragnani e Angela Bianchi

Società numero uno: la Mediterranea sa. Società numero due: la Centrale America Adventures sa. Indirizzo: Residential de Parque Rubenia 12 sur. Città: Managua. Domanda da 3,5 milioni di euro: perché mai due società nicaraguensi che hanno come oggetto sociale la «costruzione e gestione di immobili quali hotel, ristoranti e altre attività analoghe» dovrebbero sbarcare a Roma e comprarsi in fretta e furia L'Unità?

Nei suoi 84 anni di vita il quotidiano fondato da Antonio Gramsci ne ha viste di cotte e di crude, ma è negli ultimi mesi che ha vissuto più pericolosamente: 1,2 milioni di euro di passivo nel 2006, che sono diventati 3 milioni nel 2007, da ripianare entro il 31 marzo. Una parte dei soci è disposta a ricapitalizzare, una parte non vede l'ora di cedere ad altri la patata bollente.



Altri chi? Il patron dell'Inter, Massimo Moratti, dopo averci fatto un pensierino l'estate scorsa ha preferito lasciar perdere. Fuori uno. Poi corteggiamento della famiglia Angelucci, disponibile all'acquisto in gennaio tramite la sua società lussemburghese New Papers Holding sa, ma sparita senza dare spiegazioni: L'Unità ora ha in corso perfino un arbitrato per danni. Fuori due. Niente di fatto con lo studio milanese di Guido Roberto Vitale, già advisor di Giovanni Consorte nell'operazione Unipol, di cui si favoleggia da mesi.

Fuori tre. Sospesa la marcia di avvicinamento del patron di Europa 7, Francesco Di Stefano, che pure era gradito al Loft: è in attesa della sentenza del Consiglio di Stato sulle frequenze di Rete 4 e ha fatto sapere che prima del 31 maggio non può occuparsi dell'Unità. Troppo tardi: la scadenza del 31 marzo incombe. Quasi fuori anche lui.

E dunque? «La situazione è difficile» riconosce con Panorama Marialina Marcucci, presidente della società editrice, che già a fatica nei mesi scorsi è riuscita a convincere i soci a ricapitalizzare L'Unità con 2 milioni di euro. Il secondo milione è arrivato in cassa il 18 marzo, giusto in tempo per comprare la carta del mese di aprile. Per il rilancio servirebbero, secondo l'amministratore delegato Giorgio Poidomani, «altri 3,5 milioni, altrimenti la società rischia di trovarsi in difficoltà».

La Nie non è ancora al punto di dover portare i libri contabili in tribunale, come qualche redattore del quotidiano paventa: «Il capitale c'è ancora» assicura Poidomani. Ma trovare 3,5 milioni di euro in poche settimane è un'impresa titanica: due soci, il distributore Francesco D'Ettore e l'immobiliarista Giuseppe Mazzini, vorrebbero ridurre drasticamente la loro partecipazione. Un altro, l'industriale farmaceutico pisano Lorenzo Mian (ora alle prese con lo scandalo dei conti in Liechtenstein) si vorrebbe defilare.

In extremis ecco spuntare «un'opportunità» (Marialina Marcucci dixit): Gian Gaetano Caso, 63 anni, da Piedimonte Matese, in provincia di Caserta. E chi è? Caso è il patron della Hopit spa, sede principesca a Roma, in via XX settembre, 50 milioni di euro di capitale dichiarato. Su internet la società vanta «cointeressenze nelle concessioni ferroviarie» e «partecipazioni miste governative» in Nicaragua; in Nord Europa «si interessa di produzione cartaria e di esportazione di prodotti tecnologicamente avanzati». In Italia spazia dal «Mobile Content & Service Provider» all'«editoria/advertising».

Una galassia di sigle, una rete di partecipazioni, con un solo dominus: Caso, per l'appunto. È il legale rappresentante in Italia della Central America Adventures e della Mediterranea, proprietarie di 9 azioni su 10 della Hopit. Quanto al restante 10 per cento, non c'è modo di sbagliarsi: titolare è sempre lui, Caso.

A presentarlo alla Nie è stato il responsabile della comunicazione del Campidoglio, Angelo Baiocchi, senza però il placet di un freddo e distaccato Walter Veltroni. A parte una scontata «solidarietà» alla redazione, infatti, il leader del Pd non si è certo speso molto per il futuro del giornale di cui è stato direttore e che gli ha fatto da trampolino di lancio fino a farlo diventare, nel 1996, vicepresidente del Consiglio, con il Prodi 1.

Veltroni non ha nemmeno mai voluto dire se dopo il 2010, anno in cui scadrà l'accordo siglato dalla Nie con l'allora tesoriere ds Ugo Sposetti, L'Unità continuerà a godere dei 6,3 milioni di euro all'anno di contributo per la stampa politica. Uno dei motivi, peraltro, per cui è fallita la trattativa con gli Angelucci.

Nel Pd sono molto preoccupati. La «due diligence» (l'analisi dei conti) è in corso; l'offerta (si parla di circa 4 milioni di euro) riguarderebbe il 60 per cento della società editrice. Marialina Marcucci si è impegnata a verificare l'affidabilità della Hopit, che, con un capitale dichiarato di 50 milioni di euro, ha chiuso il 2006 con neanche mezzo milione di attivo. Dopo lo sgradimento veltroniano agli Angelucci, il rischio per L'Unità è ora quello di passare dalla padella nella brace.

Caso era presidente della Seved srl, «edizione di libri e opuscoli», una delle tante stelle della galassia Hopit: fallita nel 2000. Era nel consiglio d'amministrazione della Pmedit, di cui era presidente il figlio Fabio: fallita nel gennaio 2003. Fallita anche la Fanae, proprietaria della Pmedit, sempre presieduta da Fabio: correva il marzo 2003. Quanto alla Laer e, al suo amministratore delegato Roberto Lupi, che oggi siede nel consiglio d'amministrazione della Hopit, il coordinamento dei precari dei call center di Macchiareddu e Cagliari li ha bocciati senza mezzi termini: «I locali sono in affitto, le attrezzature non appartengono alla società, la solida organizzazione descritta nel sito internet del gruppo Hopit, cui Laer appartiene, è inesistente». E infatti nel 2006 sono rimasti senza stipendio per mesi.

Non sono gli unici a vantare crediti. Nel 2002 Caso, allora patron di Globo News, giornale romano free press, ha chiamato i carabinieri per cacciare dalla redazione i distributori del quotidiano, un gruppo di extracomunitari in attesa, da mesi, del compenso. I giornalisti che avevano manifestato solidarietà sono stati licenziati. Messi alla porta nel 2007 anche i redattori di Dieci, quotidiano sportivo free press diretto da Ivan Zazzaroni: pure loro senza stipendio per mesi, né contributi e mutua. Le cause sono in corso, ma in tribunale non si è mai visto né il figlio né il padre. All'Unità i 78 redattori sono preoccupati. E si chiedono: dopo aver fatto la guerra agli Angelucci è il caso di affidarsi a Caso?


Dagospia 24 Marzo 2008