donald trump svizzera

TRUMP E' RIUSCITO A FAR INCAZZARE ANCHE I NEUTRALI SVIZZERI - LA CHIAMATA DI FUOCO TRA IL PRESIDENTE AMERICANO, CHE HA ANNUNCIATO DAZI AL 39% VERSO IL PICCOLO STATO, E LA PRESIDENTE DELLA CONFEDERAZIONE, KARIN KELLER-SUTTER - DOPO AVERLE FATTO GLI AUGURI PER LA FESTA NAZIONALE, TRUMP HA SCATENATO L'INFERNO DICENDO CHE UN PAESE DI 9 MILIONI DI ABITANTI NON PUÒ AVERE UN SURPLUS COMMERCIALE DI OLTRE 38 MILIARDI CON GLI USA - MA I PRAGMATICI UOMINI D'AFFARI SVIZZERI CI VEDONO LUNGO E PREVEDONO CHE TRUMP RINCULI: "PARTE LUNGO PER ARRIVARE CORTO. I DAZI ARRIVERANNO MASSIMO AL 15%"

Estratto dell'articolo di Francesco Manacorda per "La Repubblica"

 

donald trump - dazi

Banca, farmacia, assicurazione, assicurazione, banca, orologeria. Sciamano i turisti nella centralissima Piazza della Riforma a Lugano, beati sotto il sole ticinese e immersi nel trittico elvetico fatto appunto di servizi finanziari, Big Pharma e manifattura di alta precisione.

 

Ma attorno, nascosta sotto l'eterno aspetto da plastico ferroviario con le siepi pettinate e l'acqua del lago immobile, la Svizzera annaspa e si dispera. «Questi dazi al 39%, così incomprensibilmente duri e annunciati proprio il primo agosto, mentre celebravamo la festa nazionale, hanno anche un evidente valore simbolico; lasciano il paese sotto choc», dice Christian Marazzi, economista tutt'altro che tenero verso l'establishment elvetico: «Mi pare che ci sia una nemesi populista verso un paese che ha sempre accettato di buon grado i ricchi di tutto il mondo, senza farsi troppe domande».

 

VIGNETTA ELLEKAPPA - TRUMP E L'ACCORDO SUI DAZI CON URSULA VON DER LEYEN

Del resto, le ricostruzioni della telefonata di giovedì scorso fra Trump e la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter sono da horror politico-finanziario: lui che comincia con gli auguri per la festa nazionale e poi affonda sul fatto che un paese di 9 milioni di abitanti non può avere un surplus commerciale di oltre 38 miliardi con gli Usa; lei che si difende e lui che taglia corto dicendo che la Svizzera è ricca e deve fare – e soprattutto dare – di più. Sipario.

 

Altro che guerra commerciale imposta al paese neutrale per definizione. Quello del presidente americano è stato un blitzkrieg, un attacco lampo che non ha consentito nemmeno un accenno di difesa. E – paradosso per paradosso – adesso c'è chi propone come rappresaglia che le forze armate meno combattenti del mondo straccino il contratto già firmato con l'americana Lockheed Martin per acquistare trentasei caccia F35, complice anche il fatto che il conto iniziale di sei miliardi di franchi svizzeri è destinato a salire sensibilmente.

 

Karin Keller-Sutter

Grande è la confusione tra valli e cantoni, e la situazione è tutt'altro che ottima: gli imprenditori già vedono decine di migliaia di posti a rischio. La potente Interpharma, l'associazione dei farmaceutici, avverte che se i dazi dovessero colpire anche pillole e iniezioni "Made in Suisse, su cui Washington ha rimandato la decisione, il Pil scenderebbe dello 0,7%, anche se il vero rischio per le aziende del settore sarebbe un calo dei prezzi generalizzato come quello che chiedono gli Usa.

 

Ma sarà recessione? «Noi non lo pensiamo», dice Matteo Ramenghi, che è direttore per gli investimenti sui mercati italofoni (Ticino compreso, quindi) del colosso bancario Ubs: «Ci aspettiamo che i dazi scendano sotto il 39% e che non ci sia una recessione globale che colpirebbe un paese forte esportatore come la Svizzera. In ogni caso, la Confederazione ha un export molto diversificato, in cui gli Usa contano molto ma alla fine sono solo il 19% del totale».

DONALD TRUMP MOSTRA LA TABELLA CON I NUOVI DAZI

 

«Tutto questo durerà una settimana, poi si arriverà al 15%. Trump parte lungo per arrivare corto», pronostica anche Alberto Siccardi, imprenditore italiano naturalizzato svizzero che con le protesi innovative della sua Medacta fattura 800 milioni di franchi, «di cui il 40% già negli Stati Uniti». Si fanno i conti di quanto costeranno i dazi e molti vorrebbero fare i conti anche con il governo di centrodestra.

 

[...] «Sono bastati 35 minuti di telefonata per finire così. E pensare che, quando gli americani chiedevano alla Confederazione la cooperazione bancaria, ci sono voluti sedici anni di negoziati per arrivare a un trattato...», ride amaro Paolo Bernasconi, ex celebre procuratore, poi avvocato, ma soprattutto coscienza critica del suo Paese.

 

donald trump e i dazi sulle auto

Il tempo corre e per saperlo non serve né un Omega, né un Breguet, due fra i tanti marchi dello Swatch Group che ieri – causa Trump – ha perso il 2,28% alla Borsa di Zurigo. Dopodomani i dazi entreranno in vigore ma il Consiglio federale – ieri in riunione d'emergenza – dice di essere «determinato a proseguire i colloqui e i negoziati con gli Stati Uniti andando oltre la dichiarazione congiunta d'intenti esistente, e se necessario anche dopo il 7 agosto». E che «presenterà un'offerta più interessante» agli Usa.

 

donald trump e la guerra dei dazi

Ma come può trattare Berna? Gli acquisti di gas liquido americano, per un paese piccolo, che si basa sul nucleare e sulle rinnovabili e non ha porti, non sembrano una grande prospettiva. La Confederazione potrebbe allora puntare sul tema, tutto svizzero dell'oro. Accade infatti che nel passaggio del metallo prezioso dalla piazza di Londra a quelle americane, i lingotti vadano rifusi: 12,4 chili lo standard britannico, un chilo tondo quello Usa.

 

Cinque fonderie svizzere, quattro in Canton Ticino, lavorano la maggior parte dell'oro in circolazione nel mondo e solo nel primo trimestre di quest'anno i lingotti esportati verso gli Usa per un controvalore di 36 miliardi di euro hanno pesato – dicono i dati delle dogane elvetiche – per due terzi del surplus commerciale. Se Trump assorbisse questa informazione – peraltro sull'oro importato gli Usa non impongono dazi – potrebbe rivedere la sua posizione, è la flebile speranza svizzera.

Karin Keller-Sutter

 

Più concreta la prospettiva di maggiori investimenti diretti oltreoceano, specie da parte delle industrie farmaceutiche, che sono la pietra dello scandalo sul fronte commerciale: oltre la metà dei 60 miliardi di dollari di esportazioni svizzere verso gli Usa nel 2024 sono infatti prodotti chimici e farmaceutici. Il gigante Roche ha già annunciato che investirà 50 miliardi di dollari per produrre negli Usa; Novartis ne promette 23. [...]

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