QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO BAZOLI-ZALESKI - LA TASSARA È DECOTTA DA ANNI, MA ANCORA SI “CERCANO SOLUZIONI” PER L’AMICO POLACCO

Alberto Statera per "Affari & Finanza - la Repubblica"

«Oggi, il precipitare della crisi globale dei mercati - la cui eccezionale dimensione nessuno aveva previsto - penalizza in misura abnorme il valore degli attivi della Tassara e delle garanzie in mano alle banche (consistenti, come è noto, in titoli di primarie società quotate, tra cui Intesa Sanpaolo). Nella ragionevole prospettiva di recuperare più attendibili valori di mercato, non corrisponderebbe all'interesse di tutti che le banche, principali se non uniche creditrici, optassero per soluzioni di rientro graduale?».

Era il 2008 e Giovanni Bazoli, in una lettera pubblica inviata ai giornali, prendeva le distanze da «ricostruzioni giornalistiche fantasiose e false» che accreditavano l'idea che fosse lui - «power broker» di sistema e dominus del primo gruppo bancario italiano - il dante causa dell'irresistibile ascesa del finanziere franco-polacco Romain Zaleski, del quale - sempre Bazoli - lodava in quella lettera le «personali doti di operosità benefica» verificate nei frequenti rapporti privati.

E, aggiungiamo noi, forse anche in quelli professionali. Ci sono voluti quasi cinque anni e un «aiutino» della Banca d'Italia (leggi Vigilanza) per convincere Intesa Sanpaolo, tuttora la banca più esposta verso Tassara per 1,2 miliardi di euro su un gigantesco debito totale di circa 2 miliardi, a mettere per la prima volta a bilancio alla voce «incagli» 800 milioni, come ha scritto Vittorio Malagutti su L'Espresso.

Nel frattempo, la crisi globale, anziché rientrare come «ragionevolmente» (?) prevedeva il super-banchiere bresciano, ha travolto l'economia reale e mezza Europa. Le quotazioni di borsa sono precipitate e le lussuose partecipazioni detenute dalla finanziaria di Zaleski (da Generali a Mps, da Ubi a Intesa Sanpaolo e Mittel) hanno continuato a scendere. Pietro Modiano - il manager insediato alla Tassara dalle banche creditrici per salvare il salvabile - deve chiudere in fretta un nuovo accordo con le banche o vendere gli (ex) gioielli di famiglia.

A proposito di famiglia: quella di Zaleski - tre figli, come l'ex patron della Fonsai - si è costruita in passato un bel tesoretto al riparo dal fisco, attraverso le solite scatole finanziarie estere, accantonando utili su utili negli anni delle vacche grasse. Un déjà-vu del capitalismo familiare nostrano: in Italia si privatizzano gli utili e si pubblicizzano le perdite. E così, mentre si mettono al riparo i profitti in Lussemburgo, le banche e i loro azionisti restano con la patata bollente in mano.

Le solite associazioni dei consumatori hanno chiesto l'intervento delle autorità o della magistratura. I banchieri - all'ennesima resa dei conti sui crediti facili concessi per troppi anni al gruppo, che è sul lastrico almeno dal 2008 - sono avvisati. C'è da giurare però che qualcuno di loro continuerà a preferire «soluzioni di rientro graduale». Ad amici e parenti, si sa, non si stacca (quasi mai) la spina.

 

IL FINANZIERE ROMAIN ZALESKIASSEMBLEA GENERALI DI BANCA DITALIA GAETANO CALTAGIRONE E GIOVANNI BAZOLI FOTO LA PRESSE Corrado Passera Bazoli Zaleski logo intesa san paoloPIETRO MODIANO

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