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CARBONI A COLAZIONE E DILETTANTI ALLO SBARAGLIO - LA BIZZARRA STORIA DI RICCARDO STARACE, CHE INCONTRÒ IL FACCENDIERE PER CAOS E FU INCARICATO DI SALVARE BANCA ETRURIA: ''NON SONO MASSONE. GLI AVEVO DETTO DI CONOSCERE I MANAGER DI UN FONDO ARABO, E LUI MI PRESENTÒ BOSCHI E ROSI. ERO NELL'IMBARAZZO PIÙ TOTALE''

RICCARDO STARACERICCARDO STARACE

Giacomo Amadori per “Libero Quotidiano”

 

Da ragazzo spaccava ossa giocando a rugby nelle Fiamme oro della Polizia di Stato, oggi le aggiusta nei centri di riabilitazione di cui è proprietario. La voce è gioviale: «Premetto: non sono massone. Io non c' entro nulla». Inizia così la conversazione con il quarantaduenne romano Riccardo Starace, l' uomo che avrebbe dovuto trovare un direttore generale e un fondo arabo per salvare la Banca dell' Etruria.

Lei conosce Valeriano Mureddu, il «grembiulino» indagato a Perugia per associazione segreta e amico di Flavio Carboni?
«Non l' ho mai visto. Carboni invece lo avevo conosciuto, due settimane prima degli incontri dell' estate del 2014 di cui voi di Libero state scrivendo in questi giorni, al Piccolo mondo antico, un ristorante vicino al suo ufficio romano di via Ludovisi. Il proprietario del locale mi presentò questo signore anziano... era con la figliola».

Lei sapeva chi fosse Carboni?
«All' inizio no, ammetto la mia ignoranza (ride ndr). Il mio amico mi disse: "Guarda Riccardo è una persona con una grande esperienza, ti può essere utile conoscerlo". Ho detto: "Va bene". È cominciata così questa storia».

Perché è rimasto in contatto con Carboni?
«Chiacchierando gli dissi che avevo rapporti con un fondo impegnato nel settore della sanità, l' Enterprises di Sheikh Bin Ahmed Al Hamed. Allora mi parlò subito di un suo progetto, il grafene, un materiale rivoluzionario che dovrebbe servire a pulire e rendere potabile l' acqua, risolvendo il problema della sete in Africa, e mi disse di andare a trovarlo in ufficio. Il suo fu in pratica un monologo. Però prima di andare controllai su Internet chi fosse e vidi che era una persona di un certo peso per la storia dell' Italia, nel bene e nel male».
 

FLAVIO CARBONIFLAVIO CARBONI

Ha una condanna di tipo definitivo per il crac del Banco Ambrosiano ed è imputato per la P3...
«Ecco... appunto. Si trattava di cose abbastanza delicate e visto che io ho lavorato sette anni nella Polizia di Stato, ci andai cauto. In ufficio mi coinvolse subito riparlandomi di questa storia del grafene e chiedendomi informazioni sul fondo di Abu Dhabi. Poi mi disse che c' era una banca in difficoltà finanziaria e io gli risposi: "M' informo con gli arabi"».

Non doveva andarci cauto?
«La verità è che io non ho avuto nemmeno il coraggio di parlare di questa cosa a Sheik Alamed, ma con Carboni non potevo essere scortese. Con me fu subito gentilissimo, avvolgente, non avevo motivo per essere scortese con lui. L' avevo visto dieci minuti al tavolo e improvvisamente mi chiedeva di salvare una banca. Le sembrerò un ballista, ma è andata così».
 

flavio carboni  flavio carboni flavio carboni flavio carboni

Però lei non parlò solo del fondo con Carboni, ma anche del nuovo direttore generale...
«A un certo punto, in quella chiacchierata di mezz' ora, Carboni mi accennò a una nomina da fare per la banca. Quindi mi chiese il numero di telefono e io a una persona tanto gentile come potevo negarlo? Pensavo che avrei saputo difendermi dalla sue avances... Invece iniziò a bombardarmi di telefonate, anche la domenica: mi chiedeva di questo fondo e poi di ritornare nel suo ufficio. Mia moglie in quel periodo non mi telefonava così tante volte. Poi un giorno ci siamo rivisti, casualmente, in via Ludovisi, subito dopo pranzo. Mi acchiappò sul marciapiede e mi disse: "Come stai carissimo, sali un attimo con me, ti devo parlare della posizione della banca". E io salii con lui...».

In ufficio c' era anche lo scienziato russo, il presunto coinquilino di Carboni?
«Non ho mai incontrato russi in quello studio. Quando entrammo mi disse: ho delle persone che mi attendono, vieni che te le presento. Io ero nell' imbarazzo più totale».

Chi c' era insieme a Carboni in ufficio?
«Tutti quelli che ha raccontato nell' articolo, così facciamo prima».

L' ex presidente Lorenzo Rosi, il suo vice Pier Luigi Boschi e l' imprenditore Mauro Cervini?
«Sì c' erano loro tre».

E Gianmario Ferramonti, l' imprenditore amico di Licio Gelli?
«Non in quell' occasione, forse in altre...

» Dove erano Boschi e Rosi?
«Erano seduti amabilmente in una grande sala riunioni e Carboni mi ha presentato come un amico imprenditore con ottimi contatti con un fondo arabo».

I due banchieri che persone le sembrarono?
«Timidi e taciturni. Ricordo che erano vestiti elegantemente, con l' abito. Sembravano stupiti, quasi imbarazzati per la mia età. Probabilmente non si immaginavano un "salvatore" così giovane. Quando Boschi mi ha detto il suo cognome, visto che la figlia era appena stata nominata ministro, ho fatto due più due e ho intuito chi fosse».

Che cosa vi siete detti?
«Ci siamo solo salutati. Anche in quell' occasione ci fu quasi un monologo di Carboni».

Perché hanno chiesto a lei il nome del direttore generale?
«Non ne ho idea, ma la cosa mi lasciò incredulo. Era come se mi dicessero: tu ci trovi il fondo che porta i soldi e noi facciamo un favore a un tuo amico».

lorenzo rosi pier luigi boschilorenzo rosi pier luigi boschi


Lei propose il vicedirettore generale della Popolare del Frusinate Gaetano Sannolo...
«L' ho conosciuto quando era direttore della filiale della Cassa di risparmio di Firenze di cui ero cliente. Con me è sempre stato carino e corretto. Io feci il suo nome così, in modo quasi goliardico, anche se pensavo che fosse una persona giovane e dinamica. Inizialmente non avevo dato peso a quella richiesta».

Neanche quando le presentarono Pier Luigi Boschi?
«In quel caso rimasi veramente stupito. Dentro di me pensai: "Andiamo bene", perché non aveva senso tutto quello che stava accadendo. Capisco che le possa sembrare assurdo, ma andò così».

Che spiegazione si è dato?
«Forse venni presentato a Rosi e Boschi come una persona più importante di quella che in realtà fossi. A Carboni, invece, devo essere entrato in simpatia e per questo fatto del fondo mi si era pure un po' attaccato, questo sì».

Quanto durò l' incontro con Boschi e Rosi?
«Pochi minuti, meno di una decina. Poi andai via».

Avete discusso anche del direttore generale?
«Sulla questione venne fatto un accenno, ma non ne parlammo approfonditamente in quell' occasione».

E quando lo avete fatto?
«In un terzo incontro, in cui presentai il mio amico Gaetano al dottor Carboni. Sorridendo gli dissi: "Dai andiamo a sentire". Ma successivamente Sannolo fu chiamato davvero a fare il colloquio ad Arezzo. Non ci potevamo credere. In quei giorni ci sentivamo in continuazione per scherzare. Gli suggerii di chiedere un super stipendio, pensavamo che il mondo si fosse capovolto. Il suo nome è uscito pure sul Sole24ore».

PIER LUIGI BOSCHIPIER LUIGI BOSCHI


Quella mi risulta sia stata una fuga di notizie orchestrata all' interno della banca per bruciare il nome del suo amico...
«Lo immaginavo. In ogni caso Carboni improvvisamente cambiò atteggiamento».

fabio arpefabio arpe


Forse perché lei gli aveva detto che il fondo non era disponibile...
«Infatti. Da quel momento iniziò a diradare le chiamate, quindi ha proprio smesso.
Non lo vedo e non lo sento più dalla fine di quell' estate».

Non la stupì che Rosi e Boschi si fossero messi nelle mani di Carboni?
«Molto. Mi sembrò una situazione surreale».

Quando capì che il padre della ministra era lì a farsi consigliare il direttore generale della sua banca da lei che cosa pensò?
«"Non è possibile". Non ci volevo credere, era inverosimile...».

Ha conosciuto Ferramonti l' uomo che consigliò il nome dell' altro candidato alla direzione generale, il banchiere Fabio Arpe?
«Sì, nel 2014, a Roma, mentre ero impegnato nel lancio di un neonato movimento politico. Si presentò lui, mostrandosi interessato a quella mia iniziativa. L' ho rivisto qualche volta nella Capitale. In una di quelle occasioni incontrammo casualmente Carboni nel solito ristorante. Sembrava che i due non si vedessero da tempo e si scambiarono il numero di telefono davanti a me. Parlarono anche di questa cosa della banca».

In pratica la Popolare dell' Etruria era una delle ossessioni di Carboni?
«Con me ha discusso solo di quella e del grafene».

E per salvarla si è affidato a due che aveva incontrato al ristorante?
«Lei ride, ma all' epoca ho riso di più io. Certo non vorrei apparire come una persona incapace di intendere e di volere, ma è andata proprio così».

Gianmario FerramontiGianmario Ferramonti

 

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