UN'APE MAJA SU MAJAKOVSKIJ - L'ARTE E' L'ARTE E BARBARA ALBERTI SI GIOCA LA VITA.
Intervista di Giulietta Revel a Barbara Alberti
(Il libro verrà presentato giovedì 5 dicembre alle 18 a Roma, Libreria Montecitorio, da Conchita De Gregorio, Umberto Silva e Valentino Zeichen)
D. Lei ha appena pubblicato per la Marsilio la biografia di Vladimir Majakovskij, il poeta russo della rivoluzione, così fulgidamente megalomane che in una poesia invita il sole a prendere il tè, e lui ci viene. Come lo ha incontrato?
R. Proprio come nel libro: quando la vecchia gattara, che poi sono io, trova di mezzogiorno, in cucina, sui fogli unti di cibo bestiale una sua poesia, con peli di gatto appiccicati, che parevano virgole (il poeta le aborriva). Ed è la poesia dove Majakovskij supplica il chimico del futuro: Resuscita me, me, me!
D. E lo ha preso alla lettera?
R. Certo: i futuristi russi credevano nella resurrezione scientifica come i cristiani in quella religiosa. La sua fede mi ha commosso, e ho provato a farlo rivivere. Col mio solo mezzo, il teatrino domestico della parola.
D. Cosa la lega a lui?
R. Era una vecchia pazza e si era innamorata di Majakovskij. Ma lui era morto 70 anni prima. Un po' era anche un bene, così non poteva vederla, coi cernecchi ritinti e gli occhi scerpellini. Una vera vecchia. Una rarità nel suo tempo, dove erano tutte ricucite e travestite da ragazze. Ma all'epoca di Majakovskij, una megera come tante.
D. Lei si vede così?
R. Mi vedo. Ma mi faccio ridere. Con benevolenza, come una moglie che stia diventando caramente brutta.
D. E' contraria alle plastiche?
R. No, finché non le mettono obbligatorie.
D. Non ha mai fatto interventi del genere perché si sente superiore?
R. Sono di una vanità ributtante. Per questo non voglio aggiungere l'oltraggio del bisturi a quello della vecchiaia. E' un'arte troppo rozza: ti mettono una maschera. Hanno un solo modello, e lo appiccicano a tutti. E dopo vai a distinguere Marta Marzotto da Emilio Fede!
D. Il suo Gelosa di Majakovskij racconta la Russia fra il 1900 e il 1930, una catastrofe dopo l'altra: tre rivoluzioni, due guerre, carestie, epidemie, milioni di morti...
R. Ma anche milioni di vivi! La fioritura artistica più esplosiva del secolo. Ancora adesso le avanguardie vivono di rendita su quei nostri stranieri trisavoli geniali.
D. Gli artisti delle avanguardie russe sono diventati la sua famiglia letteraria?
R. Ho pochi compagni di gioco nelle lettere italiane. Lì mi sono trovata bene. L'ultimo romanticismo, la potenza del sogno - quando i poeti avevano ancora la capacità di mutare il reale. La grande illusione della rivoluzione...quando è scoppiata, Majakovskij e i futuristi hanno pensato "Siamo stati noi!" La Russia era diventata fantastica e assurda come le loro opere. Gli anni disordinati in cui ogni esperimento fu possibile, dal '17 al '21...
D. Dopo però, la censura comincia a picchiare forte.
R. Ma prima, negli anni furenti di Majakovskij, nulla nel nuovo regime aveva ancora preso una forma, in arte tutto era libero - e lui era il motore più rombante di quella musica ancora senza partitura, panica e dissonante che si levava dalla Russia. Subito dopo la rivoluzione d'ottobre pittori come Chagall, Al'tman, Malevic, la Ekster, si misero a dipingere il mondo, coprendo delle loro visioni i ponti, le case, i treni...
D. Riprenda fiato!
R. No. Sono andata laggiù proprio per illudermi di vivere con quei pazzi, all'ultimo respiro. Come Astolfo sulla luna, sono andata a ritrovare su un'isola perduta della nostra civiltà- la cosa che oggi non va di moda, di cui si parla con un sorrisino-roba per ingenui - la passione. C'è pure nel risvolto: L'autore, un po' intristito dal tempo nostro dove tutto è così logico e gli scrittori così assennati (lui compreso), è andato a stare in un mondo più vivo e pericoloso, dove l'arte è l'arte e si gioca la vita- e tutto a tempo di tango.
D. Perché parla di sé al maschile?
R. Per nostalgia dei tempi prefemministi. Quei maschi di allora, così indecifrabili, così squisitamente repressi...
D. E chi è la gelosa di Majakovskij? Lei?
R. Lo sono stata, mentre lo scrivevo, fino alla manìa. Mi sembrava una parola magica: Majakovskij- e se lo dicevo ad alta voce, svaniva tutto. Ma ormai chiunque può mettergli le mani addosso. Come il brigante abbandona la sua favorita alla truppa, come in fondo ogni geloso, desidero solo che vada con gli altri.
D. Ci sono però molte altre gelose: Lilj Brik, amante del poeta, e Ljuda, la sorella, se lo contendono in un duello crudele e miserabile ben oltre la sua morte...
R. Come in ogni fine di grand'uomo guerre di vedove, orrori di parenti. Dopo la morte il genio viene affidato al suo nemico naturale, la famiglia.
D. Strana famiglia: Majakovskij, Lili Brik e il marito di lei. Secondo ciò che scrive, il mènage a tre Majakovskij se lo lasciò imporre. Possibile? Un tale campione della libertà...
R. Majakovskij faceva tutto in modo esagerato- l'arte, la politica, le risse-e figuriamoci l'amore. Quando si innamorò di Lili avrebbe voluto tenerla per sè, e chiuderla a chiave. Era geloso pazzo. Lei era sposata con Osip Brik, e Vladimir si aspettava che lo lasciasse. Invece lei gli disse "Non lascerò mai mio marito. Viviamo in tre".
D. Ma lui perché accettò?
R. Un futurista come lui? Un rivoluzionario? Che figura ci faceva a dire che moriva di gelosia?
Come tanti oggi, ci teneva a fare il moderno...sopportò fino alla morte il marito di lei, l'odioso Osip, studioso del linguaggio ma soprattutto spia della polizia segreta, e torturatore entusiasta.
D. Gli amanti di Lili, però, Majakovskij li prendeva spesso a cazzotti...
R. Ruppe il muso a qualcuno, ma poi smise: non poteva picchiare tutta Mosca.
La finzione di quella convivenza non è estranea al finale tragico: Lili non lo amava più, ma ne era gelosissima. E quando Majakovskij nel '28 si innamora, a Parigi, di una bella esule, la famiglia e i servizi si alleano, e gli viene negato l'espatrio. I Brik lo abbandonano nei momento più difficile. E lui si spara, nel 1930.
D. Perché ormai è considerato un nemico del regime, o per una delusione d'amore?
R. Chi di noi sa mai perché un altro si è suicidato? La mia piccola ipotesi razionale, è che sia rimasto nella tagliola della coerenza. Majakovskij aveva giurato fedeltà, come un cavaliere medievale, a Lili Brik e al comunismo. E continuò a onorarli anche quando li disprezzava entrambi. Due caparbietà così grandi si potevano pagare molto peggio- e sembra poco che se la sia cavata solo sparandosi. Il compromesso non giova all'artista vero. E' per i mediocri. A loro frutta. Ma l'artista ha una sola fortuna, la sua indipendenza, da cui proviene ogni grazia.
D. Dicono però che Majakovskij sia stato ucciso dai servizi.
R. Non credo sia stato necessario: Majakovskij fu il sicario di se stesso. Dopo il suo suicidio, Marina Cvetaeva scrisse Majakovskij ha liquidato se stesso come un nemico.
D. Che legame c'è fra il suicidio del suo rivale letterario, il poeta Sergej Esenin, che si impiccò dopo avere scritto gli ultimi versi col sangue, e quello di Majakovskij?
R. Per molti anni, in tutte le storie della letteratura, si scrisse "Come Esenin"...ma non è vero. Esenin fu assassinato. Majakovskij ha copiato un falso. Il fragile Esenin, l' alcolizzato dagli occhi blu, il raffinato teppista contadino, era stato torturato e ucciso dagli emissari di Trotzkij, offeso dai suoi attacchi. Per l'esecuzione Trotzkij, che conosceva bene la letteratura, prescelse certi poeti odessiti, rivali di Esenin...Del resto anche Majakovskij ne era così invidioso che lo avrebbe ammazzato con le sue mani.
D. Sarà anche vero che lo ama, ma non gliene risparmia una: il suo Majakovskij è lo schiavo di Lili Brik, un bigotto che odia Esenin perché bisessuale, e coi dissidenti è una carogna, intellettualmente disonesto...
R. L'ho amato com'era. Spesso ignobile: pura contraddizione. Questo giovane gigante che non sapeva dove mettere il suo corpo, esibizionista vestito di giallo e timido come una viola...questo dandy che spendeva tutto in scarpe mentre predicava il comunismo, e credeva in Dio per superbia, per misurarsi con uno alla sua altezza...capace nello stesso giorno di esaltare in versi le peggiori porcherie del regime, e di scrivere le satire più corrosive contro di esso...
D. Ma lei si identifica con Majakovskij?
R. No. Mi identifico con quella antipatica di Marina Cvetaeva, la sua nemica ideologica, da lui amata in segreto, e con dispetto. Una provocatrice estrema che in piena guerra civile fra Bianchi e Rossi, si presenta a una lettura di poeti sovietici vestita come un soldato dell'armata bianca, e inneggia in versi allo zar...E sfida Majakovskij scrivendogli Salve, impiastrato arrogante/ che per pietra hai scelto il topazio/ senza farti sedurre dal diamante.
D. Io invece vorrei essere Larisa Rejsner, la fastosa banditessa sovietica che vive sul panfilo dello zar, dopo averlo addobbato con lusso orientale, come addobbava se stessa con i gioielli delle nobildonne ammazzate. E ai compagni che la rimproverano risponde: I capi si sono sempre presi tutto, se no come si fa a riconoscerli? Ma è esistita davvero?
R. Sì. Era bellissima. Sono i tempi del dottor Zivago, e Larisa è il modello di Lara, cui si ispirò Pasternak. Magari avesse saputo copiarla! Larisa nella realtà era più affascinante. Altro che sparare al suo seduttore, lei guidava gli eserciti sul Volga. Sparava, scriveva, faceva l'amore...non dormì per due anni. E' vero che girava anche tanta cocaina.
D. I personaggi sono tutti veri?
R. L'unico inventato è l'io narrante, il Gobbo Nikita. La spia innamorata che segue il poeta prima per conto dello zar poi dei sovietici. In lui c'è l'amore del brutto verso il bello, dell'afasico per il grande tribuno...E' colpa sua se questa tragedia fa anche ridere.
D. Il Gobbo è il Sancho Panza di un Majakovskij Don Chisciotte?
R. Sì, ma come Majakovskij vedeva Sancho: il più generoso dei sedotti, il più calunniato dei personaggi letterari, quando è lui il vero sognatore, perché al servizio del sogno di un altro.
D. Qualcuno l'ha aiutata nel suo viaggio?
R. Quando ero così gelosa dell'argomento da non volerne parlare con un editore, Luce D'eramo è stata la mia editrice spirituale. Questa scrittrice geniale, in sedia a rotelle dai 19 anni, che diceva Il guaio dell'handicap è la manutenzione, per la quale il tempo era così breve, ne trovava per seguire il lavoro altrui. Al suo funerale ho avuto un attacco di gelosia quando ho scoperto che nemmeno ero la sola. Accudiva anche la Mazzantini, la Cutrufelli...c'era pure una giapponese. Luce sì che era una rivoluzionaria, altro che Majakovskij.
D. Risplendere, /risplendere sempre/ è la parola d'ordine/ mia/ e del sole. Perché ama tanto questi versi di Majakovskij? Pensa che sia "poetico" stare in vetrina sempre?
R. Nonostante Majakovskij fosse l'esibizionismo incarnato, credo che quel risplendere significhi serbare intatto il dono. Della scrittura, della musica, del libero pensiero.
Dagospia.com 4 Dicembre 2002
(Il libro verrà presentato giovedì 5 dicembre alle 18 a Roma, Libreria Montecitorio, da Conchita De Gregorio, Umberto Silva e Valentino Zeichen)
D. Lei ha appena pubblicato per la Marsilio la biografia di Vladimir Majakovskij, il poeta russo della rivoluzione, così fulgidamente megalomane che in una poesia invita il sole a prendere il tè, e lui ci viene. Come lo ha incontrato?
R. Proprio come nel libro: quando la vecchia gattara, che poi sono io, trova di mezzogiorno, in cucina, sui fogli unti di cibo bestiale una sua poesia, con peli di gatto appiccicati, che parevano virgole (il poeta le aborriva). Ed è la poesia dove Majakovskij supplica il chimico del futuro: Resuscita me, me, me!
D. E lo ha preso alla lettera?
R. Certo: i futuristi russi credevano nella resurrezione scientifica come i cristiani in quella religiosa. La sua fede mi ha commosso, e ho provato a farlo rivivere. Col mio solo mezzo, il teatrino domestico della parola.
D. Cosa la lega a lui?
R. Era una vecchia pazza e si era innamorata di Majakovskij. Ma lui era morto 70 anni prima. Un po' era anche un bene, così non poteva vederla, coi cernecchi ritinti e gli occhi scerpellini. Una vera vecchia. Una rarità nel suo tempo, dove erano tutte ricucite e travestite da ragazze. Ma all'epoca di Majakovskij, una megera come tante.
D. Lei si vede così?
R. Mi vedo. Ma mi faccio ridere. Con benevolenza, come una moglie che stia diventando caramente brutta.
D. E' contraria alle plastiche?
R. No, finché non le mettono obbligatorie.
D. Non ha mai fatto interventi del genere perché si sente superiore?
R. Sono di una vanità ributtante. Per questo non voglio aggiungere l'oltraggio del bisturi a quello della vecchiaia. E' un'arte troppo rozza: ti mettono una maschera. Hanno un solo modello, e lo appiccicano a tutti. E dopo vai a distinguere Marta Marzotto da Emilio Fede!
D. Il suo Gelosa di Majakovskij racconta la Russia fra il 1900 e il 1930, una catastrofe dopo l'altra: tre rivoluzioni, due guerre, carestie, epidemie, milioni di morti...
R. Ma anche milioni di vivi! La fioritura artistica più esplosiva del secolo. Ancora adesso le avanguardie vivono di rendita su quei nostri stranieri trisavoli geniali.
D. Gli artisti delle avanguardie russe sono diventati la sua famiglia letteraria?
R. Ho pochi compagni di gioco nelle lettere italiane. Lì mi sono trovata bene. L'ultimo romanticismo, la potenza del sogno - quando i poeti avevano ancora la capacità di mutare il reale. La grande illusione della rivoluzione...quando è scoppiata, Majakovskij e i futuristi hanno pensato "Siamo stati noi!" La Russia era diventata fantastica e assurda come le loro opere. Gli anni disordinati in cui ogni esperimento fu possibile, dal '17 al '21...
D. Dopo però, la censura comincia a picchiare forte.
R. Ma prima, negli anni furenti di Majakovskij, nulla nel nuovo regime aveva ancora preso una forma, in arte tutto era libero - e lui era il motore più rombante di quella musica ancora senza partitura, panica e dissonante che si levava dalla Russia. Subito dopo la rivoluzione d'ottobre pittori come Chagall, Al'tman, Malevic, la Ekster, si misero a dipingere il mondo, coprendo delle loro visioni i ponti, le case, i treni...
D. Riprenda fiato!
R. No. Sono andata laggiù proprio per illudermi di vivere con quei pazzi, all'ultimo respiro. Come Astolfo sulla luna, sono andata a ritrovare su un'isola perduta della nostra civiltà- la cosa che oggi non va di moda, di cui si parla con un sorrisino-roba per ingenui - la passione. C'è pure nel risvolto: L'autore, un po' intristito dal tempo nostro dove tutto è così logico e gli scrittori così assennati (lui compreso), è andato a stare in un mondo più vivo e pericoloso, dove l'arte è l'arte e si gioca la vita- e tutto a tempo di tango.
D. Perché parla di sé al maschile?
R. Per nostalgia dei tempi prefemministi. Quei maschi di allora, così indecifrabili, così squisitamente repressi...
D. E chi è la gelosa di Majakovskij? Lei?
R. Lo sono stata, mentre lo scrivevo, fino alla manìa. Mi sembrava una parola magica: Majakovskij- e se lo dicevo ad alta voce, svaniva tutto. Ma ormai chiunque può mettergli le mani addosso. Come il brigante abbandona la sua favorita alla truppa, come in fondo ogni geloso, desidero solo che vada con gli altri.
D. Ci sono però molte altre gelose: Lilj Brik, amante del poeta, e Ljuda, la sorella, se lo contendono in un duello crudele e miserabile ben oltre la sua morte...
R. Come in ogni fine di grand'uomo guerre di vedove, orrori di parenti. Dopo la morte il genio viene affidato al suo nemico naturale, la famiglia.
D. Strana famiglia: Majakovskij, Lili Brik e il marito di lei. Secondo ciò che scrive, il mènage a tre Majakovskij se lo lasciò imporre. Possibile? Un tale campione della libertà...
R. Majakovskij faceva tutto in modo esagerato- l'arte, la politica, le risse-e figuriamoci l'amore. Quando si innamorò di Lili avrebbe voluto tenerla per sè, e chiuderla a chiave. Era geloso pazzo. Lei era sposata con Osip Brik, e Vladimir si aspettava che lo lasciasse. Invece lei gli disse "Non lascerò mai mio marito. Viviamo in tre".
D. Ma lui perché accettò?
R. Un futurista come lui? Un rivoluzionario? Che figura ci faceva a dire che moriva di gelosia?
Come tanti oggi, ci teneva a fare il moderno...sopportò fino alla morte il marito di lei, l'odioso Osip, studioso del linguaggio ma soprattutto spia della polizia segreta, e torturatore entusiasta.
D. Gli amanti di Lili, però, Majakovskij li prendeva spesso a cazzotti...
R. Ruppe il muso a qualcuno, ma poi smise: non poteva picchiare tutta Mosca.
La finzione di quella convivenza non è estranea al finale tragico: Lili non lo amava più, ma ne era gelosissima. E quando Majakovskij nel '28 si innamora, a Parigi, di una bella esule, la famiglia e i servizi si alleano, e gli viene negato l'espatrio. I Brik lo abbandonano nei momento più difficile. E lui si spara, nel 1930.
D. Perché ormai è considerato un nemico del regime, o per una delusione d'amore?
R. Chi di noi sa mai perché un altro si è suicidato? La mia piccola ipotesi razionale, è che sia rimasto nella tagliola della coerenza. Majakovskij aveva giurato fedeltà, come un cavaliere medievale, a Lili Brik e al comunismo. E continuò a onorarli anche quando li disprezzava entrambi. Due caparbietà così grandi si potevano pagare molto peggio- e sembra poco che se la sia cavata solo sparandosi. Il compromesso non giova all'artista vero. E' per i mediocri. A loro frutta. Ma l'artista ha una sola fortuna, la sua indipendenza, da cui proviene ogni grazia.
D. Dicono però che Majakovskij sia stato ucciso dai servizi.
R. Non credo sia stato necessario: Majakovskij fu il sicario di se stesso. Dopo il suo suicidio, Marina Cvetaeva scrisse Majakovskij ha liquidato se stesso come un nemico.
D. Che legame c'è fra il suicidio del suo rivale letterario, il poeta Sergej Esenin, che si impiccò dopo avere scritto gli ultimi versi col sangue, e quello di Majakovskij?
R. Per molti anni, in tutte le storie della letteratura, si scrisse "Come Esenin"...ma non è vero. Esenin fu assassinato. Majakovskij ha copiato un falso. Il fragile Esenin, l' alcolizzato dagli occhi blu, il raffinato teppista contadino, era stato torturato e ucciso dagli emissari di Trotzkij, offeso dai suoi attacchi. Per l'esecuzione Trotzkij, che conosceva bene la letteratura, prescelse certi poeti odessiti, rivali di Esenin...Del resto anche Majakovskij ne era così invidioso che lo avrebbe ammazzato con le sue mani.
D. Sarà anche vero che lo ama, ma non gliene risparmia una: il suo Majakovskij è lo schiavo di Lili Brik, un bigotto che odia Esenin perché bisessuale, e coi dissidenti è una carogna, intellettualmente disonesto...
R. L'ho amato com'era. Spesso ignobile: pura contraddizione. Questo giovane gigante che non sapeva dove mettere il suo corpo, esibizionista vestito di giallo e timido come una viola...questo dandy che spendeva tutto in scarpe mentre predicava il comunismo, e credeva in Dio per superbia, per misurarsi con uno alla sua altezza...capace nello stesso giorno di esaltare in versi le peggiori porcherie del regime, e di scrivere le satire più corrosive contro di esso...
D. Ma lei si identifica con Majakovskij?
R. No. Mi identifico con quella antipatica di Marina Cvetaeva, la sua nemica ideologica, da lui amata in segreto, e con dispetto. Una provocatrice estrema che in piena guerra civile fra Bianchi e Rossi, si presenta a una lettura di poeti sovietici vestita come un soldato dell'armata bianca, e inneggia in versi allo zar...E sfida Majakovskij scrivendogli Salve, impiastrato arrogante/ che per pietra hai scelto il topazio/ senza farti sedurre dal diamante.
D. Io invece vorrei essere Larisa Rejsner, la fastosa banditessa sovietica che vive sul panfilo dello zar, dopo averlo addobbato con lusso orientale, come addobbava se stessa con i gioielli delle nobildonne ammazzate. E ai compagni che la rimproverano risponde: I capi si sono sempre presi tutto, se no come si fa a riconoscerli? Ma è esistita davvero?
R. Sì. Era bellissima. Sono i tempi del dottor Zivago, e Larisa è il modello di Lara, cui si ispirò Pasternak. Magari avesse saputo copiarla! Larisa nella realtà era più affascinante. Altro che sparare al suo seduttore, lei guidava gli eserciti sul Volga. Sparava, scriveva, faceva l'amore...non dormì per due anni. E' vero che girava anche tanta cocaina.
D. I personaggi sono tutti veri?
R. L'unico inventato è l'io narrante, il Gobbo Nikita. La spia innamorata che segue il poeta prima per conto dello zar poi dei sovietici. In lui c'è l'amore del brutto verso il bello, dell'afasico per il grande tribuno...E' colpa sua se questa tragedia fa anche ridere.
D. Il Gobbo è il Sancho Panza di un Majakovskij Don Chisciotte?
R. Sì, ma come Majakovskij vedeva Sancho: il più generoso dei sedotti, il più calunniato dei personaggi letterari, quando è lui il vero sognatore, perché al servizio del sogno di un altro.
D. Qualcuno l'ha aiutata nel suo viaggio?
R. Quando ero così gelosa dell'argomento da non volerne parlare con un editore, Luce D'eramo è stata la mia editrice spirituale. Questa scrittrice geniale, in sedia a rotelle dai 19 anni, che diceva Il guaio dell'handicap è la manutenzione, per la quale il tempo era così breve, ne trovava per seguire il lavoro altrui. Al suo funerale ho avuto un attacco di gelosia quando ho scoperto che nemmeno ero la sola. Accudiva anche la Mazzantini, la Cutrufelli...c'era pure una giapponese. Luce sì che era una rivoluzionaria, altro che Majakovskij.
D. Risplendere, /risplendere sempre/ è la parola d'ordine/ mia/ e del sole. Perché ama tanto questi versi di Majakovskij? Pensa che sia "poetico" stare in vetrina sempre?
R. Nonostante Majakovskij fosse l'esibizionismo incarnato, credo che quel risplendere significhi serbare intatto il dono. Della scrittura, della musica, del libero pensiero.
Dagospia.com 4 Dicembre 2002