LINGOTTI IN FUGA - MENTRE LA STAMPA TEDESCA Dà DEL “PINOCCHIO” A MARPIONNE, LA FIAT PERDE DUE POSTI (DAL 6° ALL’8°) TRA I VENDITORI EUROPEI, E PIANIFICA LA SECONDA FABBRICA IN CINA - ECCO L’IMPIANTO DI KRAGUJEVAC, IN SERBIA, DOVE SI PRODUCONO LE 500L: SALARI DA FAME, 40 ORE (+ 8 DI STRAORDINARIO) A SETTIMANA - MA IL GOVERNO LOCALE HA REGALATO TERRENI E 90 MILIONI € CASH, E COSì MENTRE MIRAFIORI LANGUE MARPIONNE HA TRASFORMATO “FABBRICA ITALIA” IN “FABBRICA SERBIA”…

1- FIAT: HANDELSBLATT, MARCHIONNE PINOCCHIO DEL GIORNO
(ANSA) - Sergio Marchionne è 'pinocchio del giorno' per il quotidiano economico tedesco Handelsblatt, che cita l'ad di Fiat sulle promesse lanciate con Fabbrica Italia, per poi smentirlo con le nuove decisioni del gruppo. Il 21 aprile 2010 - ricorda il giornale nella rubrica con cui abitualmente pungola politici e personaggi del mondo economico-industriale con le loro 'bugie' - disse che avrebbe "sviluppato la presenza di Fiat in Italia come centro strategico per la produzione, gli investimenti e l'export". Ora il dietrofront.

2- AUTO: AD AGOSTO CAMBIA LA 'TOP'. LINGOTTO OTTAVO IN EUROPA
(ANSA) - Il forte calo delle vendite muta ad agosto la 'top ten' dei principali gruppi automobilistici europei. Il gruppo Fiat, che a luglio occupava la sesta posizione, il mese scorso è sceso all'ottavo posto della classifica. Il Lingotto ad agosto ha ceduto il posto al gruppo Bmw, salito al sesto posto dal settimo di luglio, dove ora compare Daimler, che a luglio era ottava. Novità anche al decimo posto dove ad agosto la Hyundai, che a luglio era fuori dalla 'top', scalza la Nissan.

3- FIAT: STAMPA, CON GAC PENSA A SECONDA FABBRICA IN CINA
(ANSA) - La Fiat, insieme alla Guangzhou Automobile Group Co. (la società cinese con la quale ha una joint venture in Cina), avrebbe intenzione di aprire un secondo impianto produttivo in Cina. Lo scrive il giornale economico cinese Caijing. La notizia, secondo quanto riporta il giornale, é stata data da Jack Cheng, direttore generale della joint venture alla stampa cinese durante il lancio della prima vettura prodotta nel nuovo stabilimento di Changsha, la Fiat Viaggio, lo scorso 13 settembre.

Il giornale riferisce che "il Gruppo Fiat sta valutando la costruzione di una seconda fabbrica di automobili in Cina, al fine di ampliare l'impatto del più grande mercato al mondo di auto". Il giornale cita anche "media italiani" che avrebbero riportato la notizia. La Jv tra Fiat e Gac è nata due anni e mezzo fa e ha portato alla creazione dell'impianto produttivo di Changsha (che secondo quanto ha detto Sergio Marchionne in futuro potrebbe servire anche ad altre linee oltre a quella della Viaggio) e all'importazione per vendita di altri modelli. Con il desiderio dell'ampliamento del business in Cina, la realizzazione di un nuovo impianto appare ovviamente una necessità, su cui conta molto soprattutto il partner cinese.


4- SERBIA, SALARI DA FAME LA FIAT CHE PIACE A MARCHIONNE
Lorenzo Galeazzi e Vittorio Malagutti per "il Fatto Quotidiano"

Li vedi sfilare a fine turno sull'unico ponte che collega la fabbrica alla città. Polo bianca, pantaloni grigi, facce serie. Giovani in stragrande maggioranza, tanti ragazzi che dimostrano vent'anni o poco più. Alle loro spalle, sulla parete dello stabilimento, incombe una scritta a caratteri cubitali, visibile a centinaia di metri di distanza: "Mi smo ono sto stvaramo". Che vuol dire, tradotto dal serbo: "Noi siamo quello che facciamo". E loro fanno, eccome se fanno. Gli operai dello stabilimento Fiat di Kragujevac, 140 chilometri a sud di Belgrado, stanno in fabbrica dieci ore al giorno, per quattro giorni la settimana. Quaranta ore in tutto, con altre otto di straordinario, che da queste parti, almeno per adesso, è diventato una faticosa consuetudine. Non basta. Perché il caporeparto, spesso e volentieri, chiede di lavorare un giorno in più, giusto qualche ora per fissare un pezzo mal riuscito o per dare una sistemata alle macchine. Un'extra pagato? Magari. Tutto gratis. "Ma come si fa a dire di no al capo, che è anche un amico? ", taglia corto un operaio, uno dei pochi che accettano di scambiare qualche parola.

È vero, alla Fiat di Kragujevac non si usa dire di no. Perché in Serbia un lavoratore su quattro proprio non riesce a trovare un posto. E allora, con la disoccupazione al 25 per cento, l'inflazione al 10 e le casse dello Stato ormai allo stremo, la scritta sui muri della fabbrica (Noi siamo quello che facciamo) finisce per diventare un monito anche per chi sta fuori. Voi non siete niente perché non fate niente. E chi sta dentro la fabbrica non vuole certo tornare quello che era prima, una nullità, uno dei tanti che si arrangiano con il lavoro nero. Meglio chinare la testa, allora. Ubbidire ai capi e tacere con gli estranei.

Vanno così le cose a Kragujevac, Serbia profonda, la nuova frontiera della Fiat predicata e realizzata da Sergio Marchionne. Stipendi da 300-350 euro al mese, turni di lavoro massacranti, straordinari pagati solo in parte. Prendere o lasciare. Ma un'alternativa, un'alternativa vera, nessuno sa dove trovarla. E allora bisogna prendere, bisogna accettare l'offerta targata Italia. Anzi, targata Fiat Automobiles Serbia, in sigla Fas, la società controllata al 66,6 per cento da Torino e per il resto dal governo di Belgrado. A Kragujevac lavorano circa 2.000 dipendenti: 1.700 operai, il resto sono dirigenti e amministrativi.

Lo stabilimento funziona a pieno regime solo da qualche settimana, ad oltre quattro anni di distanza dall'accordo che nel 2008 consegnò (gratis) a Marchionne fabbrica e terreni dove sorgeva la Zastava, storica azienda motoristica che fin dal 1954, ai tempi della Jugoslavia di Tito, ha prodotto auto su licenza della casa di Torino. Esce da qui la 500L, l'unico modello davvero nuovo che i manager del Lingotto sono riusciti a mettere sul mercato nel 2012. "Almeno 30 mila vetture entro la fine dell'anno", questi gli obiettivi di produzione dichiarati dai vertici della Fiat per l'impianto di Kragujevac. Obiettivi quantomeno ambiziosi. Anche perché le auto, dopo averle fabbricate bisognerebbe pure venderle. E di questi tempi, un po' in tutta Europa, le aziende del settore fanno una gran fatica a convincere i potenziali clienti.

Ecco perché non si trova un analista disposto a scommettere sull'immediato mirabolante successo della versione large della 500, una monovolume che dovrà conquistare spazio in un segmento di mercato già presidiato da rivali come la Citroën C3 Picasso, la Opel Meriva e la Hyundai ix20. Anche ai più ottimisti tra i tifosi di Torino sembra improbabile che la 500L sia sufficiente, da sola, a garantire la sopravvivenza del modernissimo stabilimento di Kragujevac. "Siamo in grado di produrre tra 120 mila e 180 mila auto l'anno, tutto dipende dalla domanda di mercato", ha dichiarato il numero uno di Fiat Serbia, Antonio Cesare Ferrara, in una recente intervista all'agenzia di stampa Tanjug. Già, tutto dipende dal mercato. Anche Marchionne se la cavava così quando raccontava dei 20 miliardi di investimenti del fantomatico piano "Fabbrica Italia". Poi s'è visto com'è andata a finire. Parole al vento.

In Serbia, invece, fonti del governo di Belgrado e anche del gruppo italiano nei mesi scorsi hanno accreditato l'ipotesi che Kragujevac possa arrivare a produrre oltre 200 mila auto l'anno. Tante, tantissime, se si pensa che quest'anno i quattro impianti italiani della Fiat non arriveranno, messi insieme, a 500 mila vetture, con la storica fabbrica di Mirafiori (quasi) ferma a quota 50 mila, forse anche meno. La domanda, a questo punto, è la seguente. Perché mai Marchionne dovrebbe accontentarsi di far viaggiare a mezzo servizio uno stabilimento nuovo di zecca, moderno ed efficiente a poche centinaia di chilometri dalla frontiera italiana? E per di più con tanto di manodopera qualificata e con un costo del lavoro pari a meno di un quinto rispetto a quello degli operai del Belpaese?

Le possibili risposte sono due. La prima: la 500L si rivela un clamoroso successo planetario, travolge le dirette concorrenti sul mercato e arriva a sfiorare i livelli di vendita delle best seller del gruppo, Punto e Panda. Tutto è possibile, certo, ma al momento un boom di queste dimensioni sembra davvero improbabile. Ipotesi numero due: la 500 in versione large serve giusto per il rodaggio della fabbrica serba. Il bello (si fa per dire) viene dopo. Quando Marchionne, accantonato una volta per tutte il bluff di Fabbrica Italia, annuncerà nuovi tagli negli stabilimenti italiani. Colpa del crollo delle vendite, si dirà, che rende insostenibili i costi di produzione nella Penisola.

L'alternativa? Eccola: si chiama Kragujevac. Da queste parti la Fiat ha già accumulato due anni di ritardo rispetto ai piani di partenza e non può più permettersi battute a vuoto. Il governo serbo, da parte sua, ha fatto ponti d'oro all'investitore straniero. Ha regalato terreni e stabilimento (peraltro ridotto quasi in macerie dai bombardamenti della Nato del 1999), ha istituito una zona franca, ha garantito esenzioni fiscali e contributive , ha investito decine di milioni di euro nel progetto promettendo, in aggiunta, nuove strade e ferrovie. Solo che nel frattempo Belgrado ha finito i soldi e pure il governo è cambiato.

Con le elezioni del maggio scorso ha perso il posto Boris Tadic, il presidente che insieme al ministro dell'economia Mladjan Dinkic, era stato il principale sponsor di Marchionne. Adesso comandano Tomislav Nikolic (presidente) e Ivica Dacic (primo ministro), due vecchie volpi della politica locale, nazionalisti un tempo vicini a Slobodan Milosevic. Così a Belgrado non si parla quasi più di entrare nella Ue e la stella polare del nuovo governo è Vladimir Putin, che si è affrettato a promettere appoggio politico e, soprattutto, soldi a palate.

Anche Marchionne è stato costretto a fare i conti con la coppia Nikolic-Dacic. Il piatto piange. Il capo della Fiat reclamava 90 milioni cash a suo tempo promessi da Belgrado. Nessuno scontro. L'accordo è arrivato a tempo di record. Il governo si impegnato a pagare in due rate. La prima, 50 milioni, entro la fine dell'anno. Il resto nel 2013. Marchionne, che ha incontrato Nikolic a Kragujevac il 4 settembre scorso, a quanto pare si fida. O finge di farlo. Del resto il capo del Lingotto sa bene che i serbi a questo punto non possono tirarsi indietro. La perdita dei posti di lavoro promessi dalla Fiat sarebbe una catastrofe politica per il nuovo esecutivo. Marchionne, grande pokerista, ancora una volta può giocare le carte migliori. E a Belgrado non c'è neppure bisogno di bluffare. Il piano "Fabbrica Serbia" ormai è realtà.

 

JOHN ELKANN E SERGIO MARCHIONNE jpegUNA SIGNORA SCRUTA LA FIAT CINQUECENTO IN UN AUTOSALONE DI MIAMI MARCHIONNE ALLA FIAT IN SERBIAFIAT SERBIAFIAT SERBIAKRAGUJEVAC FIAT SERBIAmirafioriMARCHIONNE ALLA FIAT IN SERBIA Boris Tadic

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