BATTAGLIA SOTTO IL SOLE PER IL CLUB MED - SCONTRO A COLPI DI OPA TRA I FONDI DI BONOMI, EX NUMERO UNO DELLA POPOLARE DI MILANO, CONTRO IL DUO FRANCO-CINESE ARDIAN E FOSUN. CHI VINCERA'?

Eugenio Occorsio per “Affari e finanza - la Repubblica

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Al Club Med sono tutti gentili. Lo sono i 15mila animatori dei 75 villaggi sparsi in 25 Paesi di cinque continenti, i celeberrimi GO, gentil organisateur. Lo sono gli impiegati, chiamati per non essere da meno GE, gentil employé. E lo sono gli ospiti paganti (1,2 milioni nel 2013) che diventano GM, gentil membre. Quando si parla d’affari, però, tutta questa gentilezza scompare, per far luogo a comportamenti che più brutali non si può. La battaglia per il controllo del gruppo che è scoppiata in questi giorni senza esclusione di colpi, è un esempio.

Ne sanno qualcosa i protagonisti di un’insolita alleanza, i francesi di Ardian (l’ex Axa Private Equity) e i cinesi di Fosun (gigante del turismo e dell’immobiliare fondato nel 1992 a Shanghai): quando un anno fa decisero di coalizzarsi (insieme hanno quasi il 20%) e lanciare un’Opa, si videro sbarrata la strada da una ridda di ricorsi e controricorsi agitati dall’autorità francese di controllo sulla Borsa, la Amf, risolti in Corte d’Appello solo qualche settimana fa.

Ne sa qualcosa Andrea Bonomi, classe 1965, rampollo di una delle più prestigiose famiglie di costruttori e finanzieri milanesi, nipote della leggendaria Anna Bonomi Bolchini, che prima si è chiamato fuori dall’Opa franco-cinese ritenendola troppo bassa (17,5 dollari per azione quando il titolo ha già superato i 19) e poi a forza di racimolare azioni si è ritrovato con il 10,4%, più del 9,75% ciascuno di Ardian e Fosun: quale primo azionista ha chiesto un po’ di tempo per pensarci e invece si è visto imporre a brutto muso dalla stessa Amf il lancio di un’altra Opa.

ardianardian

Per vederci chiaro ha chiesto l’accesso alla data room del gruppo, già attribuito ad Ardian e Fosun, ma prima gli è stato negato e dopo molte insistenze infine garantito. E ne sa qualcosa, di questa gentil brutalité, persino Benetton, denunciato alla magistratura dalla solita Amf, stavolta coalizzata con il duo franco- cinese, per il semplice motivo che aveva indugiato nel decidere se vendere il 2% che detiene. La causa è stata risolta con tempestività transalpina con la “vittoria” del gruppo italiano che ora deciderà cosa fare in libertà. Non sarà semplice però decidere.

Sul campo della battaglia per il controllo del Club Med in questo momento gli schieramenti sono i seguenti. Resta in piedi, ma a questo punto con scarse possibilità di successo, l’Opa originaria, quella lanciata un anno fa da francesi e cinesi che valuta la compagnia circa 750 milioni di euro. Ed è in sospeso la posizione di Bonomi, che ora ha tempo sino a fine giugno per decidere se lanciare una contro-Opa e su quale livello.

Ad intervenire sarebbe questa volta un altro braccio del gruppo Bi Invest dei Bonomi: non più la Strategic Holdings (domiciliata in Lussemburgo) ma la Investindustrial Private Equity di Londra. Staremo a vedere. L’unica certezza è che il primo, il più celebre e il più sofferente operatore di villaggi turistici al mondo, 1,3 miliardi di fatturato 2013 con 9 milioni di perdite, cambierà per l’ennesima volta proprietario. Sarà l’ultimo capitolo di una lunghissima saga, iniziata nel lontano 1950 quando Gerard Blitz, figlio di un commerciante di brillanti di Anversa, ex campione di pallanuoto, ebbe l’idea di copiare una specie di campeggio in Corsica e creò il primo villaggio del Club Med sulla spiaggia di Alcudia a Maiorca.

fosun fosun

Era un villaggio che dire rustico è poco: capanne di legno con il tetto di paglia, niente elettricità, servizi igienici in comune. Però fu un successo: la prima estate ospitò in tutto 1500 persone ma le richieste erano state più di diecimila. Ben presto all’avventura si unisce Gilbert Trigano, il signore delle tende, e l’espansione è rapidissima. Nel 1955 il Club apre a Thaiti, un anno dopo parte l’avventura dei “Village Neige” a Leysin sulle Alpi svizzere, nel ’61 le capanne di paglia fanno la loro apparizione a Arziv in Galilea (Israele).

E in Francia si moltiplicano le inaugurazioni e le photo opportunity supermondane, da Gigi Rizzi a Gunther Sachs, da Brigitte Bardot a Jane Birkin. Dall’iniziale pubblico di single un po’ alternativi, ci si allarga alle famiglie, e il primo Mini Club apre nel 1963. Finché inizia l’era di quello che venne chiamato “il giocattolo dell’Avvocato”: Gianni Agnelli nel 1974 durante le sue scorribande in Costa Azzurra si innamorò del club, decise di importare in Italia questi villaggi così divertenti e ben organizzati («un turismo alto di gamma, conviviale e multiculturale », lo chiamava) e comprò dal suo amico Edmund de Rotschild a nome della Ifil una quota di maggioranza relativa, il 23%.

ANDREA BONOMI ANDREA BONOMI

La passione contagiò il fratello Umberto, e l’Ifil restò azionista di riferimento fino alla morte di quest’ultimo, nel 2004, un anno dopo l’Avvocato, quando in tutta fretta il consiglio d’amministrazione vendette la quota per 183 milioni alla Accor, il gruppo francese degli alberghi. Quelli di Agnelli sono anni eroici per il Club. I villaggi aumentano da 23 a 104, e in Italia in effetti ne vengono costruiti tantissimi.

All’Avvocato non farebbe però piacere leggerne oggi l’elenco perché negli ultimi dieci anni sono stati quasi tutti venduti: Livigno alla S.Carlo, Santo Stefano alla Valtur, Metaponto alla Garden Club Lucania, Sestriere al gruppo Aurum, Otranto alla Bestar. Ma ancora più sconsolante è la lista dei villaggi abbandonati sic et simpliciter alla salsedine e alla polvere, da quel gioiello che era Caprera fino a Cefalù (dove rivelò le sue doti il GO Fiorello), da Baratti vicino Piombino a Donoratico di Castagneto Carducci dove si prospettava nientemeno che un upgradingda parte di Bulgari mai avvenuto.

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Restano Napitia in Calabria, vicino Vibo Valentia, che per la verità è stato appena trasformato in una smagliante resort extralusso, e Kamarina in Sicilia. Poi ci sono quelli di Cervinia e di Pragelato in Piemonte. Un destino travagliato comune a molti altri resort in giro per il mondo ma soprattutto alla corporation stessa.

Subito dopo il passaggio alla Accor subentrò alla guida Henri Giscard d’Estaing, figlio dell’ex presidente della Repubblica, che resiste ancora oggi malgrado il tourbillon di passaggi azionari e di bilanci in rosso: alla catena alberghiera è infatti succeduta quale azionista di maggioranza (sempre relativa perché il Club è quotato in Borsa fin dal 1965) dopo solo un anno la Cassa Depositi e Prestiti francese, poi arrivarono il fondo Richelieu Finances, i sauditi di Rolaco, la Nippon Life, l’Air France, Bernard Tapie. Infine, all’inizio del 2013 il già ricordato duo franco-cinese.

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Con due idee fisse in mente: attaccare l’emergente mercato appunto dell’ex Celeste Impero (dove sono stati aperti i primi due villaggi all’inizio di quest’anno e ne verranno inaugurati altri tre nel 2015) e accelerare la trasformazione dei villaggi in resort di lusso nella convinzione che il mercato di fascia alta resiste meglio alle crisi. Una doppia certezza che però è diventata un po’ periclitante negli ultimi mesi, almeno con riferimento alla Cina, dove l’economia sta bruscamente rallentando e i consumi interni, mai decollati, stanno già frenando. Insomma, per i signori del sole i problemi non finiscono mai.

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